F.SPUFFORD, Red Plenty: London, Faber, 2010
Non ha molto senso, di solito, palare di "coraggio" a proposito di un romanzo: ma che ne dite di un romanzo il cui protagonista non è un personaggio, o tanti personaggi (OK, tranquilli: ce ne sono parecchi, alcuni simpatici, altri meno - in particolare rimane impresso, tra gli odiosissimi, Kosygin -; molti realmente esistiti - come Kruscev e Kantorovic -, altri immaginari), ma una intera economia? Nientemeno che l'economia dell'URSS, nel ventennio Cinquanta- Sessanta (tendenzialmente, il periodo di Kruscev, con le sue immediate propaggini, fino al 1968)? Sembra una follia, no? Nessuno lo pubblicherebbe. E ammesso che qualcuno lo pubblicasse, chi mai lo leggerà?
Iniziamo ora il terzo libro, dedicato alla propensione al consumo. Keynes decide di esaminare separatemente i fattori che influenzano il consumo da quelli che influenzano l'investimento, poiché essi sono "in gran parte distinti". In questo libro, esamina la propensione al consumo.
La propensione al consumo è la relazione funzionale χ tra un dato livello di reddito in termini di unità di salario Yw e la spesa per consumi Cw, vale a dire
Cw= χ(Yw), cioè C=W χ (Yw),
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Il settimo capitolo (bello ma difficile) comincia con la constatazione che il risultato del precedente – la necessaria uguaglianza di risparmio e investimento – non è riconosciuta da molti. Siccome, dice K., tutti concordano nel definire risparmio l’eccedenza del redidto sui consumi, e siccome non ci sono grosse discussioni su ciò che costituisce il consumo, ne segue che le differenze interpretative devono derivare o dal concetto di investimento o da quello di reddito. Quanto all’investimento, K sostiene che la nozione comune di investimento coincide grosso modo con quella di investimento netto data in precedenza nella GT. Quanto al reddito, K trova che sia la propria definizione nel Trattato della moneta, sia la definizione di D.H. Robertson sono assai simili a, e compatibili con, la GT. Il concetto di “risparmio forzato”, viceversa, è assai vago, e secondo K difficilmente estensibile alle situazioni di disoccupazione (originariamente, dice K rifacendosi a una ricerca di Hayek, il concetto di “risparmio forzato” era stato elaborato da Bentham per i casi in cui la quantità di moneta aumentava in un contesto di piena occupazione: in tal caso, il reddito non si può aumentare “e quindi un investimento aggiuntivo che si verifichi in conseguena dell’aumento della qauntità di moneta provoca una frugalità forzata ‘a spese del tenor di vita nazionale e dlela giustizia nazionale’”).
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Ed eccoci al sesto capitolo, che contiene alcune famose definizioni.
Keynes comincia col reddito. In un periodo qualunque, un imprenditore venderà prodotti finiti per una somma A. Nello stesso periodo avrà acquistato da altri imprenditori prodotti finiti per una somma A1. E alla fine del periodo si troverà in possesso di una serie di impianti e di altri beni (scorte di semilavorati o di prodotti finiti) di valore G. Quindi, la formula sarebbe A+G-A1.
Però, una parte di questa somma va attribuita non all’attività svolta nel periodo, ma ai beni capitali posseduti dall’imprenditore all’inizio del periodo. Per calcolare il reddito prodotto, va dedotto anche questo valore, “in un certo senso conferito dai beni capitali ereditati dal periodo precedente”.
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Nel capitolo 5, Keynes analizza appunto il ruolo delle aspettative come “determinante della produzione e dell’occupazione”. Comincia con l’affermazione che “ogni produzione ha los copo finale di soddisfare un consumatore”. Siccome però intercorre del tempo fra il momento in cui l’imprenditore sostiene dei costi per produrre e il momento in cui il consumatore acquista il prodotto, l’imprenditore non ha altra scelta che “lasciarsi guidare” dalle proprie aspettative circa l’importo che i consumatori saranno disposti a pagare per il suo prodotto.
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Nel terzo capitolo, Keynes comincia con alcune definizioni. le somme che l’imprenditore paga ai fattori della produzione per un certo volume di occupazione si chiama costo dei fattori, mentre quelle che paga ad altri imprenditori per quel che da loro deve acquistare, più il sacrificio consistente nell’utilizzare anziché lasciare inoperosi gli impianti, si chiama costo delle utilizzazioni. L’eccedenza del valore della produzione sulla somma di questi due costi è il reddito dell’imprenditore (e di converso, il costo dei fattori costituisce, per i proprietari dei fattori, il loro reddito), che si può anche chiamare ricavo di quel volume di occupazione. Quindi, il costo dei fattori più il profitto dell’imprenditore sono il reddito totale derivante dall’occupazione fornita dall’imprenditore. Il profitto è la quantità che l’imprenditore cerca di massimizzare quando decide l’occupazione da offrire.
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Il testo integrale (in inglese) lo si può trovare qui. Peraltro, in italiano è stato ottimamente tradotto di recente dalla UTET a modico prezzo (12 euri) insieme a alcuni altri testi importanti di JMK (per cui vale senz’altro la pena). In ogni caso, cercherò per quanto possibile di riassumere il testo di K nei miei post, in modo che se ne possa ricavare tutto quanto c'è nell'originale.
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Questa è la fiaba del “io ti presto pochi spiccioli, quelli che ti servono per costruire semplici oggetti e rivenderli, tu mi restituisci gli spiccioli con un piccolo interesse e in piccole rate”.
E’ una fiaba, state accorti, non è la pubblicità della cucina o del televisore al plasma in 10 comode rate.
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A. SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), tr. F. Bartoli, C. Camporesi, F. Caruso, Milano, 1977.
Il grande libro di Smith è una ricerca, come dice il titolo, sulla natura e le cause della ricchezza non dei singoli, ma delle nazioni. Al fondo c’è un problema che oggi diremmo di teoria dello sviluppo economico: quali sono le cause che rendono alcuni paesi ricchie ed altri poveri. Il problema è già accuratamente enunciato nella Introduzione, dove S. afferma che, tra le due possibili cause (cioè l’arte, la destrezza e l’intelligenza con cui si esercita il lavoro, e il rapporto tra gli individui ooccupati in un lavoro utile e il complesso della popolazione) la prima è la più importante (infatti, tra i popoli di cacciatori e raccoglitori tutti lavorano eppure sono poveri, mentre nei paesi civilizzati lavorano solo alcuni eppure la ricchezza prodotta è molto più grande. E sin dall’inizio si enuncia anche un altro elemento caratteristico del libro di S., l’attenzione all’effetto che i regimi politici e le istituzioni giuridche esercitano sullo sviluppo dell’economia propriamente detta.
D. HUME, La bilancia commerciale, 1752 (Saggi, XV, Roma, 1975, trad. L. Formigari)
Eccoci al terzo e ultimo dei grandi saggi economici di Hume.
L’obiettivo polemico del saggio sono le correnti mercantiliste, all’epoca molto forti.
H. comincia col ricordare come, “nelle nazioni inesperte della natura del commercio”, è frequente vietare l’esportazione delle merci, per mantenere tutto ciò che abbia valore e utilità nel paese. H. obietta che questa poltiica produce proprio l’effetto opposto (“più una merce si esporta più se ne produce, ed è all’interno che se ne avrà sempre la prima offerta”); ed espone la storia di questi divieti, da Atene all’epoca presente. Ma non meno sciocco è nutrire analoghi timori per il denaro (metallico, ricordiamolo: oro e argento, per la precisione). L’errore, come abbiamo già visto in precedenz, consiste nel credere che la ricchezza risieda nel denaro anziché nelle merci che una nazione produce. “Temere che il denaro corra via lontano da una nazione popolosa e attiva è come temere che tutte le sorgenti e i fiumi si prosciughino”.
D.HUME, L’interesse, 1752 (Saggi, XIV, Roma, 1975, trad. L. Formigari)
Veniamo al secondo dei grandi studi economici di Hume.
H. condivide l’idea tradizionale che un basso saggio di interesse sia segno di florida condizione economica di un paese. Però ritiene che la ragione comunemente addotta per questa opinione- cioè che la modestia del tasso d’interesse dipende dall’abbondanza di denaro – sia sbagliata. Secondo H., invece, se la quantità del denaro è stabile, anche l’abbondanza del denaro ha il solo effetto di alzare il prezzo del lavoro.D. HUME, Il denaro (Saggi, XIII: Roma, 1975, p. 174-186, trad. L. Formigari)
Non tutti sanno che, tra le molte cose su cui David Hume ha scritto pagine memorabili, c’è anche l’economia. Ed è proprio dai suoi tre grandi Saggi economici (sul denaro, l’interesse e la bilancia commerciale) del 1752, che tanto influirono su Adam Smith e gli altri, che cominciamo un ciclo di letture dei principali classici del pensiero economico, che arriverà (speriamo :-)) da Hume e Quesnay fino a Keynes, e oltre.
C’è un argomento economico sul quale si fa spesso confusione. Dato però che si tratta di un argomento piuttosto importante, anzi decisamente cruciale, nell’economia e nella politica contemporanea, è bene conoscerlo. Si tratta della distinzione tra beni privati, beni pubblici, risorse comuni (common resources, o anche commons) e beni artificialmente limitati.
Le caratteristiche in base alle quali questi beni si distinguono sono le seguenti:
• sono escludibili (excludable) se chi li produce può impedire a chi non paga di consumarli, altrimenti sono non escludibili;
• sono rivali nel consumo (rival in consumption) se la stessa unità del bene non può essere consumata da più di una persona contemporaneamente, altrimenti sono non-rivali nel consumo.
Facciamo degli esempi per capirci meglio. Un quintale di grano è un bene escludibile: il produttore può venderlo a Tizio ma non a Caio. Ed è anche rivale nel consumo: una volta consumato da Tizio, quel quintale non potrà più essere utilizzato da nessuno.
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