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    <title>Karl Kraus: Recensioni</title>
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    <updated>2012-01-23T08:22:00Z</updated>
    <subtitle>Faccio di una mosca un elefante. Non è arte questa?</subtitle>
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    <title>L&apos;ultimo di Latouche</title>
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    <published>2012-01-23T07:34:54Z</published>
    <updated>2012-01-23T08:22:00Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[L'ultimo libro di Serge Latouche (Per un'abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, 2012, p. 150) sarebbe, nelle intenzioni, una risposta ai critici. Da questo punto di vista, il risultato &egrave; incerto. La risposta consiste generalmente nella drastica negazione della fondatezza della critica...]]></summary>
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            <category term="Fuffologia" />
    
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        <![CDATA[<p>L'ultimo libro di Serge Latouche (<u><em>Per un'abbondanza frugale</em></u>, Bollati Boringhieri, 2012, p. 150) sarebbe, nelle intenzioni, una risposta ai critici. Da questo punto di vista, il risultato &egrave; incerto. La risposta consiste generalmente nella drastica negazione della fondatezza della critica (&quot;non &egrave; vero che la decrescita &egrave; oscurantista e antiscientifica&quot;; &quot;nulla di pi&ugrave; lontano della decrescita dal machismo&quot;, ecc.), accompagnata immediatamente dal diniego della sua importanza (&quot;ma in fondo, che c'&egrave; di male a voler tornare al passato?&quot;, &quot;non &egrave; forse vero che anche la sinistra/il femminismo/la scienza ha i suoi torti?&quot;), il che gi&agrave; di per s&eacute; &egrave; un procedimento assai poco sensato. Il peggio per&ograve; &egrave; che, nel prosieguo dei vari capitoletti, Latouche scrive cose che confermano abbondantemente le accuse. </p><p>Dopo aver negato che la decrescita sia antiscientifica, per esempio, aggiunge subito: d'altronde, capiamoci, non &egrave; che la scienza sia sempre buona e giusta; noi siamo per la scienza buona, ma contro la scienza cattiva; devono essere i cittadini a decidere quali ricerche scientifiche perseguire e quali no: cos&igrave; propone una &quot;<em>moratoria sull'innovazione tecnoscientifica</em>&quot;, in quanto la ricerca deve essere &quot;riorientata sulla base di nuove aspirazioni&quot;, e entra anche nel dettaglio di quello che si pu&ograve; fare e quello che non si pu&ograve; fare (p. 44-47).</p>]]>
        <![CDATA[<p>La parte forse pi&ugrave; impressionante arriva con la risposta alle accuse di machismo mosse alla decrescita. Latouche. la sua risposta qui &egrave; che non la decrescita, ma la crescita e i valori ad essa legati sono maschilisti e fallocentrici, in quanto &quot;<em>le attivit&agrave; non mercantili sono associate ai 'valori' femminili: dolcezza, comprensione, emozione, dono, gratuit&agrave;</em>&quot; (p. 62). L'idea che il machismo e il fallocentrismo consista proprio nell'individuare &quot;valori&quot; femminili e&nbsp; maschili, questo a Latouche non viene in mente.</p><p>Ci sono altre parti del libro che spiccano per la consueta incompetenza (in particolare, la parte sulle critiche alle teorie di Geourgescu-Roegen sulla seconda legge della termodinamica), ma comunque il libro si segnala soprattutto per la definitiva, esplicita conferma dell'ostilit&agrave; della decrescita all'Illuminismo, sulle solite vecchie linee di Horkheimer-Adorno. Inoltre, a parte l'idiozia (che Latouche condivide con molta altra gente, peraltro) di usare il termine 'dominante' a man salva, per indicare tutto ci&ograve; che non piace, &egrave; significativa la ripetuta affermazione che (i) i mali della societ&agrave; vengono in particolare dai conflitti di classe (p. 55),&nbsp; (ii) che l'obiettivo della decrescita non &egrave; un cambiamento delle strutture o delle istituzioni, ma una riforma morale, e (iii) la rivalutazione dei pensatori socialisti utopico-reazionari, dai luddisti a William Morris (p. 86).&nbsp;Infine, l'argomento principale di Latouche usato per rispondere a chi assimila la decrescita alla crescita negativa o alla crisi economica (problema la cui importanza sfugge a chiunque non sia Latouche, sfortunatamente), consiste nel contrapporre chi volontariamente decide di mangiare meno a chi &egrave; costretto a mangiare meno dalla povert&agrave; (o dalla carestia, ecc.); ma purtroppo, posto che mangiare meno &egrave; mangiare meno a prescindere dai moventi, e soprattutto che la vera differenza fra chi sceglie di fare X e chi &egrave; obbligato a fare X consiste non nel fatto che l'uno lo fa volentieri e l'altro no, ma nel fatto che chi lo fa per scelta pu&ograve; anche cambiare idea e smettere di farlo&nbsp;mentre l'altro no, la distinzione viene completamente meno nella teoria di Latouche, dato che alla riduzione dei consumi si arriverebbe a fronte della presa d'atto dell'esaurimento delle risorse e delle emergenze ambientali, e quindi a fronte dell'impossibilit&agrave; di scelte diverse.</p><p>Niente di nuovo, insomma.</p>]]>
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    <title>&quot;L&apos;assunto che l&apos;economia debba sottostarvi&quot;</title>
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    <published>2011-11-21T23:00:00Z</published>
    <updated>2011-11-22T18:44:28Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Amici mi chiedono di commentare una "nuova uscita di Tronti, nella quale i Romani vengono messi contro i Greci e il diritto contro l'agor&agrave;"...]]></summary>
    <author>
        <name>Francesca</name>
        
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            <category term="Finanza Internazionale" />
    
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        <![CDATA[Amici mi chiedono di commentare una "nuova uscita di Tronti, nella quale i Romani vengono messi contro i Greci e il diritto contro l'agor&agrave;"]]>
        <![CDATA[<p />La cosa si trova <a href="http://l_antonio.ilcannocchiale.it/2011/10/11/greci_e_romani.html" target="_blank">qui</a> e si riferisce a <a href="http://materialismostorico.blogspot.com/2011/10/gli-80-anni-di-mario-tronti.html" target="_blank">questo</a>, dunque non so se veramente Tronti abbia detto quella cosa li o perch&eacute;. Limitiamoci a osservare - ma osserviamolo! -  che alcuni, e proprio loro,  non la smettono di interrogare gli antichi. Su questa cosa di greci vs. romani in fatto di politica c'&egrave; una tradizione e una letteratura veramente enorme: vi consiglio - giusto per una sbirciatina - M. Finley, <i>Politics in the Ancient World</i>, Cambridge university Press, 1983.
<p />Da quel libro prendo dal capitolo III un interessante contrapposizione fra il dialogo famoso di Socrate con il giovane Glaucon riferito dal Xenophon nei <i>Memorabilia</i> (libro III, 6) e il lungo saggio di Plutarco <i>Praecepta gerendae reipublicae</i> (Pl. scrive in greco ma per i romani, e delle faccende romane, circa nel 100 d.C):
<p />Socrate: "Allora Glaucon, sei un giovane che si propone di servre la polis. Benissimo! Senz'altro vorrai beneficiare la polis, e dunque avrai un'idea delle sue fonti di ricchezza."
<p />Glaucon: "Veramente, S., non ci avevo pensato"
<p />Socrate: "Delle sue spese, allora..."
<p />Glaucon: "Beh sai, sono stato occupato, non ho avuto tempo per pensarci"
<p />Socrate: "Ah d'accordo. Avrai allora pensato alla sua difesa, alle questioni militari"
<p />Glaucon: "Senti, non &egrave; che posso improvvisare su due piedi.."
<p />Socrate: "Forse hai preso qualche appunto.."
<p />Glaucon: "E dai, Socrate...."
<p />Socrate: "Le miniere di argento?"
<p />Glaucon: "Ehm..."
<p />Socrate: "Le scorte di grano? saranno sufficienti per la popolazione?"
<p />Glaucon: "Ma &egrave; impossibile occuparsi di tutto! Come posso includere roba del genere fra i miei compiti?"
<p />Socrate: "Ma come puoi provvedere, se non sai queste cose,  ai bisogni di una cos&igrave; enorme comunit&agrave;? Ci saranno almeno diecimila households nella polis! Almeno ad una? A quella di tuo zio?"
<p/ >Glaucon: "Oh quello!. Mio zio non mi ascolta neanche!"
<p />Socrate: "Come sarebbe? Se neanche tuo zio ti ascolta come vuoi persuadere i tuoi cittadini?"
<p />Glaucon: "Che palle, a Socrate!"
<p />Nei precepta invece, Plutarco "si dilunga interminabilmente, sentenziosamente, con gran citazioni di autori greci e latini e quantit&agrave; di aneddoti, sulle belle maniere, l'onest&agrave;, una vita modesta, la scelta attenta di amici e patroni, e soprattutto sull'eloquenza" (M. Finley). E la prudenza esige: "quando assumi una carica, qualunque sia, non pensare solo alla riflessione di Pericle ("Fai attenzione, tu governi degli uomini liberi, tu governi dei Greci, dei cittadini di Athene"), ma d&igrave; a te stesso questo: 'Tu che eserciti questa carica, tu sei un suddito, in una polis controllata da proconsoli, dai procuratori di C&eacute;sare".
<p />Chi &egrave; il "politico", Il greco o il "romano", Socrate o Plutarco? (In effetti Finley contrappone i due testi precisamente per escludere dalla sua analisi della politica nel mondo antico la Roma diventata ormai imperiale).
<p />Dobbiamo, come il commentatore del Oikonomikos di Xen. di cui abbiamo <a href="http://urbiloquio.com/kkblog/recensioni/2011/04/socrate_non_capisce_lagricoltu.php" target="_blank">parlato due secoli fa</a>, dichiarare che "il fatto che Socrate rompa i cosi con questioni di 'economia' dimostra che la democrazia ateniese era una finzione letteraria", o riflettere che l'economia si pone come problema della polis precisamente perch&eacute; essa polis &egrave; una democrazia?
<p />Mi &egrave; venuto in mente leggendo questa roba: "[Occupy Wall Street] Sta[] riappropriandosi della democrazia e sta[] difendendone le regole, <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2011/11/19/news/saviano_zuccotti-25247190/" target="_blank">difendendo l'assunto che l'economia debba sottostarvi</a>". Perch&eacute; c'&egrave; da domandarsi che cosa significa, che relazione &egrave; questa di "sottostare" dell'una all'altra: mi pare che l'economia 'sottosta' alla democrazia precisamente quando la democrazia affronta l'economia, quando se la pone come problema soggetto alla pubblica discussione. Non vedo come possa esserci uno 'strapotere dell'economia' che non sia piuttosto una democrazia sospirante come una Mimi dalla gelida manina.
<p />Dice il tipo:" Wall Street, la Gomorra finanziaria d'America". Avevo usato la stessa metafora per descrivere il potere della camorra, ora invece la citt&agrave; biblica &egrave; divenuta simbolo del potere distruttivo della finanza"
<p />ORA invece la citt&agrave; biblica... ORA? This is amazing, perch&eacute; di questa metafora biblica e di molte altre ("Babylon on Hudson", "the scarlet woman of Wall Street", "the four horsemen of Apocalypse" (riferito ai finanzieri Vanderbilt, Fisk, Drew e Gould) abbonda tutta la cultura americana, dalla 'colta' alla popolare, fin dall'inizio degli USA, vedere per esempio S. Fraser, <i>Wall Street: a cultural history</i>, Faber and Faber, 2005. 
<p />E la METAFORA?? Goodness Gracious: la bloody<i> metafora</i>!, encore!
<p />L'interessante di Occupy W.S &egrave; invece precisamente quel processo, quelle due assemblee giornaliere che devono coordinare il lavoro di 'work groups', fare i conti con i prosaici regolamenti cittadini, &egrave; tutta quella attivit&agrave; che &egrave; LA democrazia non tanto per quel che produce di intelligente o di cervellotico, ma per il FATTO del costringersi a <i>lavorare</i> insieme, e di <i>imparare</i> a farlo. Fra l'altro non si vede perch&eacute; non possiate fare questo se non c'&egrave; un guru che dispensa metafore da un palco o da un blog: non potere 'occupare' un pub, come abbiamo detto tempo fa, un'aula, una panchina, un posto qualsiasi, tutti i giorni, quando vi pare?
<p />Ho un po' l'impressione che quando si protesta che "l'economia deve sottostare alla democrazia" alla maniera del giornalista, quel che si dice veramente &egrave;: "la politica deve sottostare ai produttori di metafore".]]>
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    <title>Questa è l&apos;alternativa</title>
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    <published>2011-10-17T11:41:23Z</published>
    <updated>2011-10-17T12:09:48Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Beh, &egrave; evidente che non conosco tutti e 300.000 i manifestanti. Per&ograve; conosco pi&ugrave; o meno direttamente tutte le aree politiche romane e tutte le aree politiche italiane che sono state in piazza oggi.Il dibattito su cosa doveva e non...]]></summary>
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            <category term="Konflitto Sociale" />
    
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        <![CDATA[<p><em style="color: #0000ff">Beh, &egrave; evidente che non conosco tutti e 300.000 i manifestanti. Per&ograve; conosco pi&ugrave; o meno direttamente tutte le aree politiche romane e tutte le aree politiche italiane che sono state in piazza oggi.<br />Il dibattito su cosa doveva e non doveva essere questo 15 ottobre, inoltre, era assolutamente pubblico e aperto.<br />Il movimento ha espresso in questa manifestazione notevoli diversit&agrave; sia politiche sia di iniziativa di piazza. Ed &egrave; giusto che sia cos&igrave;.<br />Il problema &egrave; un altro, e mi sembra rimanga ancora ignorato. E&rsquo; vero, c&rsquo;era una parte del corteo assolutamente contraria alle violenze di piazza, alla conflittualit&agrave; sociale, allo scontro politico, e si &egrave; resa subito manifesta. Nessuno lo nasconde.</em></p>]]>
        <![CDATA[<p><em style="color: #0000ff">Per&ograve; quello che si fa fatica a notare sono le migliaia di persone che hanno partecipato, in differenti modalit&agrave;, al conflitto sociale espresso oggi in piazza. Non erano 100, 200 o 1000 black block, anarchici o come li si voglia etichettare, che hanno preso in ostaggio il corteo per &ldquo;fare casino&rdquo;, ma migliaia e migliaia di persone che hanno deciso di praticare il conflitto sociale in maniera radicale, scontrandosi, cercando di raggiungere i palazzi del potere. Ad un certo punto era piena piazza San Giovanni (!) e piazzale Appio oltre le mura, di giovani che esprimevano il loro dissenso. Roba di 10.000 o 20.000 persone. Saranno stati anche una minoranza, non lo so, ma una *notevole* minoranza, e in particolar modo quella medesima minoranza che in queste settimane ha organizzato il corteo.<br />Se le dirigenze del PD, di SEL, di Attak, dell&rsquo;ARCI o dell&rsquo;IDV si stanno risentendo in queste ore di come &egrave; andata la manifestazione, poco male. Non hanno capito che la violenza di piazza espressa oggi non era solo contro le guardie, ma contro quelle opzione politiche che loro rappresentano. La piazza schifava quei rappresentanti dell&rsquo;alternanza politica PD-L, e che adesso siano offesi degli scontri non fa altro che aumentare la nostra goduria, detto fuori dai denti.</em></p><p><em style="color: #0000ff">Insomma, assolutamente felice di essere condannato da quel blocco politico che &egrave; parte del problema, contro cui si scagliava oggi la rabbia precaria che si &egrave; espressa facendo sobbalzare dalla sedia i vari commentatori politici. Forse non &egrave; abbastanza chiaro, ma il corteo di oggi rappresentava l&rsquo;alternativa anticapitalista al sistema economico che oggi ci governa. Non era solo il corteo contro Berlusconi, contro il PDL o contro le banche. Era anche il corteo contro il PD e tutta l&rsquo;opposizione parlamentare. Se qualcuno non lo ha capito ed &egrave; venuto in piazza lo stesso, peggio per lui. E ripeto, non tutto ci&ograve; che &egrave; successo oggi mi/ci ha convinto, e non sappiamo neanche se sia possibile &ldquo;capitalizzare&rdquo; questa rabbia espressa oggi, trovandogli uno sbocco politico. Ma tant&rsquo;&egrave;, la rabbia si &egrave; espressa, ragioniamo sul domani, su come rendere incanalabile questa rabbia verso un processo politico alternativo a questo sistema. No reiterando i soliti clich&egrave; fra i bravi manifestanti pacifici e i cattivi (o gli infiltrati) manifestanti col cappuccio in testa.</em> </p><p style="color: #0000ff">Alessandro &ndash; Collettivo Militant</p><p>Non c'&egrave; bisogno di commenti. Il resto lo trovate su questo ineffabile <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5599">post </a>e nei suoi illuminanti interventi. Ce ne sono di notevoli anche in questo <a href="http://www.francescocosta.net/2011/10/17/i-black-bloc-non-esistono/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+Francescocosta+%28francescocosta.net%29">post</a> di Costa (specie quello di Ugo delle 12.35).</p>]]>
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    <title>Comunismo biologico</title>
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    <published>2011-07-18T10:12:36Z</published>
    <updated>2011-07-18T10:34:26Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[F.CIMATTI, Naturalmente comunisti, Milano, 2011&nbsp;Che il comunismo sia stato declinato nei modi pi&ugrave; vari &egrave; cosa nota, basti pensare ai vari comunismi &lsquo;umanistici&rsquo;, &lsquo;scientifici&rsquo; ecc. che hanno riempito gli scaffali fino agli anni Ottanta del novecento. Ma appunto si trattava...]]></summary>
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            <category term="Fuffologia" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[<p><span>F.CIMATTI, <em><u>Naturalmente comunisti</u></em>, Milano, 2011<br /></span><span><span>&nbsp;</span></span></p><p><span><span>Che il comunismo sia stato declinato nei modi pi&ugrave; vari &egrave; cosa nota, basti pensare ai vari comunismi &lsquo;umanistici&rsquo;, &lsquo;scientifici&rsquo; ecc. che hanno riempito gli scaffali fino agli anni Ottanta del novecento. Ma appunto si trattava di un fenomeno che appariva esaurito con le ultime battute del &lsquo;secolo breve&rsquo;. Ultimamente invece la moda sembra riemergere, come dimostrano il comunismo &lsquo;ermeneutico&rsquo; in arrivo con l&rsquo;ultimo libro di Vattimo e appunto con il comunismo &lsquo;linguistico&rsquo; del libro di Cimatti che qui si commenta. <br /></span><span>Lo scopo del libro di Felice Cimatti &egrave;, n&eacute; pi&ugrave; n&eacute; meno, dimostrare che esiste un modo <em>naturale</em> di vivere per gli esseri umani, che il mondo attuale, cio&egrave; il capitalismo, non glielo consente, e quindi deve essere abbandonato, e che &egrave; possibile per gli uomini cominciare a vivere in modo conforme alla propria natura, precisamente nel senso che &ldquo;<em>la vita naturale&hellip; &egrave; quella che il filosofo Kal Marx chiama &lt;&lt;comunismo&gt;&gt;</em>&rdquo; (p. 1).<br /></span><span>Il modo migliore, e quindi l&rsquo;unico accettabile, di rendere giustizia a questo libro &egrave; quello di affrontarlo all&rsquo;altezza delle sue ambizioni, per comprendere se e in quale misura sia riuscito a dimostrare i suoi assunti.<br /></span></span></p>]]>
        <![CDATA[<span>Cimatti comincia con il problema dell&rsquo;esistenza o meno di una &lsquo;natura umana&rsquo;, e il suo esame prende le mosse da due teorie contrapposte. Una, cio&egrave; la psicologia evoluzionistica, o sociobiologia (rappresentata da Wilson e Pinker), sostiene che una natura umana esiste, ed essa &egrave; fissa e immutabile; l&rsquo;altra, che invece &egrave; dovuta a Gehlen, sostiene che una natura umana non esiste, in quanto l&rsquo;uomo sarebbe privo di istinti e privo di specializzazioni (come vedremo, la teoria di Cimatti della natura umana &egrave; una particolare versione della teoria di Gehlen). Secondo Cimatti, peraltro, le due teorie, pur opposte nel modo di procedere e nei presupposti, arrivano a conclusioni identiche, vale a dire a ritenere &lsquo;giuste&rsquo; le istituzioni presenti nel mondo attuale (la prima perch&eacute; queste istituzioni sarebbero conformi agli istinti &lsquo;naturali&rsquo; dell&rsquo;uomo, la seconda perch&eacute; esse supplirebbero all&rsquo;innata carenza di istinti nell&rsquo;uomo): p. 31. In realt&agrave;, a ben vedere entrambe le posizioni risultano viziate in pari misura dal fatto di passare inavvertitamente dal piano dell&rsquo;essere a quello del dover essere, cio&egrave; dal livello descrittivo a quello normativo: infatti, ammesso e non concesso che la conformit&agrave; agli istinti o la creazione artificiale di istituzioni che suppliscano all&rsquo;assenza di istinti naturali sia necessaria alla sopravvivenza dell&rsquo;umanit&agrave;, questo non ci dice ancora nulla circa la bont&agrave; (o la giustizia) di questi particolari assetti, istintuali o istituzionali che siano, non solo perch&eacute; non tutto ci&ograve; che &egrave; necessario &egrave; buono o &egrave; giusto, ma anche perch&eacute; la stessa nozione di &lsquo;bene&rsquo; o di &lsquo;giusto&rsquo; presuppone l&rsquo;assenza di necessit&agrave;. L&rsquo;obiezione di Cimatti, invece (dato che, come vedremo meglio in seguito, il nostro autore non &egrave; particolarmente sensibile al vecchio argomento di Hume), &egrave; che entrambe le teorie giungono alla conclusione che un solo tipo di vita &egrave; possibile (p. 34); e siccome per Cimatti &egrave; essenziale &ndash; bench&eacute; la ragione di tale essenzialit&agrave; non venga spiegata &ndash; preservare una modalit&agrave; di vita in cui &ldquo;<em>tutto diviene possibile</em>&rdquo;, &egrave; giocoforza cercare la natura umana in un&rsquo;altra direzione. <br /></span><span>Quest&rsquo;altra direzione, a cui &egrave; dedicato il secondo capitolo (senza dubbio il pi&ugrave; felice del libro), &egrave; il linguaggio. <span>&nbsp;</span>La libert&agrave;, che poi equivale secondo Cimatti all&rsquo;esperienza della possibilit&agrave; (che ci&ograve; che &egrave; cos&igrave; potrebbe essere diversamente), dipende dal fatto che l&rsquo;umanit&agrave; possiede la capacit&agrave; di usare una lingua: e poich&eacute; &ldquo;<em>questa capacit&agrave; &egrave; fissata nella nostra dotazione biologica, e quindi l&rsquo;esperienza del possibile rientra nella natura umana</em>&rdquo;, allora &ldquo;<em>propriamente </em>questa<em> &egrave; la natura umana</em>&rdquo; (p. 35). La capacit&agrave; linguistica dell&rsquo;umanit&agrave; si basa sulla propriet&agrave; biologica che Chomsky ha chiamato &ldquo;infinit&agrave; discreta&rdquo;, vale a dire la capacit&agrave; degli esseri umani di creare infinite espressioni a partire da un numero finito di elementi (p. 39). La differenza con le capacit&agrave; linguistiche degli animali sono molto chiaramente espresse e risultano illuminanti: in particolare, l&rsquo;uomo &egrave; capace di &ldquo;pensare concetti che nessuno ha mai prima incontrato&rdquo;, in quanto i limiti della capacit&agrave; linguistica umana non coincidono con i limiti dell&rsquo;ambiente fisico circostante (come accade per le api, che con la loro danza non possono indicare nulla che non sia presente in prossimit&agrave;), ma sono dati solo dalle possibilit&agrave; combinatorie, virtualmente infinte, della lingua stessa. Ecco perch&eacute; gli esseri umani hanno la capacit&agrave; di &ldquo;<em>pensare cose che nessuno ha mai prima incontrato</em>&rdquo; (p. 42), vale a dire il possibile, ci&ograve; che non &egrave; ancora reale, ci&ograve; che magari non &egrave; mai stato reale. <br /></span><span>Ora, il linguaggio &egrave; intrinsecamente sociale, dato che, come &egrave; ben noto a partire dal secondo Wittgenstein (ma in realt&agrave;, come ha mostrato Rossi-Landi, da ben prima ancora), la regola linguistica ha un senso solo se &egrave; socialmente condivisa e non meramente individuale. Se la natura umana consiste in questa capacit&agrave; biologica che si esprime nella creativit&agrave; linguistica, essa non pu&ograve; non incarnarsi &ldquo;<em>in una lingua determinata</em>&rdquo; e dunque &ldquo;<em>in una comunit&agrave; determinata</em>&rdquo; (p.47: e qui l&rsquo;influsso di Rossi-Landi, pur non citato, sembra evidente) e inoltre che &ldquo;<em>il possibile, la creativit&agrave; &egrave; una opportunit&agrave; individuale solo perch&eacute; mediata da un mezzo sociale&hellip; La natura umana si realizza attraverso gli altri, non &egrave; dentro di me. L&rsquo;essenza umana &egrave; sociale</em>&rdquo; (p. 44).<br /></span><span>Il capitolo 2.2 appare bizzarro e autocontraddittorio (non sembra particolarmente sensato, in un libro volto a spiegare che un certo assetto &egrave; desiderabile perch&eacute; naturale, spiegare che la distinzione tra naturale e culturale &egrave; arbitraria e &ldquo;<em>improduttiva</em>&rdquo; e che invece ad essere interessante &egrave; la continua &ldquo;<em>negoziazione del confine</em>&rdquo; tra il naturale e il culturale: p. 52).<span>&nbsp; </span>Ma a questo punto il problema &egrave; che comunit&agrave; si forma a partire dalla infinit&agrave; discreta. Il confronto con le comunit&agrave; animali, in cui l&rsquo;individuazione avviene &ldquo;prima e al di fuori<em> della comunit&agrave;</em>&rdquo;, porta a concludere che negli uomini invece &ldquo;<em>avviene </em>dopo e all&rsquo;interno<em> di essa</em>&rdquo; (p. 59). Il piccolo di uomo diviene uomo appena sa prendere la parola in mezzo ai suoi simili e difendere la sua opinione; sicch&eacute; l&rsquo;individuazione &egrave; intrinsecamente sociale, non si &egrave; uomo che nella comunit&agrave; degli uomini. Correlativamente, la capacit&agrave; di pensare il possibile implica un apporto creativo e sempre nuovo di ogni singolo parlante alla comunit&agrave;: in questo modo, &ldquo;<em>&egrave; proprio l&rsquo;uguaglianza biolinguistica che produce, inesorabilmente, la diversit&agrave; e il conflitto</em>&rdquo; (p. 61). Ne segue altres&igrave; che la politica &egrave; una dimensione fondamentale dell&rsquo;individualit&agrave; umana: riprendendo una nota tesi di Ranci&egrave;re, Cimatti sostiene che la politica trova la sua ragion d&rsquo;essere nel fatto che la comunit&agrave; umana e ciascun ordine sociale non ha alcun fondamento, &egrave; assolutamente contingente (p. 61); e diviene cos&igrave; &ldquo;<em>l&rsquo;azione biologica fondamentale in cui l&rsquo;umano, ogni umano, prende la parola e la propone alla comunit&agrave; perch&eacute; gli venga riconosciuto il diritto di avere diritto alla parola</em>&rdquo; (p. 62). Il diniego di questo diritto alla parola d&agrave; luogo alla forma estrema di conflitto, e di conseguenza &ldquo;il conflitto non rappresenta allora l&rsquo;eccezione, bens&igrave; la fisiologia delle comunit&agrave; umane perch&eacute; ci sar&agrave; sempre qualcuno a cui la parola non viene riconosciuta&rdquo; (p. 62).<br /></span><span>Vediamo adesso queste formulazioni a cosa conducono in termini di assetti politici, economici, sociali: perch&eacute; rimane ancora da spiegare la connessione tra tutto questo e il comunismo. Abbiamo visto che per Cimatti la natura umana &egrave; la capacit&agrave; linguistica, e pi&ugrave; precisamente la infinit&agrave; discreta, che a sua volta significa apertura al possibile e intrinseca socialit&agrave;. Cimatti comincia spiegandoci che la distinzione naturale/artificiale &egrave; inutile &ldquo;<em>se davvero vogliamo comprendere la natura umana</em>&rdquo; (p. 69): il che, oltre a essere un discreto ossimoro, &egrave; paradossale in un contesto in cui si sta difendendo precisamente la tesi per cui un certo assetto &egrave; auspicabile perch&eacute; &ldquo;naturale&rdquo;. Ma il fatto che la distinzione non sia agevole, o sia magari inutile, tra il becco dell&rsquo;uccello e la pelliccia indossata dall&rsquo;eschimese non autorizza comunque Cimatti, una pagina appresso, ad annettere disinvoltamente al &ldquo;naturale&rdquo; tutto ci&ograve; che l&rsquo;uomo fa, incluse le relazioni sociali (p. 70). Se abbiamo eliminato, per quanto riguarda l&rsquo;uomo, ogni distinzione tra ci&ograve; che &egrave; naturale e ci&ograve; che non lo &egrave;, viene anche meno ogni valore attribuibile alla naturalit&agrave;. E&rsquo; certamente giusto sostenere che, differenza degli strumenti, il lavoro &egrave; &ldquo;<em>specificamente umano</em>&rdquo; (p. 74): questa &egrave; una delle acquisizioni pi&ugrave; importanti del materialismo storico. Ma dire, come fa Cimatti, che l&rsquo;uomo &egrave; &ldquo;<em>un animale </em>naturalmente artificiale<em>&hellip; ma &egrave; anche </em>artificialmente naturale&rdquo;, non risulta fruttuoso (p. 76). L&rsquo;uomo &egrave; &ldquo;<em>radicalmente storico-sociale</em>&rdquo;: e a questo punto Cimatti si chiede: &ldquo;<em>si diventa umani soltanto grazie alle relazioni storico-sociali che si intrattengono con gli altri membri della comunit&agrave; umana. Che ne &egrave;, invece, di un sistema economico in cui l&rsquo;umano viene presentato come un individuo originariamente isolato e autonomo? In cui &egrave; possibile un </em>possesso privato<em> di queste stesse relazioni storico-sociali? In cui, anzi, la societ&agrave; viene vista come un ostacolo che si frappone fra l&rsquo;individuo e la sua piena realizzazione?</em>&rdquo; (p. 77) Sono, come si vede, domande serie, e che meritano una risposta seria. Che per&ograve;, come vedremo, non verr&agrave; da Cimatti, che non si accorge di trapassare insensibilmente e continuamente dalla considerazione di un sistema economico o di una societ&agrave; alla considerazione della teoria o ideologia di quel sistema economico o di quella societ&agrave; (nulla impedisce di negare la teoria dell&rsquo;individuo ontologicamente autonomo e di accogliere quella di un individuo originariamente sociale, continuando ad accettare l&rsquo;attuale sistema economico; n&eacute; la teoria economica stessa, neanche nelle sue versioni pi&ugrave; &lsquo;liberiste&rsquo;, &egrave; obbligata ad accettare un individualismo metodologico di qualsiasi tipo; anzi a dire il vero formulazioni politiche di tipo quanto mai avanzato e radicale sono venute gi&agrave; sulla base di un individualismo estremo, basti pensare per es. a Bentham), come pure non si avvede della difficolt&agrave; - che &egrave; logica almeno quanto pratica - di postulare un &ldquo;possesso privato&rdquo; di relazioni storico-sociali (la propriet&agrave;, per es., &egrave; certamente una relazione storico-sociale: ma &egrave; difficile immaginare come si faccia a &ldquo;possedere&rdquo; la propriet&agrave;, pi&ugrave; di quanto si possa possedere per es. il linguaggio). Come vedremo meglio appresso, il vero problema di Cimatti, e di altre critiche analoghe al capitalismo, &egrave; che non si avvedono che non basta individuare gli elementi ideologici delle teorie per cambiare le strutture, o in altri termini, che per poter superare il capitalismo non basta dire &ldquo;il mio discorso non &egrave; ideologico perch&eacute; si basa<span>&nbsp; </span>sulla consapevolezza di questo o quel dato di fatto che l&rsquo;ideologia borghese non comprende&rdquo;, ma occorre anche essere in possesso di una teoria alternativa del funzionamento del sistema economico. Senza una teoria alternativa, si potr&agrave; forse smontare la macchina, ma difficilmente se ne potr&agrave; costruire un&rsquo;altra migliore. E il fatto &egrave; che Cimatti non ce l&rsquo;ha.<br /></span><span>I capitoli successivi sono un nuovo arpeggiare sul tema: l&rsquo;uomo &egrave; sociale e &ldquo;<em>ci&ograve; che rende umano l&rsquo;Homo sapiens si trova al di fuori del suo corpo</em>&rdquo; (p. 88), ma senza troppi sviluppi. Qua e l&agrave; emerge altres&igrave; il concetto che anche il corpo umano &egrave; un corpo sociale (p. 89). Anche dire che &ldquo;<em>la specie umana &egrave; adattata al linguaggio</em>&rdquo; (p. 90) e che il rapporto fra esseri umani e forme culturali &egrave; un rapporto di &ldquo;<em>coevoluzione</em>&rdquo; (p. 92) non sembra faccia fare passi grossi avanti al discorso. La tesi rimane che siccome la lingua &egrave; un fatto sociale e l&rsquo;uomo si evolve socialmente, e i fatti sociali non possono esistere senza il corpo dell&rsquo;animale uomo (p. 98), esisterebbero tuttavia dei casi in cui la relazione coevolutiva fra uomo e fatti sociali &ldquo;<em>si spezza</em>&rdquo;. Quali sono? Finch&eacute; il nesso tra individuo e societ&agrave; viene mantenuto, scrive C, &ldquo;<em>la vita non soltanto pu&ograve; essere possibile ma pu&ograve; anche approssimarsi alla condizione di vita giusta, come pu&ograve; essere giusto, appunto, seguire l&rsquo;inclinazione naturale di un organismo vivente</em>&rdquo; (p. 100); ma se questo nesso si rompe, allora si ha una vita &ldquo;<em>in qualche modo </em>innaturale&rdquo;. Precisamente ci&ograve; accade in due casi (entrambi secondo C caratteristici dell&rsquo;odierno capitalismo): quando l&rsquo;individuo si appropria delle risorse pubbliche, e quando i &lsquo;fatti sociali&rsquo; si staccano dalla &ldquo;relazione coevolutiva&rdquo; con gli uomini proponendosi come realt&agrave; autonome e distinte (si tratta, in quest&rsquo;ultimo caso, chiaramente della nozione di alienazione marxiana). Prima per&ograve; C avverte il bisogno di fare i conti con una teoria della natura umana diametralmente opposta, quella di Hobbes: per cui l&rsquo;uomo non &egrave; un animale sociale, per cui la socialit&agrave; &egrave; una costrizione ed &egrave; tollerabile solo in forza dell&rsquo;introduzione dell&rsquo;ordine e della legge (prima della quale non esiste giustizia). C innanzitutto sembra trarre troppo direttamente conclusioni sugli esiti politici a partire dalla concezione della lingua (che non pare essere cos&igrave; importante in Hobbes); ma quel ch&rsquo;&egrave; peggio, assume con eccessivo automatismo che da una teoria individualista dell&rsquo;uomo derivino determinate conseguenze politiche (v. p. 102-105). Di fatto, l&rsquo;individualismo &egrave; comune a Hobbes e<span>&nbsp; </span>Locke ma la loro visione della societ&agrave; e del corpo politico &egrave; diametralmente opposta; anzi &egrave; comune anche a un pensatore quanto mai avanzato e radicale come Bentham; n&eacute; l&rsquo;adozione di un concetto come quello di contratto sociale, al contrario di quel che C pensa (p. 104), implica determinate conseguenze politiche, visto che ne fanno uso anche i pensatori liberali e Rousseau. Aggiungo che la teoria del <em>bellum omnium contra omnes</em> di Hobbes non sembra cos&igrave; lontana dalla teoria della necessit&agrave; del conflitto pacificamente ammessa dallo stesso C partendo dall&rsquo;ipotesi, opposta, della naturale socialit&agrave; dell&rsquo;uomo. Ma ne segue allora che da una determinata concezione antropologica non discende alcuna necessaria conseguenza in teoria politica. A ci&ograve; si aggiunga che la stessa teoria della &lsquo;naturalit&agrave;&rsquo; sviluppata in precedenza da C rende difficile sostenere che &ldquo;<em>un conto &egrave; affermare che sia naturale questa o quella proposizione etica, un altro affermare che nella natura umana sia contenuto un dispositivo biologico, l&rsquo;&rsquo;infinit&agrave; discreta&rsquo;, le cui conseguenze implicano naturalmente che un certo sistema sociale favorisce&hellip; la possibilit&agrave; di una vita felice, mentre altri sistemi, in particolare quello capitalistico, rendono questo obiettivo irraggiungibile</em>&rdquo; (p. 104): in realt&agrave;, le &lsquo;conseguenze&rsquo; dell&rsquo;infinit&agrave; discreta non sembrano essere n&eacute; univoche n&eacute; chiare, e in effetti, se rammentiamo che infinit&agrave; discreta significa in primo luogo apertura alla possibilit&agrave;, non si vede nemmeno come potrebbero esserlo. Non occorre soffermarsi sulle pagine in cui C afferma, sulla scorta di alcune ricerche di economia sperimentale, che gli esseri umani sono innatamente propensi alla collaborazione: qui infatti si dovrebbe immediatamente aggiungere che questo &egrave; valido a determinate condizioni (cfr. Dasgupta) e che lo stesso accade alla disponibilit&agrave; degli esseri umani di sacrificare il benessere presente a un maggiore benessere futuro. <br /></span><span>Un punto cruciale del libro si trova invece subito appresso, quando C, citando alcune note pagine dei <em><u>Grundrisse</u></em> (che gi&agrave; a suo tempo avevano richiamato l&rsquo;attenzione di Rossi-Landi), afferma che, siccome pacificamente sarebbe assurdo pensare di potersi &lsquo;appropriare&rsquo; la lingua - non esistendo alcuna possibilit&agrave; di un linguaggio privato, e anzi essendo l&rsquo;esistenza di una lingua comune condizione dello stesso sviluppo degli individui, la lingua non &egrave; inventata da nessuno ed esiste gi&agrave; prima della nascita dei singoli &ndash; analogamente sarebbe assurda la propriet&agrave; privata (di qualunque cosa). Questa non &egrave; per&ograve; la ragione per cui la lingua non pu&ograve; essere &ldquo;appropriata&rdquo; dagli individui (ed infatti, come vedremo appresso, &egrave; possibilissimo, anche se magari eventualmente ingiusto, appropriarsi cose che nessuno ha inventato e che esistevano gi&agrave; prima della nostra nascita): la ragione &egrave; invece che una lingua &lsquo;privata&rsquo; non sarebbe affatto una lingua e non servirebbe pi&ugrave; a nessuno, neppure a chi se ne fosse per assurdo appropriato. L&rsquo;assurdit&agrave; dell&rsquo;appropriazione di una lingua sta in questo, che &egrave; del tutto <em>impossibile</em> e perfino <em>contraddittoria</em>. Ma la propriet&agrave; dei beni economici, come dice il Marx dei <em><u>Grundrisse</u></em> e sulla sua scorta ripete C, &egrave; davvero altrettanto assurda? &ldquo;<em>L&rsquo;idea che si possa possedere privatisticamente le condizioni sociali che permettono lo sviluppo individuale &egrave; appunto una vera e propria assurdit&agrave;</em>&rdquo; (p. 112), afferma C.: ma a parte che l&rsquo;avverbio &lsquo;privatisticamente&rsquo; &egrave; qui inserito di soppiatto nell&rsquo;analogia (o omologia, come direbbe Rossi-Landi) &ndash; in realt&agrave; una lingua non pu&ograve; essere &lsquo;posseduta&rsquo; n&eacute; privatisticamente n&eacute; collettivamente n&eacute; in qualunque altro modo, non &egrave; proprio suscettibile di possesso, visto che nessuno pu&ograve; esserne escluso &ndash; &egrave; tutto da dimostrare che i beni economici, prodotto del lavoro umano e oggetto di propriet&agrave; privata, siano &lsquo;condizioni sociali che permettono lo sviluppo individuale&rsquo; non solo nello stesso senso, ma anche in un senso lontanamente analogo a quello in cui lo &egrave; la lingua. E il fatto &egrave; che l&rsquo;argomentazione di C. su questo punto non va oltre<span>&nbsp; </span>lo stratagemma, che &egrave; anche una fallacia, di presupporre proprio quello che andrebbe dimostrato. Infatti quello che segue (&ldquo;<em>io esisto semplicemente perch&eacute;, </em>prima di me e senza alcun mio merito<em>, <span>&nbsp;</span>una preesistente comunit&agrave; mi ha fornito i mezzi <span>&nbsp;</span>materiali e linguistico/cognitivi per diventare umano; il singolo </em>dipende<em> dalle condizioni storico-sociali della sua comunit&agrave;, per cui &egrave; una vera e propria torsione innaturale permettere poi a quello stesso singolo di appropriarsi di quelle condizioni, cio&egrave; di poterle usare in modo esclusivo e privato</em>&rdquo;: p. 112) &egrave; eloquente ma non prova l&rsquo;assunto, dato che &egrave; possibilissimo (e lo vedremo meglio appresso) concedere le premesse continuando a negare la conclusione. Alla fine infatti C. &egrave; costretto alla mera forza dell&rsquo;analogia (&ldquo;<em>se &lt;&lt;la lingua come prodotto di un singolo individuo &egrave; un assurdo&gt;&gt; evidentemente, poich&eacute; ricalca lo stesso schema di appropriazione di qualcosa che non &egrave; proprio, bens&igrave; &egrave; sociale e pertanto indisponibile, &lt;&lt;altrettanto lo &egrave; la propriet&agrave;&gt;&gt; privata delle condizioni storico-sociali dell&rsquo;esistenza<span>&nbsp; </span>umana</em>&rdquo;: p. 113). Null&rsquo;altro verr&agrave; da C., su questo punto invero cruciale, in tutto il resto del libro. Eppure basta riflettere per capire che, a differenza del linguaggio (inappropriabile perch&eacute; l&rsquo;uso che ciascuno ne pu&ograve; fare non esclude minimamente l&rsquo;uso contemporaneo o successivo da parte di altri: se io uso determinate parole per costruire la mia frase, questo non impedisce a chiunque altro di fare lo stesso), per buona parte delle merci la situazione &egrave; completamente diversa (se io mangio una pagnotta, bevo un bicchiere di vino, indosso un abito, guido un&rsquo;automobile, significa che qualcun altro non pu&ograve; mangiare quella pagnotta, bere quel bicchiere, indossare quell&rsquo;auto, guidare quella vettura).<br /></span><span>Libro che subito prende a trattare dell&rsquo;alienazione, nella classica forma della cosificazione dei rapporti sociali. La cosa sconcertante &egrave; che la base dell&rsquo;analisi di C. sia ancora, dopo cos&igrave; tanto tempo, la teoria del valore-lavoro (v. soprattutto alle pp. 130 ss.) e la distinzione fra valore d&rsquo;uso e valore di scambio, per di pi&ugrave; utilizzata, in maniera poco ortodossa (e non &egrave; un caso che i passi cruciali non siano di Marx, quanto di Debord e Baudrillard), per discriminare tra alienazione e non. Il punto di partenza qui &egrave; che ogni merce<span>&nbsp; </span>&ldquo;<em>incorpora lavoro umano</em>&rdquo; (p. 114), sicch&eacute; non &egrave; una &ldquo;<em>cosa</em>&rdquo; nello stesso senso in cui lo &egrave; un sasso o un filo d&rsquo;erba. Si tratta di una ovviet&agrave;, che solo chi come C. non ha grande conoscenza della teoria economica successiva a Marx (non &egrave; un caso che non ve ne sia infatti traccia nella bibliografia) ritiene possa risultare nuova a un economista contemporaneo. Ma soprattutto, &egrave; una ovviet&agrave; da cui non deriva quasi nulla di tutto quello che C. scrive appresso. L&rsquo;analisi della merce (p. 115 ss.) &egrave; esemplare di questo velleitarismo. Una merce &egrave; &ldquo;<em>un oggetto materiale, che qualche corpo umano ha costruito e progettato, e che solo un corpo umano pu&ograve; usare. Tuttavia questo oggetto si presenta a noi soltanto come merce, come cosa che ha un suo prezzo&hellip; Ora, per&ograve;, il prezzo esiste solo perch&eacute; crediamo che esista, soltanto perch&eacute; nel nostro sistema economico-sociale l&rsquo;esistenza degli oggetti in quanto merci appare qualcosa di evidente e immediato</em>&rdquo;. Qui C. sta cercando confusamente di dire che il valore (pi&ugrave; correttamente: l&rsquo;utilit&agrave;) di un bene non &egrave; una propriet&agrave; intrinseca del bene stesso, ma esiste solo nel rapporto tra il bene e l&rsquo;uomo e tra questo e i suoi simili: il che ovviamente apre la strada per una considerazione storico-sociale dell&rsquo;economia. Ma il punto &egrave; che questa considerazione, ben lungi dall&rsquo;essere una scoperta rivoluzionaria che dovrebbe scuotere dalle fondamenta l&rsquo;economia &lsquo;borghese&rsquo;, &egrave; un risultato consolidato della riflessione di quest&rsquo;ultima almeno a partire dai padri del marginalismo (e infatti si ritrova gi&agrave; in Jevons). Ma il fatto che l&rsquo;utilit&agrave; sia un dato soggettivo e non oggettivo (entro certi limiti, peraltro) e quindi sociale non toglie che il <em>prezzo</em> di un bene, cio&egrave; la sua ragione di scambio con gli altri beni, esista anche indipendentemente dalla mia credenza. E&rsquo; qui che entra in gioco la pretesa di C. di usare ancora, a dispetto <span>&nbsp;</span>delle sue ben note manchevolezze, la teoria marxiana del valore-lavoro e della distinzione valore d&rsquo;uso/valore di scambio. C. ci spiega che un oggetto-merce ha un valore d&rsquo;uso; per&ograve;, &ldquo;<em>quando l&rsquo;oggetto compare nel ciclo del lavoro soltanto come merce (cio&egrave; come valore di scambio) i rapporti si invertono. La merce ha di mira non l&rsquo;uso umano che se ne pu&ograve; fare, che in realt&agrave; &egrave; del tutto indifferente, bens&igrave; soltanto la realizzazione di un profitto. Una merce vale non se &egrave; utile, ma se si vende</em>&rdquo; (p. 118). A parte l&rsquo;uso solo deprecatorio e del tutto improprio del termine &lsquo;profitto&rsquo;, qui &egrave; da notare la singolare pretesa (ben poco marxiana, tra parentesi) che una merce abbia valore indipendentemente dalla sua utilit&agrave;. Basterebbe chiedere a C. come faccia a vendersi una merce che non sia utile a nessuno per mettere il dito sulla piaga. Ma C. &egrave; qui probabilmente fuorviato dalla teoria baudrillardiano-debordiana che il capitalismo contemporaneo comporterebbe una eliminazione o emarginazione dell&rsquo;utilit&agrave; delle merci, che sarebbero sempre meno utili perch&eacute; &ldquo;<em>un oggetto che serve a qualcosa &egrave; un oggetto a cui non rinunciamo facilmente, &egrave; un oggetto che non gettiamo subito dopo il suo uso: ma se tutti gli oggetti fossero cos&igrave; l&rsquo;intero apparato produttivo&hellip; si arresterebbe</em>&rdquo; (p. 119). E&rsquo; questa una tesi tanto nuova che la si ritrova negli stessi termini gi&agrave; in parecchi testi del primo ottocento, e tanto fondata che &egrave; gi&agrave; confutata in Bastiat alla met&agrave; dell&rsquo;ottocento (vedi l&rsquo;apologo della &lsquo;finestra rotta&rsquo;): e in effetti basta una minima comprensione del sistema economico e delle componenti del reddito nazionale (o PIL) per rendersi immediatamente conto dell&rsquo;assurdit&agrave; intrinseca di questo genere di teorie. D&rsquo;altra parte occorre ammettere che una volta rappresentato <span>&nbsp;</span>l&rsquo;intero sistema economico come un immenso apparato fantasmatico, una societ&agrave; dello spettacolo (nei termini di Debord), esclusivamente volta a ingannare lo spettatore/consumatore inducendolo a consumare sempre di pi&ugrave; e pi&ugrave; velocemente per stordire la sua fondamentale impotenza a influire in qualche modo sul Sistema (ed &egrave; appunto quello che fa C.: v. in particolare alle pp. 119 ss), <em>sequitur quodlibet</em>. Ma indubbiamente il valore euristico di questo tipo di affermazioni &egrave; ben scarso. Notiamo altres&igrave; due cose. In pi&ugrave; luoghi C. afferma che, contrariamente a quanto dovrebbe logicamente avvenire, nel capitalismo &egrave; l&rsquo;uomo a doversi adattare ai fatti sociali e non viceversa. &ldquo;<em>Il caso del denaro &egrave; esemplare, poich&eacute; da mezzo di scambio e misura diventa entit&agrave; dotata di vita autonoma. Se il corso dell&rsquo;euro, un perfetto esempio di &lsquo;fatto sociale&rsquo; scende io, il corpo che sono, perdo il lavoro, vengo gettato sul lastrico, rischio la stessa vita</em>&rdquo; (p. 116-117). Ma a parte il fatto che questo vale non solo per il denaro o il sistema economico, ma per qualunque &lsquo;fatto sociale&rsquo; esattamente nella stessa misura (il diritto, per esempio, o lo stesso linguaggio: basti qui ricordare le grandi pagine di Tucidide sulle conseguenze molto pratiche della degradazione di una lingua), il problema &egrave; che questo &egrave; accaduto praticamente da quando &egrave; stato inventato il denaro (e qui giunge opportuno ricordare cosa scrive Tacito a proposito di un fenomeno di scarsit&agrave; di moneta ai tempi di Tiberio). Il risultato paradossale &egrave; quindi quello di un richiamo alla storicit&agrave; dell&rsquo;economia che prescinde proprio dalla storia e imputa al capitalismo fenomeni che esistevano anche prima e indipendentemente da esso, anzi indipendentemente da esso. Inoltre, C. sostiene che nella merce il collegamento sociale con la comunit&agrave;, con i fatti sociali, viene perduto, sicch&eacute; il sistema economico appare come un dato naturale, e come tale immutabile; le leggi economiche sarebbero a loro volta immutabili, come le leggi della fisica (v. in particolare p. 121). E&rsquo; questo un luogo abbastanza rituale in certa letteratura marxista, che tuttavia purtroppo va raramente oltre; se lo facesse, ad esempio affrontando seriamente lo studio dell&rsquo;economia &lsquo;borghese&rsquo; nel suo sviluppo storico, scoprirebbe che Marx e il materialismo storico non sono passati invano e che l&rsquo;economia &lsquo;borghese&rsquo; da gran tempo si guarda bene dal considerare i suoi modelli come &lsquo;leggi&rsquo; nel senso delle scienze naturali e il sistema economico come un dato di fatto, astorico e immutabile. E scoprirebbe altres&igrave; che l&rsquo;economia &lsquo;borghese&rsquo; sopravvive egregiamente anche con questa consapevolezza della storicit&agrave; e contingenza del suo campo di studi. A volte un po&rsquo; di umilt&agrave; scientifica non guasterebbe, specie in qualcuno che avverte correttamente (come fa l&rsquo;A nella prefazione) la necessit&agrave; di spezzare gli steccati accademici fra le varie discipline. Infine, facciamo notare<span>&nbsp; </span>a C. che se il valore d&rsquo;uso &egrave; sociale, allora lo &egrave; (e forse anche a maggior ragione) quello di scambio!<br /></span><span>Prescindiamo qui dall&rsquo;analisi, di considerevole incompetenza, del mercato dei derivati di cui l&rsquo;autore si diletta in alcune delle pagine pi&ugrave; confuse e meno documentate del libro (p. 124-125), per concentrarci su punti pi&ugrave; importanti. In un&rsquo;ottima pagina c. esamina l&rsquo;alienazione dell&rsquo;operaio che non trova pi&ugrave; una piena realizzazione nella produzione di merci (p. 122-123): qui per&ograve; 1) non si capisce perch&eacute; l&rsquo;alienazione colpirebbe solo l&rsquo;operaio addetto alla produzione di valori di scambio, visto che in primis non si d&agrave; valore di <span>&nbsp;</span>scambio senza valore d&rsquo;uso, e in secundis non si vede perch&eacute; in questo rispetto la situazione dell&rsquo;operaio moderno sarebbe diversa da quella del bracciante agrario o del salariato antico; e 2) l&rsquo;alienazione &egrave; indubbiamente un problema, e un problema serio, di cui a torto spesso ci si dimentica. Ma proprio perch&egrave; &egrave; un problema serio, &egrave; fatuo e irresponsabile pretendere di liberarsene con giochi di parole e vuoti abracadabra. <br /></span><span>Inoltre, la pretesa che il capitalismo abbia comportato la rottura del nesso coevolutivo fra uomini e fatti sociali resta del tutto ingiustificata: l&rsquo;esempio scelto da C. per dimostrarlo, cio&egrave; appunto il sistema dei derivati, &egrave; singolarmente mal scelto e non prova l&rsquo;assunto. Basti qui osservare che la perdita dei &lsquo;fatti sociali&rsquo; sarebbe un fatto di tale gravit&agrave; da rendere impossibile o difficilissima la vita in societ&agrave; degli uomini, da determinare cio&egrave; la rottura della coesione sociale: ma questo non &egrave; affatto avvenuto &ndash; il che semmai prova la falsit&agrave; della premessa. La citazione di Polanyi a p. 136 ne &egrave; ulteriore dimostrazione.<br /></span><span>L&rsquo;ultimo capitolo del libro &egrave; appunto quello che dovrebbe dare ragione del titolo, del perch&egrave; cio&egrave; il comunismo dovrebbe essere la vita &lsquo;naturale&rsquo; dell&rsquo;uomo. Infatti C. comincia: &ldquo;<em>La sfida del comunismo<span>&nbsp; </span>&egrave; quella di immaginare un modo di vivere adatto alla natura umana</em>&rdquo; (p. 139). Siccome la natura umana &egrave; l&rsquo;infinit&agrave; discreta, cio&egrave; l&rsquo;esperienza del possibile, ne deriva che &ldquo;<em>il modo di vivere definitivamente comunista non pu&ograve; esistere</em>&rdquo;, dato che per definizione un modo di vivere &egrave; solo uno dei possibili modi di vivere. Ammesso questo punto, C. dovrebbe logicamente porsi il problema se abbia senso, su queste basi antropologiche, costruire una societ&agrave; comunista che si rivelerebbe essere nient&rsquo;altro che una incarnazione fra le tante dei vari modi di vita possibili all&rsquo;uomo, e tutti &ndash; per definizione &ndash; ugualmente &lsquo;naturali&rsquo;; potrebbe ad es. una buona volta spiegare cosa intende per comunismo; ma C. si chiede invece se il comunismo (che si continua a non sapere cosa sia) non sia allora semplicemente un&rsquo;utopia. Naturalmente la risposta &egrave; no (come potrebbe altrimenti? non si sa cos&rsquo;&egrave;): l&rsquo;<em>auctoritas</em> stavolta &egrave; Marcuse, per cui com&rsquo;&egrave; noto le possibilit&agrave; di realizzare una societ&agrave; libera gi&agrave; esistono interamente nel presente. Continuiamo per&ograve; a rimanere nell&rsquo;oscurit&agrave; pi&ugrave; totale circa il cosa e il come. Invece di chiarire questi punti fondamentali, che per&ograve; evidentemente a c. non interessano, l&rsquo;autore preferisce lanciarsi in un excursus sul lavoro e sul suo significato per l&rsquo;essere umano (excursus di buona fattura marxiana, ma del tutto superfluo nell&rsquo;economia dell&rsquo;argomento). L&rsquo;unico passo che sembrerebbe avere una qualche attinenza col tema del libro &egrave; quello (p. 145) in cui C. spiega che il lavoro nel capitalismo non &egrave; la realizzazione dell&rsquo;uomo, della sua libert&agrave; e della sua progettualit&agrave;, perch&eacute; il lavoro capitalistico &egrave; puro e semplice sfruttamento. Ma siccome la teoria dello sfruttamento marxiana, che &egrave; basata sulla teoria del valore-lavoro, che &egrave; insostenibile, &egrave; anch&rsquo;essa insostenibile, allora C. dovrebbe spiegare perch&eacute; il lavoro capitalista &egrave; sfruttamento, e perch&egrave; non lo sarebbe quello comunista (ma in quest&rsquo;ultimo caso, C. dovrebbe preventivamente spiegarci cos&rsquo;&egrave; il comunismo e come in esso si svolgerebbe il lavoro). Naturalmente C. non &egrave; in grado di farlo: non lo &egrave; perch&eacute; &egrave; convinto che bastino cose come questa: &ldquo;<em>ci sono due condizioni connesse perch&eacute; il lavoro umano rimanga umano, e quindi rimanga naturale &hellip; 1) che il lavoro mantenga il suo carattere intrinsecamente sociale; 2) che l&rsquo;oggetto prodotto dal lavoro rimanga a disposizione<span>&nbsp; </span>di chi l&rsquo;ha prodotto</em>&rdquo; (p. 152). Proviamo a vedere perch&eacute; questo tipo di argomenti non porta da nessuna parte. Innanzitutto, lo stesso C. ci spiega subito dopo che ogni lavoro, anche quello pi&ugrave; solitario, &ldquo;<em>&egrave; sempre lavoro sociale</em>&rdquo;: ma se ogni lavoro &egrave; sociale, lo &egrave; anche quello capitalistico, e dunque la differenza radicale dovrebbe basarsi sul secondo requisito. Ma anche qui &egrave; difficile immaginare perch&eacute; il lavoro comunistico dovrebbe consentire a chi produce di mantenere a sua disposizione il prodotto del lavoro (salvo che non si stia surrettiziamente tornando a parlare del sovrappi&ugrave; estorto dal capitalista): non tanto perch&eacute; vi sarebbe comunque la necessit&agrave; dello scambio (che giustamente anche per C. non comporta il venir meno della connessione tra produttore e prodotto), quanto perch&egrave; in qualunque tipo di sistema economico esiste pur sempre la necessit&agrave; di produrre beni che non sono affatto intrinsecamente n&eacute; primariamente destinati alla soddisfazione del bisogno di chi li produce (basti pensare a una qualunque infrastruttura, da una strada a un acquedotto) e che pertanto non restano nemmeno a loro disposizione. C. dovrebbe spiegare come e in che modo il lavoro comunista rispetterebbe questa condizione, che nei termini in cui C. l&rsquo;ha formulata non &egrave; mai stata soddisfatta, neanche nell&rsquo;economia pi&ugrave; primitiva. Invece ancora una volta si rifugia nello squarcio lirico: &ldquo;<em>il comunismo rappresenta il ritorno dell&rsquo;umano all&rsquo;uomo, della ricchezza a chi l&rsquo;ha prodotta, della creativit&agrave; al lavoro creativo. In questo senso il movimento del comunismo si inscrive nella biologia umana, perch&eacute; non ha di mira che ripristinare l&rsquo;unit&agrave; dell&rsquo;umano &hellip; Si tratta allora di riportare il lavoro, l&rsquo;attivit&agrave; umana al corpo/mente dell&rsquo;animale della specie Homo sapiens, all&rsquo;animale del possibile. E cos&igrave; ridare spazio al desiderio, a una mancanza che sia effettivamente immaginazione di mondi e modi alternativi rispetto al presente, e pertanto re-immettere l&rsquo;esperienza del tempo nelle nostre vite</em>&rdquo; (p. 153-154). Va benissimo ovviamente, ma come? Se il senso di tutto ci&ograve; &egrave; che si deve eliminare il lavoro salariato (&ldquo;<em>baratto innaturale fra &lt;&lt;lavoro vivo&gt;&gt; e sopravvivenza</em>&rdquo;) e quindi la propriet&agrave; privata dei mezzi di produzione, come si far&agrave; a produrre le stesse cose che produciamo oggi (o magari anche di pi&ugrave;, e comunque meglio) garantendo altres&igrave; il lavoro divenga fine e premio a se stesso, &ldquo;<em>attivit&agrave; umana piena e gratificante</em>&rdquo;? Mistero totale. N&eacute; ovviamente la ispirata pagina finale, che ci annuncia che &ldquo;<em>il comunismo &egrave; quindi il futuro biologico della specie umana</em>&rdquo; (p. 168) &egrave; in grado di gettar lumi sulle sole questioni rilevanti, quelle cio&egrave; che davvero meritava affrontare.<br /></span><span>Ricapitolando: abbiamo un libro la cui prima parte attiene alla ricerca della natura umana, e una seconda che intende mostrare che solo il comunismo &egrave; in grado di consentire all&rsquo;uomo di vivere in conformit&agrave; con la propria natura. Ma tra le due parti non c&rsquo;&egrave; alcun rapporto. C. non ci spiega perch&eacute; vivere in conformit&agrave; con la natura umana sarebbe un bene, n&eacute; cosa significhi vivere in conformit&agrave; con una natura umana che a ben vedere consiste poi nell&rsquo;apertura alla possibilit&agrave; e che dunque finirebbe per essere compatibile con una infinita pluralit&agrave; di assetti. La prima questione conduce evidentemente dritti dritti alla fallacia naturalistica, o meglio al passaggio dal piano dell&rsquo;essere a quello del dover essere (gi&agrave; denunciato da Hume) &egrave; consapevole del rischio, e nell&rsquo;introduzione se ne libera con caratteristica sprezzatura (i fatti oggettivi non esistono, il passaggio dai fatti ai valori &egrave; ineliminabile, tutto &egrave; opinione e &ldquo;<em>la stessa distinzione fra fatti e valori pu&ograve; essere vista come uno dei corollari del primato della ragione economica</em>&rdquo;, p. 9). Non ci sembra che il rischio sia stato adeguatamente considerato. Quanto alla seconda parte, da qualcuno che afferma senza perifrasi che il capitalismo &egrave; un virus o un&rsquo;infezione, che gli economisti sono solo sacerdoti del capitale e che godono oggigiorno di un &ldquo;<em>incomprensibile rispetto</em>&rdquo;, e che perdipi&ugrave; invoca (giustamente) l&rsquo;indagine interdisciplinare (&ldquo;<em>se il dipartimento di Economia &egrave; in un edificio diverso da quello di Antropologia o di Filosofia, bene, tanto peggio per la divisione in dipartimenti</em>&rdquo;), ci aspetteremmo che non solo conosca i fondamenti delle discipline in questione, ma anche e soprattutto sia al corrente delle ricerche interdisciplinari che da molti decenni sono state intraprese (e che in particolare economisti, antropologi, sociologi e antichisti hanno avviato senza attendere il permesso di Cimatti). Ci aspetteremmo inoltre che chi invoca il comunismo abbia alle spalle una riflessione che, pur non dimenticando Marx, tenga conto come minimo del fatto che la teoria economica ha fatto parecchi passi avanti, e ci sappia, se non proprio spiegare in dettaglio, almeno far capire in linea di massima come funzionerebbe l&rsquo;economia comunista. Ma tutto ci&ograve; manca assolutamente. Rimane dunque inevitabile concludere che questo libro &egrave; l&rsquo;ennesimo fallimento di una filosofia che pretende di trarre le mosse dall&rsquo;intero sviluppo storico delle scienze dell&rsquo;uomo ma che in realt&agrave; ignora gran parte delle cose pi&ugrave; importanti prodotte nel settore negli ultimi cinquant&rsquo;anni, e in particolare di economia conosce (a dispetto dei suoi burbanzosi motti contro la divisione in dipartimenti) solo i testi che vengono normalmente spiegati nel corso di laurea in filosofia. Una filosofia che &egrave; inspiegabilmente convinta che evocare in toni commossi un futuro radioso implichi averne dimostrato la possibilit&agrave; ed anzi l&rsquo;inevitabilit&agrave;, pur a prezzo di inammissibili fallacie logiche.<br /></span><span>E&rsquo; bello credere, di tanto in tanto, che il passaggio dal regno della necessit&agrave; a quello della libert&agrave; sia a portata di mano. Ma arrivarci &egrave; purtroppo un duro lavoro. Abbattere il capitalismo &egrave; un fine legittimo, ma non ci si arriver&agrave; mai se si continuano a riciclare slogan e rimasticare venerande teorie del passato e se si continua, soprattutto, a chiudere gli occhi dinanzi al presente e dinanzi agli strumenti teorici che soli consentono di capirlo e, dunque, soli permetteranno anche di cambiarlo. La rivoluzione, insomma, come diceva quello, non &egrave; un pranzo di gala. Purtroppo, questo libro &egrave; tutt&rsquo;altro che un passo nella giusta direzione.<br /></span>]]>
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    <title>Monsieur Vanderputte</title>
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    <published>2011-06-18T23:00:00Z</published>
    <updated>2011-06-19T10:56:45Z</updated>
    
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        <name>Francesca</name>
        
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        Les affaires étaient bonnes, malgré le départ des Americains et les bruits de lutte contre le marché noir. Mais ces bruits défaitistes ne nous troublaient pas. Le moment venu, &quot;on fera face&quot;, comme disait le vieux Vanderputte. Pour le moment les choses ne marchaient pas si mal que ça. Le pays manquait de tout. Les gens achetaient n&apos;importe quoi, à n&apos;importe quel prix.
        <![CDATA[<p />- Jeune homme, permettez-moi de vous donner un conseil: élevez-vous au dessus de tout. Planez, jeune homme! Planez, ouvrez vos ailes, projetez tous vos petits problèmes dans l'infini, dans l'astral, dans la métaphysique et vous verrez aussitôt apparaître les véritables proportions de toute chose qui sont, jeune homme, infinitésimales. Je dis bien...
<br>  Il leva un doigt<br>
- ... in-fi-ni-té-si-males! La trahison, l'héroïsme, le crime, l'amour, tout cela, jeune homme, avec de la perspective, avec de l'horizon, devient littéralement émouvant par son insignifiance. Zéro! ça n'existe pas!
<br>  Il se pencha un peu vers moi.<br>
- <i>Le tout,</i> jeune homme, <i>est de faire les choses à une échelle, et puis de les contempler à une autre</i>! Prenons, par example, le responsabilité. C'est gros, c'est lourd, c'est dur à porter, la responsabilité, hein? Mettons que vous ayez empoisonné toute une famille avec, si vous le voulez bien, des champignons. Naturellement, si vous regardez cela en tant qu'homme et poussière, vous vous sentez très abattu, vous avez des remords, vous ne touchez plus jamais aux champignons. Mais élevez un peu le débat, élevez-vous par l'esprit, ouvrez vite les horizons, collez-vous, jeune homme, dans le système solaire et regardez la Terre en bas: vous ne sentez plus rien. Plus de responsabilité, plus de champignons, plus d'hommes du tout - une sorte de buée, peut-être, voilà ce qu'elle devient, l'humanité, vue d'en haut par la lunette métaphysique, une sorte de buée et qu'on efface très facilement, croyez-moi. Vous vous sentez d'un seul coup léger et absolumet irresponsable et vous pouvez faire n'importe quoi, jeune home - je dis bien: n'importe quoi! Pas besoin de préciser. La voilà bien, la vraie liberté. Vous ne sentez rien, une sorte de bienveillance, peut-être, rien, zéro, e Gange, jeune homme, le Gange, le Nirvana! Quand vous serez plus grand et que vous sentrez parfois, à des chatouillements étranges, que votre responsabilité est engagée, n'hesitez pas! <a href="http://content.slowfood.it/upload/0ce90991c716df7e87ed1bce19ccecd6/files/118bvx.pdf" target="_blank">élevez le débat</a>. Je vous recommande, dés maintenant, l'étude de la métaphysique comme passe-temps et justification. Une societé comme la nôtre, avec ses magnifiques réalisations, ses installations sanitaires, est toute baignée de cette métaphysique - le Gange, je vous dis! - elle la boit par tous ses pores, et quand elle ne la boit pas, elle la sécrète. Personnellement, je sécrète la métaphysique du matin au soir pour mes petits besoins personnels - et quand je suis bien imbibé, je suis hereux. Mais coupez-moi de la métaphysiquem et qu'est-ce qui reste?<br>
  Il aussa les épaules
<br>-Je vous le demande, qu'est-ce qui reste? Un vieux bonhomme, passible des tribunaux correctinnels, de la cour d'assises, je ne sais pas, moi. Entre la police et la métaphysique, il faut choisir.
<p /><p /><i>Romain Gary, "Le grand vestiaire", 1948.</i>]]>
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    <title>La Vittoria di Bersani</title>
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    <published>2011-06-13T15:16:30Z</published>
    <updated>2011-06-13T17:41:28Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[L'aereo descriveva larghi cerchi sopra Ciampino, una pece nera e ondulante ricopriva la met&agrave; del terreno di atterraggio....]]></summary>
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        <name>Francesca</name>
        
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            <category term="Ironia &amp; Leggerezza" />
    
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        <![CDATA[L'aereo descriveva larghi cerchi sopra Ciampino, una pece nera e ondulante ricopriva la met&agrave; del terreno di atterraggio.]]>
        <![CDATA[<p>Civati si chin&ograve; verso Bersani ed esclam&ograve; mostrandola </p><p>- Che folla! </p><p>Bersani guard&ograve; a sua volta; parl&ograve; per la prima dopo la loro partenza da Monaco: </p><p> - Sono venuti a rompermi la faccia. </p><p>Civati non protest&ograve;. Bersani scroll&ograve; le spalle: </p><p>- Li capisco. </p><p>L'aereo si era posato. Bersani usc&igrave; faticosamente dalla carlinga e mise il piede sulla scala; era pallido. Ci fu un clamore enorme e le persone si misero a correre, sfondando il cordone di polizia, rovesciando le barriere. Gridavano &quot;Viva la Repubblica!, Viva l'Acqua Pubblica!. Portavano bandiere e bouquets, era la festa. </p><p>Bersani si era arrestato sul primo gradino; li guardava con stupore. Si gir&ograve; verso Civati e disse fra i denti: </p><p>- Les cons! </p><p>&nbsp;</p><p> <em>Jean-Paul Sartre, &quot;Le Soursis&quot;, 30 settembre 1938.</em></p><p><em>Bersani et Alt, <a href="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/pdf/16PDL0047780.pdf" target="_blank">Proposta di Legge</a> - Disposizioni per il governo delle risorse idriche e la gestione del servizio idrico integrato&quot;,&nbsp; 16 Novembre 2010</em><br /></p>]]>
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    <title>Prezzi e politica</title>
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    <published>2011-06-13T00:03:10Z</published>
    <updated>2011-06-13T00:05:10Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[-E&rsquo; pronto a riprendere?- disse un assistente, suggerendo&nbsp; che Emil avesse interrotto la riunione per ore invece che per minuti. Forse la sua lunga esperienza col ministro gli consentiva di scoprire la pi&ugrave; piccola quantit&agrave; di impazienza in Kosygin: Emil...]]></summary>
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        <name>Karlkraus</name>
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            <category term="How do we do this?" />
    
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        <![CDATA[<span>-E&rsquo; pronto a riprendere?- disse un assistente, suggerendo<span>&nbsp; </span>che Emil avesse interrotto la riunione per ore invece che per minuti. Forse la sua lunga esperienza col ministro gli consentiva di scoprire la pi&ugrave; piccola quantit&agrave; di impazienza in Kosygin: Emil non riusciva a vederne alcuna, anche se<span>&nbsp; </span>quel che riusciva a vedere era abbastanza brutto.<br /></span><span>-Ci stava dicendo, Professore &ndash; disse Kosygin, - come abbiamo sbagliato tutto-.<br /></span><span>-Certo che no -<br /></span><span>-Bene- disse Kosygin, - perch&eacute; a quel che vedo io, la decisione cos&igrave; come gliel&rsquo;abbiamo esposta non contiene praticamente nulla che lei non abbia raccomandato. Questo sarebbe un momento singolare per cambiare la sua opinione, non crede?- Gli assistenti ghignarono. Lui si mise a contare sulla sua mano pallida. &ndash; Un tasso d&rsquo;interesse per permettere al beneficio futuro delle decisioni d&rsquo;investimento di essere correttamente scontate. S&igrave;. Un modo nuovo di calcolare i profitti d&rsquo;impresa che include un canone per l&rsquo;uso di macchinari e risorse. S&igrave;. Il compimento del piano da basarsi sui profitti e non sulla produzione fisica. S&igrave;. Tutte idee promosse dal suo gruppo. Allora cos&rsquo;&egrave; che non le piace? In quale stupidit&agrave; pensa che siamo caduti?-<br /></span>]]>
        <![CDATA[<span>-Nessuna, Ministro. Certo che no- disse Emil. &ndash; Queste sono tutte eccellenti applicazioni dell&rsquo;economia matematica-.<br /></span><span>-Molte grazie- disse Kosygin. Gli assistenti risero.<br /></span><span>-E&rsquo; solo che manca qualcosa: qualcosa di essenziale-.<br /></span><span>-S&igrave;? Prosegua-.<span>&nbsp; </span><br /></span><span>-Be&rsquo;-disse Emil, cercando di non salire in cattedra,- &egrave; una questione di&hellip; razionalit&agrave;. Perch&eacute; &egrave; vantaggioso spostare la pianificazione dalla quantit&agrave; della produzione di un&rsquo;impresa<span>&nbsp; </span>al profitto ottenuto? Perch&eacute; il profitto &egrave; una migliore misura di quanto &egrave; utile il prodotto dell&rsquo;impresa, come pure di quanto efficiente &egrave; il lavoro dell&rsquo;impresa. Come ha detto il nostro Leonid Vitalevic, &lsquo;un piano ottimale &egrave; per definizione un piano profittevole&rsquo;-.<br /></span><span>-S&igrave;, s&igrave;- disse Kosygin, -La discussione &egrave; vinta, proceda. Qual &egrave; la sua preoccupazione?-<br /></span><span>-La mia preoccupazione, signor Ministro, &egrave; che questo &egrave; vero solo a certe condizioni. Il profitto d&agrave; una indicazione razionale di successo solo se &egrave;, esso stesso, generato dalla vendita dei beni a prezzi razionali. Noi diremo alle imprese di massimizzare i loro profitti. Allo stesso tempo gli diremo di fornire i beni che i clienti richiedono. Ma il fatto &egrave; che potranno fare entrambe queste cose nello stesso tempo solo se i beni che hanno la maggiore domanda siano prezzati cos&igrave; da dare il maggiore profitto: altrimenti, esse avranno la scelta fra dare ai clienti quello che essi vogliono senza ottenere il livello di profitti di piano, oppure raggiungere l&rsquo;obiettivo di profitto di piano dando ai clienti i beni pi&ugrave; profittevoli, sia che li vogliano o no. Il profitto &egrave; razionale solo se &egrave; razionale il prezzo. Le faccio un esempio- disse Emil, e sfogli&ograve; il suo taccuino, con le dita che lasciavano tracce di umidit&agrave; agli angoli. &ndash; Prenda l&rsquo;esperimento alle fabbriche Bolshevickha e Mayak l&rsquo;anno scorso. C&rsquo;&egrave; stata una relazione a gennaio sulla <em>Ekonomicheskaya Gazeta</em>-<br /></span><span>-L&rsquo;ho letta-.<br /></span><span>-Ovviamente, Ministro. Allora si ricorder&agrave; forse la sezione sui profitti. Durante i sei mesi in cui le fabbriche produssero solo quello che i negozi ordinavano, le vendite aumentarono, ma i profitti in realt&agrave; sono diminuiti, confrontati ai sei mesi precedenti. Nella fabbrica Bolshevickha, da 1.66 milioni di rubli a 1.29; nella fabbrica Mayak, da 3.15 milioni a 2.3. E come nota la relazione, questo non &egrave; accaduto per via di alcun difetto nel lavoro delle due fabbriche. E&rsquo; stato interamente un fenomeno di fissazione irrazionale dei prezzi. E&rsquo; venuto fuori, per esempio, che abiti da uomo praticamente identici &ndash; la stessa taglia, fatti della stessa stoffa &ndash; avevano prezzi notevolmente diversi-.<br /></span><span>-Davvero vuole parlare dei prezzi dei pantaloni?- chiese Kosygin. Gli assistenti ricominciarono a ridere, ma egli alz&ograve; una mano per fare silenzio, e riprese. &ndash; Io non ci vedo qui un problema serio, Professore. Queste sono le piccole difficolt&agrave; del cambiamento da un manuale a un altro; certo, e nulla pi&ugrave;. Potranno magari produrre un po&rsquo; di montagne russe per un breve periodo, ma la revisione dei prezzi prevista per il &rsquo;67 li sistemer&agrave;. Pu&ograve; star sicuro che quando l&rsquo;Ufficio Prezzi<span>&nbsp; </span>rivedr&agrave; i prezzi all&rsquo;ingrosso e al dettaglio terr&agrave; tutto questo in considerazione. E&rsquo; per questo che c&rsquo;&egrave; il periodo di rodaggio. Adesso, andiamo avanti. Qual &egrave; la prossima voce della sua, ehm, critica?-<span>&nbsp; </span><br /></span><span>-Mi spiace- disse Emil tenacemente, - ma devo insistere su questo punto. La fissazione irrazionale dei prezzi non &egrave; una difficolt&agrave; transitoria. E&rsquo; un problema fondamentale. Pensavo che questo fosse inteso. Non si risolver&agrave; da s&eacute;, e non pu&ograve; essere affrontato dall&rsquo;Ufficio Prezzi. Ci sono centinaia di migliaia di merci nelle classificazioni specificate. Come pu&ograve; una commissione &ndash; mi perdoni, come pu&ograve; anche la commissione meglio informata arrivare a sapere quale prezzo per tutta quella miriade di cose rifletter&agrave; il vero stato della possibilit&agrave; di produrre ciascuna di esse, e il reale bisogno di ciascuna di esse? E&rsquo; impossibile, &egrave; del tutto impossibile. E le conseguenze non sono banali! Se gli amministratori hanno solo i profitti a guidarli, ma i prezzi non gli danno informazioni attendibili circa le priorit&agrave; globali del piano, le priorit&agrave; globali del piano non saranno raggiunte. La produzione finir&agrave; per andare Dio sa dove-.<br /></span><span>-Ci abbiamo pensato- disse uno degli assistenti. &ndash; Ecco perch&eacute; stiamo modificando il sistema dalla-produzione-all&rsquo;-ordine prima di estenderlo all&rsquo;intera economia. Selezioni dettagliate continueranno a giungere dai clienti, ma il volume totale della produzione delle imprese verr&agrave; ora determinato dal Gosplan-.<br /></span><span>-Cosa?- disse Emil. <br /></span><span>-Il volume totale della produzione verr&agrave; fissato dal Gosplan, e i materiali grezzi verranno centralmente allocati, come prima-.<span>&nbsp;&nbsp; </span><br /></span><span>-Ma&hellip; questo distrugge l&rsquo;intero obiettivo della riforma- disse Emil, le cui mani si erano levate tutte da sole e erano ora aggrappate alla nuda sommit&agrave; della sua testa, come se l&rsquo;incredulit&agrave; potesse scoperchiare il suo cranio, se egli non l&rsquo;avesse trattenuto.<br /></span><span>-Che diavolo vuol dire con questo?- disse Kosygin. Il suo viso era troppo impassibile per essere sbalordito, ma le sue sopracciglia si erano alzate; e intorno a lui, gli assistenti esibivano sbigottimento.<br /></span><span>-Ministro- disse Emil. &ndash;Ministro! Se reimponete un controllo di quel genere, avrete un sistema le cui componenti lottano una con l&rsquo;altra. Parte del sistema incoragger&agrave; gli amministratori a ragionare in termini di profitto, e parte di esso li incoragger&agrave; a pensare nella vecchia maniera, a impadronirsi dei materiali costino quel che costino. E essi sapranno di non poter fare entrambe le cose, cos&igrave; cercheranno di capire cosa &egrave; pi&ugrave; importante. Si diranno, &lsquo;Il profitto &egrave; carinissimo, ma se dobbiamo fermare la catena perch&eacute; l&rsquo;alluminio &egrave; finito, saremo in guai grossi&rsquo;. Cos&igrave; concentreranno i loro sforzi sui problemi di fornitura, e gli elementi di riforma del sistema si sparpaglieranno e moriranno. Cadranno come una pelle di serpente, Ministro-.<br /></span><span>-Professore, Professore- disse Kosygin. &ndash; Questo &egrave; un po&rsquo; isterico, non trova? Ci sono sempre molteplici fattori da considerare per un amministratore. E&rsquo; un mondo complicato. E lei stesso ammette che<span>&nbsp; </span>qualche tipo di guida &egrave; necessario, se no non &egrave; detto che produrranno quel che richiede il piano-.<br /></span><span>-S&igrave;- disse Emil disperatamente, - ma volevo dire, dargli una guida significa dargli prezzi che abbiano senso. Abbiamo lavorato su questo, Ministro. La matematica &egrave; chiara. E&rsquo; perfettamente fattibile calcolare un prezzo per ogni prodotto che riflette il suo valore per il piano. Allora tutto quello che l&rsquo;amministratore deve fare &egrave; fare il massimo profitto che pu&ograve;, a quei prezzi, e il suo prodotto &egrave; garantito che sar&agrave; in accordo col piano. E&rsquo; automatico! Pensavo- disse ancora, -che questo fosse assodato-.<br /></span><span>Le sue mani erano scese dalla testa, e facevano grandi gesti ferventi mentre parlava: non molto urbano. Le mani di Kosygin erano anch&rsquo;esse alzate, battendo le dita di una mano su quelle dell&rsquo;altra. Ma non disse niente.<br /></span><span>-E&rsquo; vero- disse Emil, -che i prezzi dovranno essere attivi. Bisogner&agrave; che vengano ricalcolati frequentemente-<br /></span><span>-Come i prezzi in una economia di mercato- disse uno degli assistenti.<br /></span><span>-No!-disse Emil. &ndash;Questa sarebbe un&rsquo;alternativa a un&rsquo;economia di mercato. I prezzi rappresenterebbero una genuina utilit&agrave; sociale. E calcolarli sarebbe assolutamente alla portata della tecnologia esistente. Abbiamo il software pronto! O almeno, gran parte. Questo non &egrave; come lo schema di Glushkov- si ferm&ograve;. Erano apparsi sorrisi sulle facce degli assistenti che rendevano orribilmente chiaro che, per loro, la fissazione ottimale dei prezzi era proprio come lo schema di Glushkov.<br /></span><span>Tap, tap, tap, facevano le dita di Kosygin. Poi disse:<br /></span><span>-E&rsquo; una bellissima idea. Molto astuta. Ma non pratica. Non una proposta seria-.<br /></span><span>-Ma lei non l&rsquo;ha neanche presa in considerazione- disse Emil, pensosamente. &ndash; Non &egrave; vero?-<br /></span><span>-Veda di cambiar tono, Professore- disse Kosygin seccamente. &ndash;Io non le rispondo-. Gli assistenti sibilarono. La bocca di Kosygin, che si era assottigliata ad una linea, si curv&ograve; in alto nel suo sorriso. Le sue guance si gonfiarono. &ndash;Davvero, come possiamo prenderla in considerazione?- continu&ograve;, come se Emil dovesse essere capace di cogliere l&rsquo;assurdit&agrave; dell&rsquo;idea. &ndash;Come potremmo mai prenderla sul serio quando lei ci dice che dovremmo lasciare che una macchina svolga un lavoro cos&igrave; delicato come decidere i prezzi?-<br /></span><span>-Ma all&rsquo;interno dei limiti che voi fissate nel piano!-<br /></span><span>-Bah- disse Kosygin. &ndash;Come se la gente poi darebbe la colpa alla macchina invece che a noi, quando improvvisamente<span>&nbsp; </span>si raddoppiasse il prezzo dell&rsquo;olio combustibile a dicembre. Spiacente, no. Dobbiamo semplicemente proseguire il meglio possibile coi prezzi che abbiamo. Non spezzeremo un sistema che funziona per ottenere qualche piccolo teorico guadagno di efficienza. Ora, <em>andiamo avanti</em>. Non so perch&eacute; lei se la prende cos&igrave; tanto per questo particolare dettaglio del sistema, e non me ne importa molto. So che non voglio sentire altro su questi dannati prezzi. Vada avanti-.<br /></span><span>-Non &egrave; un dettaglio- disse Emil, con distrutta ostinazione. &ndash;I prezzi sbagliati rovineranno tutto-.<br /></span><span>Kosygin sospir&ograve;.<br /></span><span>-Oh, professore- disse. &ndash;Lei non ha idea di quel che i prezzi sbagliati possono fare-.<br /></span><span>-Non ne ho idea?- esclam&ograve; Emil. &ndash;Io non ho idea?-<br /></span><span>Gli assistenti trattennero il fiato.<br /></span><span>-Penso che sia meglio che lei se ne vada- disse Kosygin, lento e fermo e calmo come un ghiacciaio.<br /></span><span>(F.Spufford, <em><u>Red Plenty</u></em>, London, 2010, p. 288-293) <span>&nbsp;</span><br /></span>]]>
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    <title>Contro l&apos;omologazione</title>
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    <id>tag:karlkraus.urbiloquio.com,2011:/recensioni//2.880</id>
    
    <published>2011-05-23T07:04:31Z</published>
    <updated>2011-05-23T07:32:34Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[G.CLARK, L&rsquo;economia della preistoria, Roma-Bari, Laterza, 1992Si &nbsp;tratta di una raccolta di scritti del grande archeologo inglese, che coprono un arco di tempo che va dal 1945 al 1976. Gli argomenti &nbsp;ovviamente sono i pi&ugrave; vari; a me sono interessate...]]></summary>
    <author>
        <name>Karlkraus</name>
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            <category term="Storia" />
    
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        <![CDATA[<p>G.CLARK, <em><u>L&rsquo;economia della preistoria</u></em>, Roma-Bari, Laterza, 1992</p><p>Si <span>&nbsp;</span>tratta di una raccolta di scritti del grande archeologo inglese, che coprono un arco di tempo che va dal 1945 al 1976. Gli argomenti <span>&nbsp;</span>ovviamente sono i pi&ugrave; vari; a me sono interessate soprattutto le cose che seguono.</p>]]>
        <![CDATA[<p>- Scrive C. che &ldquo;<em>quello che soprattutto limitava le possibilit&agrave; di vita dei cacciatori&hellip; era la natura della loro economia</em>&rdquo;. Di fatto, l&rsquo;economia di pura predazione non consente di procedere oltre il &ldquo;<em>cerchio chiuso dello stato selvaggio</em>&rdquo; e &ldquo;<em>avanzare verso la civilt&agrave; letterata</em>&rdquo; (p. 81-83): lo stesso progresso tecnologico giunse grazie all&rsquo;aumento della popolazione reso possibile, a sua volta, dalla nascita dell&rsquo;addomesticamento.<span>&nbsp; </span>Se &egrave; vero che anche la societ&agrave; di caccia/raccolta &egrave; una societ&agrave; &ldquo;produttiva&rdquo;, allo stesso titolo di quella agricola (p. 160), la differenza reale fra le due societ&agrave; consiste nella ben diversa potenzialit&agrave; produttiva della seconda: &ldquo;<em>la differenza essenziale tra cacciatori-raccoglitori e agricoltori consiste esattamente nel potenziale molto maggiore rispetto sia alla densit&agrave; di popolazione che alo sviluppo sociale delle societ&agrave; le cui economie sono sostanzialmente basate su piante e animali domestici</em>.&rdquo; (p. 160) Nessuna societ&agrave; di caccia/raccolta pu&ograve; accrescere se non marginalmente la propria efficienza: invece l&rsquo;agricoltura &ldquo;<em>ha mantenuto la sua promessa di un&rsquo;espansione continua dei raccolti e anche della popolazione</em>&rdquo;. E siccome, alla fin fine, &ldquo;<em>la capacit&agrave; di sopravvivenza di una societ&agrave; dipende dalla sua capacit&agrave; di nutrire i propri membri</em>&rdquo; (p. 160), &egrave; in ultima analisi proprio questo aspetto che spiega il successo delle societ&agrave; agricole. Perch&eacute; si &egrave; passati da una societ&agrave; di caccia-raccolta (che era poco efficiente e senza possibilit&agrave; di sviluppo, ma tutto sommato richiedeva poca fatica) a una agricola, senza dubbio molto pi&ugrave; produttiva ma pi&ugrave; impegnativa (dato che, come si esprime felicemente C., richiedeva &ldquo;<em>l&rsquo;addomesticamento del contadino stesso</em>&rdquo;, p. 181)? &ldquo;<em>La risposta pi&ugrave; breve &egrave; che questo era il prezzo della sopravvivenza.&rdquo;</em> <span>&nbsp;</span>Gli sviluppi economici e tecnologici erano vantaggi adattativi, che conferivano un vantaggio evolutivo a chi li adottava e penalizzavano chi non lo faceva. &ldquo;<em>Solo nelle remote retroguardie che una volta costituivano l&rsquo;interesse degli antropologi<span>&nbsp; </span>era possibile rimanere qualche tempo senza rigenerarsi. Oggi quasi anche l&rsquo;ultimo rifugio &egrave; stato accerchiato. Sulle montagne della Nuova Guinea, uomini che soltanto una generazione fa<span>&nbsp; </span>polivano tranquillamente le loro asce di pietra oggi si affannano a mettere croci su schede elettorali e a registrarsi per le tasse</em>&rdquo; (p. 183). So much per i primitivisti di ritorno&hellip; </p><p>- Un altro filone della ricerca di C. riguarda <span>&nbsp;</span>la nascita e lo sviluppo delle manifestazioni culturali &ldquo;superiori&rdquo;: questo &egrave; un discorso particolarmente interessante. C. sostiene che &ldquo;<em>nessuna societ&agrave; dipendente esclusivamente dalla caccia e dalla raccolta ha mai intrapreso una pi&ugrave; ampia esperienza di civilizzazione</em>&rdquo; (p. 180-181). E la cosa interessante &egrave; che le societ&agrave; di caccia e raccolta erano societ&agrave; ugualitarie e non<span>&nbsp; </span>gerarchiche, mentre le societ&agrave; agricole e stanziali si mostrano immediatamente, all&rsquo;occhio dell&rsquo;archeologo (tipi di costruzioni, forme dell&rsquo;insediamento, ecc.), come estremamente stratificate e gerarchiche. Ebbene, secondo C. solo queste societ&agrave; gerarchiche sono state capaci di produrre &ldquo;<em>culture elevate</em>&rdquo;- dove per elevate C. intende quelle societ&agrave; in cui i comportamenti delle classi superiori, e i manufatti dei quali esse si servono, sono &ldquo;<em>pi&ugrave; marcatamente differenti da quelli dell&rsquo;uomo preistorico</em>&rdquo; (p. 189). Nota C. che questi manufatti (e questi comportamenti) si riscontrano solo nelle societ&agrave; agricole, quindi dopo la rivoluzione neolitica. Non solo: anche nelle societ&agrave; agricole, questa differenza si riscontra solo nelle classi superiori: i comportamenti quotidiani e i manufatti usati dalle classi inferiori sono rimaste, per secoli , pressoch&eacute; allo stesso livello di quelli dei popoli primitivi. &ldquo;<em>L&rsquo;archeologia rivela che i pi&ugrave; bei manufatti <span>&nbsp;</span>prodotti dall&rsquo;uomo, le pi&ugrave; superbe e diverse incarnazioni della sua umanit&agrave;, furono create per celebrare i sistemi sociali<span>&nbsp; </span>fondati sulla gerarchia e sull&rsquo;inuguaglianza</em>&rdquo; (p. 189). Non &egrave; tutto: secondo C., se non ci fosse stata la disuguaglianza, questo sviluppo (che &egrave; anche differenziazione e articolazione) culturale non ci sarebbe stato. Le classi basse continuano a produrre e usare manufatti del tutto analoghi, e non sempre migliori, di quelli dei cacciatori-raccoglitori. Anzi, C. sostiene che il progressivo miglioramento dei beni a disposizioni delle classi inferiori &egrave; un sottoprodotto della crescente abilit&agrave; e specializzazione degli artigiani dediti a soddisfare la clientela pi&ugrave; elevata: &ldquo;<em>la misura in cui gli artigiani pi&ugrave; abili erano specializzati <span>&nbsp;</span>e si concentravano sulla produzione degli oggetti pi&ugrave; ricchi per un numero relativamente ristretto di persone ag&igrave; come un elemento di stimolo di innovazione,di arricchimento, non soltanto per i ranghi superiori, ma per tutti coloro per i quali i nuovi tipi di manufatti o motivi decorativi<span>&nbsp; </span>venivano ad un certo momento desunti dall&rsquo;alto</em>&rdquo; (p. 251). Senza le classi elevate, questi oggetti non sarebbero mai stati prodotti: &ldquo;<em>se le classi dominanti non avessero amato il lusso e la sofisticazione, e non fossero state in grado di attrarre le capacit&agrave; dei produttori, queste cose&hellip; non sarebbero mai esistite</em>&rdquo; (p. 252).</p><p>- Da ci&ograve; derivano, secondo C., delle conseguenze ben precise, alcune delle quali suoneranno certamente <span>&nbsp;</span>abbastanza contro intuitive agli orecchi di molti. Intanto, &ldquo;<em>il mito che l&rsquo;uomo medio avrebbe manifestato creativit&agrave; culturale o avrebbe contribuito a una rapida innovazione se solo ne avesse avuta l&rsquo;opportunit&agrave; &egrave; molto meno pericoloso, ma non meno errato, del presupposto che ne sarebbe stato capace se solo fosse stato libero dalle limitazioni della gerarchia sociale</em>&rdquo; (p. 251). <span>&nbsp;</span>Il progresso culturale, la diversificazione, sono il prodotto della gerarchia. Viceversa, la societ&agrave; industriale (che &egrave; assai MENO gerarchica delle precedenti) produce inevitabilmente una crescente <em>omologazione</em>. E questa omologazione (nono solo dei prodotti manufatti, ma di tutta la cultura) ci riporta rapidamente a una condizione subumana, &lsquo;naturale&rsquo;, preistorica (p. 254): omologazione e regresso vanno a braccetto. Perch&eacute;? I prodotti <span>&nbsp;</span>industriali, standardizzati, hanno un intrinseco vantaggio di prezzo rispetto a quelli fatti a mano, che diventano troppo costosi; e siccome &ldquo;<em>la tendenza all&rsquo;uniformit&agrave; si applica non solo a societ&agrave; diverse ma alle classi al loro interno</em>&rdquo; (p. 254), si finiranno per produrre sempre pi&ugrave; solo prodotti standardizzati <u>anche per le &eacute;lites</u>. Anche i ricchi infatti finiscono per essere inibiti dal consumare oggetti completamente diversi da quelli usati dal resto della societ&agrave; (qui si vede che C. scriveva all&rsquo;inizio degli anni Settanta). <span>&nbsp;</span>In altre parole, l&rsquo;uguaglianza recata all&rsquo;uomo dalla societ&agrave; industriale &egrave; pericolosa perch&eacute; ci riconduce, un po&rsquo; alla volta, ma inesorabilmente, alla vita preistorica, o a qualcosa di ancora peggio. La conclusione &egrave; cos&igrave; eloquentemente esposta da C.: &ldquo;<em>mentre per lunghi periodi di tempo il corso dell&rsquo;evoluzione sociale &egrave; stato benigno, in quanto ha promosso la diversit&agrave; arricchendo in tal modo l&rsquo;umanit&agrave;, noi siamo ora in una nuova fase della storia del mondo, nella quale le tendenze prevalenti sono maligne e addirittura minacciano di porre fine all&rsquo;avventura narrata dall&rsquo;archeologia. Il nostro futuro &egrave; in pericolo da quando ai nostri giorni i concetti e le tecniche della scienza moderna hanno ingoiato il mondo. Se non sapremo tener stretti i valori definiti dalla nostra storia, saremo ridotti non ad uno stadio primigenio e quindi ancora pieno di speranza, non a una condizione preumana, quanto piuttosto subumana. <span>&nbsp;</span>Se il nostro scopo comune &egrave; quello di migliorare la nostra vita, la nostra luce guida deve certamente essere la qualit&agrave; e non la quantit&agrave;, la gerarchia e non l&rsquo;uguaglianza, la diversit&agrave; piuttosto che l&rsquo;omogeneit&agrave;</em>&rdquo; (p. 260). Pensate a questo memento, quando sentite i decrescenti<span>&nbsp; </span>pi&ugrave; o meno felici, gli slow fooders, i verdi ecc. parlare di perdita di biodiversit&agrave;, omologazione, qualit&agrave; vs. quantit&agrave; e altri simili argomenti: vedete qui da dove vengono e dove portano, se chi li usa &egrave; intellettualmente onesto e non si vergogna di riconoscersi per quello che &egrave;, cio&egrave; un reazionario. <span>&nbsp;</span><span>&nbsp;</span></p>]]>
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    <title>Le donne nelle società primitive</title>
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    <published>2011-05-09T07:15:24Z</published>
    <updated>2011-05-09T07:25:42Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Il saggio di Evans-Pritchard che d&agrave; il titolo al volume &egrave; del&nbsp; 1955; solo di questo parler&ograve;. Parte dalla considerazione che tutte le analisi del ruolo e della posizione della donna nelle societ&agrave; primitive a quella data si basavano su...]]></summary>
    <author>
        <name>Karlkraus</name>
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            <category term="Antropologia" />
    
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        <![CDATA[<span>Il saggio di Evans-Pritchard che d&agrave; il titolo al volume &egrave; del<span>&nbsp; </span>1955; solo di questo parler&ograve;. Parte dalla considerazione che tutte le analisi del ruolo e della posizione della donna nelle societ&agrave; primitive a quella data si basavano su dati lacunosi e, soprattutto, su alcuni pregiudizi (da quelli di classe degli antropologi stessi, alla convinzione &lsquo;evoluzionistica&rsquo; delle societ&agrave; umane, per cui alla base della scala c&rsquo;era la scimmia femmina e in cima la signora vittoriana). Il punto &egrave; che ogni analisi del genere parte dal paragone tra la posizione della donna nella societ&agrave; primitiva e nella nostra societ&agrave;. Ma il paragone nasconde molte insidie.<span>&nbsp; </span>Intanto, c&rsquo;&egrave; il problema di cosa si debba considerare: la posizione giuridica o la posizione &lsquo;reale&rsquo;? EP cita con approvazione Lowie, secondo cui<span>&nbsp; </span>i rapporti uomo-donna coinvolgono molti aspetti diversi e privilegiarne uno &egrave; pericoloso; <span>&nbsp;</span>sicch&eacute; &ldquo;<em>da un punto di vista teorico, infatti, il kirghiso musulmano pu&ograve; divorziare dalla moglie a suo piacimento, mentre in pratica lo fa soltanto assai di rado. Il pensiero metafisico cinese, per es., associa il principio femminile dell&rsquo;universo al male e per di pi&ugrave; lo status giuridico della donna &egrave; di completa inferiorit&agrave;. Questo non ha mai impedito per&ograve; ad un gran numero di donne di stabilire una loro supremazia al&rsquo;interno del nucleo domestico semplicemente imponendo la loro<span>&nbsp; </span>personalit&agrave; n&eacute; ha impedito loro di assumere un ruolo determinante nella letteratura e negli affari pubblici.</em> (p. 32)&ldquo; Una posizione, come si vede, alquanto discutibile.&nbsp;<span>&nbsp;</span></span>]]>
        <![CDATA[<p>Ma subito dopo EP dice una cosa che invece &egrave; giustissima: &ldquo;<em>chiedersi se la posizione della donna nelle societ&agrave; primitive sia superiore o inferiore a quella che ha da noi non &egrave; forse la domanda pi&ugrave; utile. Se invece ci chiediamo sotto quali aspetti differiscano, &egrave; pi&ugrave; probabile allora che si possa riuscire a sapere qualcosa di nuovo, non solo sulle societ&agrave; primitive, ma anche sulla nostra</em>&rdquo;. (p. 33-34) DUna prima cosa da chiarire, &egrave; che bisogna astrarre dalle differenze che attengono non alla donna in quanto tale, ma alla donna in quanto membro di una societ&agrave; arretrata (rispetto alla nostra). <span>&nbsp;</span>Il punto &egrave; cruciale, perch&eacute; &ldquo;<em>gran parte di ci&ograve; che si pu&ograve; affermare sulla vita delle donne primitive dipende dal fatto che esse sono membri di societ&agrave; caratterizzate da una tecnologia e <span>&nbsp;</span>un&rsquo;economia <span>&nbsp;</span>semplici pi&ugrave; che dal fatto di essere donne, sicch&eacute; diventa difficile fare un paragone (&hellip;) E&rsquo; evidente che un&rsquo;aborigena dell&rsquo;Australia si trova in condizioni pi&ugrave; difficili e conduce una vita sociale pi&ugrave; limitata di quella delle nostre sorelle e delle nostre figlie; d&rsquo;altronde la stessa cosa vale per l&rsquo;aborigeno rispetto ai nostri fratelli e ai nostri figli</em>&rdquo; (p. 35). Ricordiamolo per il prosieguo.</p><p>Una delle differenze principali, continua EP, &egrave; che praticamente non esistono donne adulte che non siano sposate. Questo, unitamente all&rsquo;arretratezza economico-tecnologica, determina una concentrazione totale della vita della donna nell&rsquo;attivit&agrave; domestica. Questa &egrave; senza dubbio la differenza principale. Le donne da noi possono (in linea di massima) scegliere cosa fare, se sposarsi o no, se avere figli o no, se avere un lavoro o comunque svolgere un&rsquo;attivit&agrave; extradomestica o no; per la donna &lsquo;primitiva&rsquo; la scelta non c&rsquo;&egrave;. Per&ograve;, aggiunge EP, &ldquo;<em>anche se dal nostro punto di vista la possiamo considerare in una posizione di svantaggio, essa non si sente affatto in una tale posizione e neppure invidia agli uomini tutto ci&ograve; che noi descriviamo come privilegio di questi ultimi. In questo senso essa non desidera che le cose siano diverse da come sono</em>&rdquo; (p. 36). Anzi, sarebbe probabilmente stupita di sapere che da noi tante donne restano nubili e senza figli. Certo, il fatto che tutte si sposino &egrave; facilitato anche dall&rsquo;esistenza della poligamia. Veniamo quindi al nucleo dell&rsquo;argomento di EP: il confronto si pu&ograve; fare<span>&nbsp; </span>solo fra status femminili comparabili. Non possiamo paragonare la posizione della donna nell&rsquo;industria con quella della donna primitiva, perch&eacute; &ldquo;<em>i popoli primitivi non posseggono nulla di paragonabile all&rsquo;industria moderna</em>&rdquo; (p. 37). Invece lo status femminile nel matrimonio e nella famiglia sono comparabili. E&rsquo; questo che EP si accinge appunto a fare. </p><p>Il gran numero di figli dipende non solo dall&rsquo;assenza di pratiche anticoncezionali, ma anche dal fatto che il numero di figli &egrave; considerato un vantaggio. Un&rsquo;altra cosa che manca nelle societ&agrave; primitive &egrave; quello che EP chiama &ldquo;amore romantico&rdquo;: l&rsquo;amore, almeno come lo consideriamo noi, non &egrave; affatto fondamentale nel matrimonio primitivo. Nessuno, in altre parole, si aspetta di sposare l&rsquo;uomo o la donna che ama, e quel che &egrave; pi&ugrave; importante, nessuno considererebbe questo peggiore del nostro tipo di aspettative sul matrimonio (EP commenta: come minimo, nessuno pu&ograve; essere &lsquo;deluso&rsquo; da un matrimonio privo di queste aspettative). Un altro commento incidentale molto interessante &egrave; il richiamo alla polemica di Malinowski con la psicoanalisi: la psicoanalisi si fonda su osservazioni di pazienti cresciuti in un ambiente familiare molto particolare, completamente diverso da quello esistente in altre parti del mondo. Anche senza bisogno di scomodare le societ&agrave; matrilineari (come quelle studiate da Malinowski), le differenze con i rapporti genitori-figli europei sono abissali anche in quelle patrilineari. Per es., finita l&rsquo;infanzia, il figlio maschio delle societ&agrave; primitive esce subito dall&rsquo;ambito di influenza della madre, mentre la figlia femmina rimane sotto il controllo esclusivo della madre, e il padre (almeno fino al matrimonio, che deve combinare) &ldquo;<em>dimostra scarso interesse per gli affari della figlia</em>&rdquo;. Di conseguenza, &ldquo;<em>la figura della madre troppo possessiva nei confronti del figlio e quella della figlia tropo emotivamente legata al padre non sembra che siano presenti nella famiglia primitiva; cos&igrave; pure non sembrano presenti tutti i diversi scompensi cui tali figure danno luogo, o per lo meno essi sono presenti solo in misura relativa</em>&rdquo; (p. 39). So much per i complessi d&rsquo;Edipo e d&rsquo;Elettra. </p><p>Un&rsquo;altra differenza importante da considerare &egrave; quella che EP chiama &ldquo;<em>la relativa mancanza d&rsquo;intensit&agrave; nei rapporti familiari esistenti fra i popoli primitivi</em>&rdquo;, differenza che &egrave; da attribuire ai sistemi di parentela. Nei popoli primitivi non c&rsquo;&egrave; nulla di simile alla piccola famiglia nucleare europeo-occidentale: le comunit&agrave; familiari sono larghissime e c&rsquo;&egrave; un nutrito gruppo di persone che un bambino pu&ograve; chiamare&rsquo;padre&rsquo;, &lsquo;madre&rsquo;, &lsquo;fratello&rsquo; e &lsquo;sorella&rsquo;: non pu&ograve; quindi esistere alcun sentimento di &lsquo;esclusivismo familiare&rsquo; come da noi. (Che non vuol dire, ovviamente, che i figli in una societ&agrave; primitiva piangano meno dei nostri la morte di un genitore) (p. 40).</p><p>Inoltre, una differenza macroscopica &egrave; che &ldquo;<em>i sessi non interferiscono ininterrottamente l&rsquo;uno nelle attivit&agrave; dell&rsquo;altro</em>&rdquo;, specie fra coniugi. C&rsquo;&egrave; in particolare una divisione sessuale del lavoro estremamente netta (una in casa, l&rsquo;altro fuori); ma anche al di l&agrave; delle attivit&agrave; lavorative, la vita sociale dei due sessi non &egrave; comune (gli uomini fanno certe cose, le donne altre). Pu&ograve; darsi che questo riduca &ldquo;<em>lo spirito di intima comunanza fra uomini e<span>&nbsp; </span>donne</em>&rdquo;; per&ograve;, secondo EP, &ldquo;<em>si ha un minore confondersi delle personalit&agrave;, e una minore perdita di quelle che sono le caratteristiche distintive di ciascun sesso che, in una certa misura, fra le altre ragioni, derivano dalla loro differenziazione, almeno per certi aspetti, e dal loro esclusivismo sociale</em>&rdquo; (p. 40-41). </p><p>Ora, come funziona l&rsquo;autorit&agrave; nella famiglia? Nelle societ&agrave; primitive, &ldquo;<em>sono gli uomini che invariabilmente detengono il potere</em>&rdquo;. L&rsquo;autorit&agrave; maritale, nella pratica, &egrave; limitata da tradizioni, convenzioni, e dai molti modi che una moglie pu&ograve; utilizzare per influenzare il marito; ma come tale non &egrave; mai messa in discussione da nessuno. Non &egrave; certo cos&igrave; in Inghilterra. Ma, si chiede EP, pu&ograve; dirsi questo un miglioramento per la donna inglese? Forse no, perch&eacute;, posto che un certo livello di conflittualit&agrave; nella famiglia &egrave; inevitabile, &ldquo;<em>nel caso dei primitivi, questi conflitti rimangono maggiormente in superficie e agiscono entro un ambito pi&ugrave; ristretto, perch&eacute; non costituiscono una sfida radicale alla posizione detenuta dall&rsquo;uomo e non abbracciano, come accade da noi, quasi tutte le attivit&agrave; (&hellip;) facendo s&igrave; che l&rsquo;ampiezza del loro eventuale disaccordo si estenda sempre pi&ugrave; fino a includere tutta la vita sociale di una famiglia</em>&rdquo; (p. 42-43). Insomma, dove le differenze di <em>status</em> fra i sessi sono nette, i conflitti tendono a essere depotenziati. Da noi non &egrave; cos&igrave; perch&eacute; la posizione della donna ha subito un rapido cambiamento, a partire (almeno in Inghilterra) dalla Rivoluzione Industriale.</p><p>E&rsquo; proprio questo il punto: la maggior parte delle differenze sottolineate da EP non esistono solo tra la societ&agrave; inglese odierna e le societ&agrave; primitive, ma anche fra la societ&agrave; inglese odierna e quella preindustriale. &ldquo;<em>A quel tempo infatti, proprio come nelle societ&agrave; primitive, i genitori non limitavano il numero dei figli, la gente non considerava l&rsquo;amore romantico come l&rsquo;unico fondamento del matrimonio e i legami di parentela avevano una parte pi&ugrave; importante che non oggi nella vita di una persona; inoltre le donne (eccetto che per alcune minoranze urbane&hellip;.) si occupavano quasi interamente delle loro faccende domestiche mentre l&rsquo;uomo era il capo della famiglia e n&eacute; la moglie n&eacute; i figli avrebbero messo in discussione la sua autorit&agrave; anche se talvolta la osteggiavano</em>&rdquo; (p. 44). <span>&nbsp;</span>I mutamenti nella posizione della donna moderna sono dovuti &ldquo;<em>ai rivolgimenti tecnologici e sociali avvenuti nel secolo scorso o gi&ugrave; di l&igrave;. Di conseguenza, la contrapposizione forse non va posta tra lo status della donna nella nostra societ&agrave; e il suo status in quelle primitive, quanto tra lo status della donna in una societ&agrave; altamente industrializzata e il suo status nella societ&agrave; preindustriale. Di conseguenza, non &egrave; possibile trattare il processo di emancipazione della donna (&hellip;) realizzatosi nel nostro secolo e in quello precedente separatamente dall&rsquo;insieme dei mutamenti avvenuti simultaneamente, come l&rsquo;industrializzazione, l&rsquo;urbanizzazione, la meccanizzazione, la nazionalizzazione, la secolarizzazione e tutta l&rsquo;enorme quantit&agrave; di altri rivolgimenti sociali</em>&rdquo; (p. 45). Ritornando alla domanda iniziale &ndash; la donna sta meglio o peggio di l&agrave; o di qua? &ndash; EP ritiene che alle due posizioni si accompagnino vantaggi e svantaggi pressappoco uguali. &ldquo;<em>Se teniamo presente che ogni esclusione, cui si dice che la donna primitiva debba sottostare, ha una contropartita ormai negata alle nostre donne, soppesando bene ogni elemento, si arriva alla conclusione che non &egrave; possibile affermare&hellip; che le donne si trovano in una posizione molto pi&ugrave; favorevole nella nostra societ&agrave; che in quelle primitive</em>&rdquo; (p. 46). Ovviamente <span>&nbsp;</span>questo prescinde dalle innovazioni tecnologico-economiche che hanno beneficiato uomini e donne insieme: &ldquo;<em>se le nostre donne vivono in condizioni notevolmente migliori di quelle primitive, non dipende tanto da una modificazione dello <span>&nbsp;</span>status della donna nella societ&agrave;, ovvero nei confronti degli uomini, ma da innovazioni di cui hanno risentito tutti in egual misura, mentre la condizione della donna, nelle sue linee essenziali, nonostante l&rsquo;apparenza delle forme e delle convenzioni, &egrave; rimasta relativamente costante</em>&rdquo; (p. 46) . Ma EP va ancora oltre e ritiene che, se le cose stanno cos&igrave;, questo vuol dire che certi mutamenti di status della donna moderna potrebbero rivelarsi transitori: &ldquo;<em>difficilmente le posizioni relative fra i due sessi in un futuro prevedibile potranno subire mutamenti considerevoli e duraturi. Le societ&agrave; primitive, le societ&agrave; barbariche e le societ&agrave; storiche europee e orientali mostrano tutte le variet&agrave; possibili d&rsquo;istituzioni, ma in tutte, al di l&agrave; della forma della loro struttura sociale, sono sempre gli uomini ad avere il predominio (&hellip;) I fatti sembrano indicare piuttosto che entrano in gioco fattori di ordine biologico, psicologico oltre che sociologico, e che i rapporti tra i sessi possano solo essere modificati attraverso mutamenti di ordine sociale, senza che peraltro si abbiano alterazioni radicali</em> (&hellip;) <em>E&rsquo; vero senza dubbio che in ogni societ&agrave; le bambine e le adolescenti si adattano, o sono costrette a adattarsi dalle persone pi&ugrave; anziane, all&rsquo;immagine di ci&ograve; che una donna deve essere in quella particolare societ&agrave;; ma pretendere come fanno molti (&hellip;) che le differenze sociali e di temperamento tra i sessi siano semplicemente il prodotto del condizionamento culturale &egrave; una reificazione che non spiega un bel nulla</em>&rdquo; (p. 46-47). Il vero mutamento, dice EP, non &egrave; nello status della donna o dell&rsquo;uomo l&rsquo;uno rispetto all&rsquo;altro sesso, ma lo status della persona in quanto tale nella societ&agrave;. EP pensa perci&ograve; che &ldquo;<em>la posizione della donna, a lungo andare, dipenda dalla posizione di tutti noi</em>&rdquo; (p. 47). Le prime femministe hanno sbagliato <span>&nbsp;</span>a presentare la loro lotta come una lotta contro l&rsquo;esclusione e il predominio maschile: avrebbe in realt&agrave; dovuto presentarsi &ldquo;<em>come una parte della battaglia generale per i diritti sociali fondamentali e per la dignit&agrave; di ogni essere umano (&hellip;) la questione dello status della donna diventa senz&rsquo;altro insignificante alla luce di quest&rsquo;altra questione pi&ugrave; generale e fondamentale</em>&rdquo; (p. 47-48). Secondo EP, pi&ugrave; precisamente, &ldquo;in quelle societ&agrave; dove una parte della popolazione &egrave; in una posizione di servit&ugrave;, analogamente la posizione delle donne nei confronti del sesso maschile risulta pi&ugrave; bassa, soprattutto nella condizione coniugale. Ci&ograve; &egrave; spesso evidentissimo in quelle societ&agrave; in cui la massa della popolazione &egrave; sottomessa e sfruttata da una classe dominante. Come osservava acutamente Montesquieu, &ldquo;<em>il potere dispotico del principe &egrave; per natura connesso con lo stato di servit&ugrave; delle donne&rdquo; (&hellip;) Dopotutto il matrimonio non &egrave; solo un rapporto tra maschi e femmine (&hellip;) I problemi che riguardano il rapporto tra i sessi, perci&ograve;, non sono solamente problemi di questo o <span>&nbsp;</span>quel sesso in quanto tale, ma sono problemi che hanno a che fare con l&rsquo;autorit&agrave;, il comando, il controllo, la cooperazione, la competizione, che esistono in ogni settore della vita sociale e in ogni tipo di societ&agrave; e che non possono essere risolti insistendo sul tema dell&rsquo;assoluta uguaglianza, ma attraverso il riconoscimento delle differenze gi&agrave; esistenti, l&rsquo;amore per il prossimo e il riconoscimento dell&rsquo;autorit&agrave;. Diversamente gli antagonismi diventano inevitabili e una vita sociale, armoniosa<span>&nbsp; </span>e pacifica, impossibile; siffatta accettazione dell&rsquo;autorit&agrave;, lungi dal comportare uno stato d&rsquo;inferiorit&agrave;, esprime invece l&rsquo;unica vera forma di uguaglianza ottenibile nei rapporti umani, e cio&egrave; l&rsquo;uguaglianza delle prestazioni di ciascun individuo</em> (&hellip;) <em>l&rsquo;importanza di una persona non deve essere calcolata solamente in base al posto che ha nella societ&agrave;, ma anche in base a criteri assai diversi, e la stima di cui gode un uomo non gli deriva solamente dal suo status sociale, non pi&ugrave; comunque di quanto gli derivi dal suo benessere, dalla sua educazione o dai suoi titoli puramente sociali e spesso puramente fortuiti; ma dipende anche, e soprattutto, dalle qualit&agrave; del suo intelletto, del suo carattere e di tutta la sua persona, qualit&agrave; che ben poco hanno a che fare con il suo sesso o con lo status sociale dei sessi</em>&rdquo; (p. 48-49). <span>&nbsp;</span></p><p>(E.EVANS-PRITCHARD, <em><u>La donna nelle societ&agrave; primitive</u></em>, Bari, Laterza, 1973)</p>]]>
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    <title>Erbivori</title>
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    <published>2011-05-08T23:00:00Z</published>
    <updated>2011-05-10T08:07:08Z</updated>
    
    <summary>&quot;Che la gente (intesa come stragrande maggioranza) si muova come un branco di pecore / buoi / altri erbivori a scelta, non mi sembra una novità&quot;....</summary>
    <author>
        <name>Francesca</name>
        
    </author>
            <category term="Dignità della Donna" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        &quot;Che la gente (intesa come stragrande maggioranza) si muova come un branco di pecore / buoi / altri erbivori a scelta, non mi sembra una novità&quot;.
        <![CDATA[<p />Questo bel commento di un tale "<a href="http://www.ilpost.it/2011/04/22/i-referendum-sullacqua-rischiano-di-saltare/comment-page-1/#comment-43729" target="_blank">MAXVADER</a>" si riferisce ai futuri elettori del prossimo referendum,  ai "cittadini calpestati", insomma.
<p />Lo stesso illustre zoologo si <a href="http://www.ilpost.it/giovannifontana/2011/05/08/ho-capito-che-disprezzo/" target="_blank">esprime così</a> sulla femmina della specie:
<p /><i>Certe cose non dovrebbero succedere, ma purtroppo succedono.
Anche se umanamente ha tutto il mio appoggio per ciò che le è accaduto, la signora Logan se l’è andata a cercare. E’ oggettivamente una donna bellissima e in certi paesi, soprattutto in certe zone di quei paesi, è _banale_ immaginare che una donna bellissima farebbe bene a non andarvi.
Non si va ad Harlem con un cartello “I hate niggers”, non si va nelle periferire delle nostre città oltre un certo orario da sole di notte, non si corre sbracciandosi fra due eserciti che si sparano, non si va in piazza Tahir a mettersi in mostra.
Io lo so, tu lo sai, perché lei non lo sa? Mi viene da pensare che sia alla ricerca di un Pulitzer.
Fermo restando che è brutto che sia così, ma è la realtà, bella o brutta che sia</i>.
<p />Andare a <i><u>correre sbracciandosi fra due eserciti che si sparano</u></i>, poi.
]]>
    </content>
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    <title>Socrate non capisce l&apos;agricoltura</title>
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    <id>tag:karlkraus.urbiloquio.com,2011:/recensioni//2.865</id>
    
    <published>2011-04-25T23:00:00Z</published>
    <updated>2011-04-27T16:37:25Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Questo doveva essere un rapido testo sull'Oikonomikos di&nbsp;Senofonte ma nella mia antica edizione &quot;BUR&quot; del 1991 c'&egrave; una curiosa introduzione di Diego Lanza sulla quale vale la pena osservare qualcosa....]]></summary>
    <author>
        <name>Francesca</name>
        
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            <category term="Economia" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[Questo doveva essere un rapido testo sull'Oikonomikos di&nbsp;Senofonte ma nella mia antica edizione &quot;BUR&quot; del 1991 c'&egrave; una curiosa introduzione di Diego Lanza sulla quale vale la pena osservare qualcosa.]]>
        <![CDATA[<p>Il professore comincia con il dichiararla &quot;un'opera trascurata di un autore trascurato&quot;. </p><p>Sorprendente. </p><p>&quot;Perch&eacute; questa trascuratezza?&quot; - si domanda. E si risponde: &quot;Probabilmente perch&eacute; autore e opera mal si inseriscono in quel grande ritratto dell'Atene classica che, tracciato da Tucidide, fu scambiato per la realt&agrave; stessa della citt&agrave; greca&quot;. </p><p>Questo &egrave; piuttosto singolare, visto che come potete vedere per esempio <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Oeconomicus" target="_blank">qui</a>, il testo non &egrave; stato poi cos&igrave; trascurato proprio nel bel mezzo e da certi autori di quell'epoca nella quale <strong>dovremmo</strong> - n'est-ce pas? - essere impegnati a rintracciare la genesi di certi fenomeni, &quot;crisi della modernit&agrave;&quot;, ect. <strong>Precisamente</strong> - aggiungo - perch&eacute; il &quot;grande ritratto della citt&agrave; greca&quot;, e cos&igrave; via, &egrave; inevitabile se veramente facciamo i compiti che <strong>dovremmo</strong>. </p><p>Dunque il professore ci mette un frammento dal famoso gran discorso di Pericle nel II libro della Guerra del Peloponneso&nbsp; (37.1): &quot;Per quanto riguarda le leggi nelle questioni private a tutti &egrave; assicurata la parit&agrave;, per quanto riguarda il prestigio, ciascuno, godendo di stima in qualche campo, non &egrave; apprezzato sulla base della propria provenienza sociale quanto piuttosto che del proprio valore, n&eacute; per quanto riguarda la povert&agrave; se ha qualcosa di buono da fare per la citt&agrave; ne &egrave; impedito per l'oscurit&agrave; del rango&quot; (traduzione sua). </p><p>Dopo di che ragiona cos&igrave;: &quot;In questa Atene, nella quale la disparit&agrave; delle condizioni sociali &egrave; considerata irrilevante sul piano dell'esercizio dei diritti politici,<em> appare del tutto<strong> logico </strong>che l'amministrazione del patrimonio debba finire con l'essere questione secondaria</em>, storicamente poco influente, <em>oggetto <strong>quindi</strong> per noi di interesse antiquario</em>&quot;. </p><p>Ora qui potremmo godere molto a discutere questa strabiliante affermazione: osservare ad esempio che, come in tutta la cultura greca del V secolo e particolarmente in Tuc., se si parla di epopee o di personaggi o della Guerra del Peloponneso, di accadimenti concreti, resi presenti e sensibili (per esempio nella tragedia), lo si fa per estrarne una portata <em>universale</em>: Tuc. si pone proprio questo programma (fra l'altro parlando di s&eacute; alla 3 persona) proprio all'inizio, inquadrando la Guerra di cui tratter&agrave; in quello che oggi chiameremmo un &quot;processo storico&quot; (procedimento che proprio lui ha inventato) e finendo per porre il problema pi&ugrave; generale, &quot;universale&quot;, dell'Impero: come e perch&eacute; lo si acquisisce, come lo si perde, ecc. E che dunque se Senofonte, che del resto ha scritto e riflettuto, come tutti i Greci, su TUTTO, scrive dell'Oikonomikos, non &egrave; perch&eacute; &quot;l'Atene classica di cui parla Pericle&quot; non fosse la &quot;realt&agrave; stessa della citt&agrave; Greca&quot;, ma al contrario perch&eacute; quella di cui parla Pericle per l'appunto PONEVA l'Oikonomikos come problema reale di quella citt&agrave;. Per l'appunto se l'esercizio dei diritti <em>politici</em> &egrave; garantita a tutti (e noi sappiamo che la polis corrispondeva una indennit&agrave; a chi, eletto a sorte, doveva occuparsi 'professionalmente' degli affari pubblici, proprio per garantire questa possibilit&agrave; a tutti), se dunque la <em>parit&agrave;</em> &egrave; garantita a tutti nell'esercizio dei doveri politici, che ne &egrave; dell'<em>uguaglianza</em> delle condizioni sociali? Da cosa sono determinate le differenze nelle condizioni sociali? Perch&eacute; esse permangono anche con la parit&agrave; dei diritti politici? Insomma, se questo <em>problema</em> si pone, e se gli 'intellettuali' ci riflettono su, &egrave; <em>precisamente</em> perch&eacute; la democrazia di quei pochi decenni era la realt&agrave; stessa della citt&agrave; greca: lo era come PROBLEMA, che &egrave; il suo unico modo di essere realt&agrave;. </p><p>Ma qui possiamo solo domandarci perch&eacute; diavolo il professore trova LOGICO che, se davvero la realt&agrave; della citt&agrave; greca fosse stata nel discorso di Pericle, allora NON si sarebbe discusso dell'Oikonomikos; perch&egrave; QUINDI per noi avrebbe solo interesse antiquario (il prof. &egrave; pi&ugrave; furbo di Senofonte). </p><p>Una prima idea ci viene quando il prof COMINCIA dalla posizione di Aristotele il quale &quot;non mostra alcuna difficolt&agrave; nel distinguere fra pratiche di scambio conformi a natura e pratiche di scambio contro natura&quot;, e ci spiega questa distinzione in Aristotele illustrandolo con questa frase: in uno scambio conforme a natura (nel quale il denaro o non c'entra o &egrave; una &quot;pura convenienza per facilitare lo scambio&quot;) &quot;<em>anche se il prezzo del bene ceduto&nbsp;e quello del bene acquistato sono uguali</em>, chi ha operato lo scambio ne trae un vantaggio perch&eacute; cede ci&ograve; che gli &egrave; superfluo e si appropria di quel che gli &egrave; necessario&quot;. (Quello contro natura, sempre secondo la lettura del prof. di Aristotele, &egrave; lo scambio in cui il mercante acquista qualcosa solo per rivenderlo a un prezzo superiore: la cosa si trasforma dunque in merce e lo scopo &egrave; l'accumulo del denaro, processo di accumulo che non avendo un limite &egrave; indefinito e quindi contro natura).</p>Qui la roba interessante &egrave; quella precisazione: lo scambio avviene <em>anche se il prezzo del bene ceduto&nbsp;e quello del bene acquistato sono uguali</em>. Ed &egrave; interessante perch&egrave; il prof. sembra essere convinto che il prezzo sia una specie di qualit&agrave; intrinseca del bene, come il peso o il colore, che questa uguaglianza non abbia nulla a che vedere con il fatto che lo scambio avviene (infatti avviene non &quot;perch&eacute;&quot;, ma &quot;anche se&quot;. E anzi per dir meglio, non &egrave; lo scambio il meccanismo che permette di affermare &quot;dunque il prezzo &egrave; uguale&quot;, ma il prezzo come qualit&agrave; del bene &egrave; una roba che il bene ha di per s&eacute;, in assoluto, come appunto il suo peso, indipendentemente e prima dello scambio), non sembra avere il sospetto che questo &quot;prezzo&quot; abbia qualcosa a che fare con una valutazione quantitativa del 'superfluo' e del 'necessario', e infine sembra che il mercante 'aumenti il prezzo' come modificherebbe uno qualsiasi degli attributi intrinseci del bene. <p>Una comincia dunque a domandarsi di che &quot;logica&quot; si tratta quando si afferma che, &quot;logicamente&quot; in una democrazia reale queste questioni avrebbero appena un interesse antiquario. </p><p>Ma molto pi&ugrave; interessante &egrave; il problema che pone al prof. il passo dell'Oikonomikos (XX, 27) nel quale Iscomaco, il cui padre era stato un esperto agricoltore che comprava terreni, li metteva a cultura rendendoli produttivi, <em>e li rivendeva moltiplicando i suoi averi</em>, parlando con Socrate definisce questo signore suo padre un &quot;amante della terra&quot; (philogeorgos). Al che Socrate: </p><p>&quot;Tu dici, Iscomaco, che tuo padre era per natura un amante dell'agricoltura <em>come i mercanti di grano</em> (philositoi). I mercanti infatti, per amore del grano navigano la dove sentono che ce ne sono grandi quantit&agrave; e attraversano il mare Egeo, l'Eussino, il mar di Sicilia. Ne prendono quanto pi&ugrave; possono e lo trasportano sulla nave. E quando vogliono del denaro non buttano il grano a caso ma lo trasportano e lo vendono dove sentono che gli uomini lo valutano moltissimo. Tuo padre mi sembra sia stato amante dell'agricoltura pi&ugrave; o meno in questo modo&quot;. </p><p>Qui viene un colpo al professore: &quot;L'osservazione di Socrate sul padre di Iscomaco non appare del tutto giustificata&quot;. Spiega infatti il prof. &quot;Il meccanismo pu&ograve; apparire simile: la terra pur senza mutar di luogo aumenta il proprio valore grazie all'abilit&agrave; di chi l'ha acquistata e l'ha messa a frutto. Ma in effetti pi&ugrave; che a quella dei mercanti di grano l'attivit&agrave; sarebbe da paragonare a quella del fabbro, che vende la spada a un prezzo ben superiore a quello pagato per procurarsi il ferro. Nella spada, noi sappiamo, c'&egrave; anche il lavoro richiesto per produrla... La trasformazione dei terreni implica una abilit&agrave;, e quindi un amore, noi diremmo un gusto per gli oggetti della propria arte presente in qualsiasi artigiano ma non in un mercante: anzich&eacute; il grano egli pu&ograve; trasportare vasi; l'uno vale gli altri in quanto l'unica funzione loro riconosciuta &egrave; il comune valore di scambio, cio&egrave; il loro prezzo&quot;. </p><p>Pi&ugrave; avanti nella introduzione ci torna sopra osservando: &quot;il confronto con Aristotele ci pu&ograve; offrire la possibilit&agrave; di comprendere meglio la parte finale (dell'Oik.) in cui l'attivit&agrave; del padre di Iscomaco, che comprava terreni per dissodarli e rivenderli a un prezzo maggiorato, viene acostata a quella dei mercanti di grano; accostamento molto ardito che Iscomaco non manca di sottolineare credendosi deriso da Socrate. L'agricoltura infatti, attivit&agrave; classica del polites ateniese, viene confrontata con l'emporia, svolta di solito da meteci. Di li a poco Aristotele separer&agrave; definitivamente i due ambiti censurando l'emporia - relegata all'interno della crematistica negativa - e riconoscendo diritto di cittadinanza nella sfera dell'oikonomia solo all'agricoltura&quot;. </p><p>Dunque questa introduzione &egrave; tutta Aristotele vs. Senofonte, e anzi vs. Socrate. Ma per l'appunto questa 'censura' di Aristotele che relega l'emporia ai meteci, precisamente questa &egrave; la soluzione di Aristotele al problema del rapporto fra la parit&agrave; politica e l'eguaglianza sociale che&nbsp;Senofonte affronta nell'Okonomikos (en passant, in esso si parla un sacco dell'educazione delle donne, che &egrave; parte per i Greci di allora dell'amministrazione del patrimonio, un elemento che sottolinea ancora il genere di problemi che si pongono quelli tanto pi&ugrave; in quanto riflettono sulla democrazia: e le donne?). La &quot;soluzione&quot; di Aristotele rimasta fondamentalmente la stessa fino alla rivoluzione industriale e fino a Marx &egrave; precisamente quella nella quale la democrazia ateniese &egrave; bella e morta nella conquista Macedone, e con essa la riflessione intorno ai problemi in cui si manifesta. E adesso (siamo nel 1991), &quot;l'accostamento di Socrate &egrave; molto ardito&quot;, &quot;appare ingiustificato&quot;, l'ironia di Socrate che mette a RAGIONARE Iscomaco &egrave; un 'deriderlo'. </p><p>Ce pauvre con de Socrate. </p><p>Questo punto non sembra per&ograve; essere sfuggito all'autore del successivo saggio premesso al testo in quella edizione, Fabio Roscalla, il quale osserva: &quot;Come Socrate non manca di indicare (XX 27-29), se quello del padre di Iscomaco &egrave; &quot;amore per l'agricoltura&quot;, allora &quot;amore per il grano&quot; &egrave; quello del mercante di grano, ed &egrave; in realt&agrave; amore per il denaro nell'uno come nell'altro caso. Professionalizzazione dell'oikonomia e ricerca del guadagno: all'interno di questi ambiti l'Economico di&nbsp;Senofonte sembra muoversi con contenuti di maggiore novit&agrave; a cui in pi&ugrave; punti Aristotele pare rispondere a distanza in Politica I. Sar&agrave; Politica I ad affermarsi come testo autorevole di oikonomia. Rivalutare l'Economico &egrave; dunque anche un implicito invito a riconsiderare alcuni aspetti assunti ormai come assodati sulla base della documentazione aristotelica. La rappacificante teoria di Aristotele sembra infatti nascondere una realt&agrave; storica molto pi&ugrave; complessa e contraddittoria&quot;. </p><p>A questo osservo soltanto che non &egrave; soltanto la &quot;realt&agrave; storica&quot; di 2500 anni fa quella che la &quot;rappacificante teoria di Aristotele sembra nascondere&quot;, e che se questo testo dell'Oikonomikos pu&ograve; essere di quelli da considerare ORA, e non soltanto per studi eruditi sulla realt&agrave; storica del V secolo ateniese, &egrave; perch&eacute;, precisamente a causa del talento greco nel porre questioni <em>universali</em> ancorandole a manifestazioni concrete, la &quot;rappacificante teoria di Aristotele&quot; continua ad avere il suo corso in ogni specie di Scolastica di chierici contemporanei, cos&igrave; come il modo &quot;socratico&quot; di ritrovare la &quot;pi&ugrave; complessa e contraddittoria&quot; sotto quella. </p>]]>
    </content>
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    <title>Beni Pubblici</title>
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    <published>2011-02-03T23:00:00Z</published>
    <updated>2011-02-05T10:11:04Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[Il Post invita un editore di e-books, ma 'diverso', a raccontare come &egrave; diventato editore....]]></summary>
    <author>
        <name>Francesca</name>
        
    </author>
            <category term="Pop Art" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[Il Post invita un editore di e-books, ma 'diverso', a <a target="_blank" href="http://www.ilpost.it/2011/02/03/sono-un-editore-di-ebook/">raccontare come &egrave; diventato editore</a>.]]>
        <![CDATA[<p>Il nostro editore diverso di ebooks ha scelto di osservare che &ldquo;il costo di muovere bit &egrave; zero&rdquo;, dunque mi pare che consideri questo importante.</p>  Ora, nelle consuete ipotesi, che sono valide per internet, il prezzo a cui si scambia qualcosa &egrave; quello in cui tutta la domanda &egrave; soddisfatta dall&rsquo;offerta e tutta l&rsquo;offerta soddisfa la domanda. Il &ldquo;costo di muovere bit &egrave; zero&rdquo; significa che tutta la domanda pu&ograve; essere soddisfatta a QUALSIASI prezzo. In questo caso un prezzo qualsiasi cambia soltanto la quantit&agrave; scambiata: maggiore &egrave; il prezzo minore &egrave; la quantit&agrave; scambiata. Se si vuole perseguire l&rsquo;obiettivo sociale di massimizzare la diffusione dell&rsquo;ebook, in queste condizioni basterebbe semplicemente mettere il prezzo = zero. In altre parole, se quello &egrave; l&rsquo;obiettivo, si pu&ograve; far meglio che &ldquo;comprare con due click a un prezzo inferiore a quello del libro di carta e poi trasformare, copiare o &lsquo;imprestare&rsquo; il file&rdquo;: si pu&ograve; comprare con UN click a prezzo zero. Ed &egrave; quello che facciamo tutti quando leggiamo una cosa qualsiasi online o quando prendiamo un file da un sito gratuitamente.  <p>Naturalmente potrei &lsquo;comprare con due click&rsquo; il libro dell&rsquo;editore di ebooks diversi, metterlo nel mio sito e regalarlo a tutti. Non mi &egrave; chiaro se questo mi sarebbe permesso, ma se NON mi fosse permesso l&rsquo;editore non farebbe nulla di veramente diverso rispetto a un e.book vendor convenzionale (imporrebbe un limite alla diffusione dell&rsquo;opera), se mi fosse permesso allora il prezzo di scambio di questo libro sarebbe, come ho detto, zero e non solo l&rsquo;editore non sarebbe diverso, ma forse non sarebbe neanche un editore.</p>  <p>Perch&eacute; il problema che esiste da tempo immemorabile &egrave; il seguente: come si prezza un prodotto la cui PRIMA COPIA &egrave; costosissima, ma il costo incrementale di produrne un&rsquo;unit&agrave; in pi&ugrave; &egrave; zero? Come si retribuisce la PRIMA copia?</p>  <p>Il nostro editore ha risolto il problema perch&eacute; la prima copia l&rsquo;ha venduta (in qualche forma che ignoro) a un editore CONVENZIONALE. Dunque non c&rsquo;&egrave; nessuna, NESSUNA &lsquo;diversit&agrave;&rsquo; in questo caso.</p>  <p>Mi direbbe qualcosa di interessante se ci spiegasse in che modo editerebbe nel modo che dice un&rsquo;opera commissionata a &ndash; chess&ograve; &ndash; Umberto Eco, e la editasse lui esclusivamente nella forma di ebook. Mi direbbe qualcosa di interessantissimo se mi dicesse come farebbe questo SENZA mettere NESSUN limite alla diffusione o alla propriet&agrave;. In altre parole, in assenza di qualche invenzione di cui il Post a quanto pare &egrave; in cerca, &egrave; puerile immaginare che quel che fa Amazon &egrave; imporre la produzione industriale convenzionale all&rsquo;internet senza coglierne lo specifico o le propriet&agrave; liberatorie, perch&eacute; si tratta invece di una risposta precisamente indotta dall&rsquo;internet, la quale fa dei libri dei prodotti che ricadono nella categoria notissima di quelle cose che ho detto: prima copia costosissima, ogni altra costo zero.</p>  <p>E perch&eacute; &egrave; importante questo? Perch&eacute; i prodotti con quelle caratteristiche della PRODUZIONE si chiamano beni PUBBLICI. Sono PUBBLICI quei beni dei quali il consumo da parte mia non ne diminuisce la disponibilit&agrave; per un altro (non quelli di &lsquo;propriet&agrave; pubblica&rsquo;, notate bene), e vedete bene che equivale a &lsquo;la soddisfazione della domanda di un&rsquo;unit&agrave; in pi&ugrave; costa zero&rsquo;.</p>  <p>Se dunque ci interessano i BENI PUBBLICI questo problemino dell&rsquo;editore diverso di ebooks dovrebbe farci riflettere sul fatto CHE NON ABBIAMO NESSUNA IDEA DI COME SI PRODUCONO O DI COME DIFFONDERLI. Peggio ancora, che pensiamo di cavarcela con giochini e formule sulle forme industriali del controllo di questa produzione.</p>  <p>Supponiamo di dover GOVERNARE i beni PUBBLICI?</p>]]>
    </content>
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    <title>Parole manomesse</title>
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    <id>tag:karlkraus.urbiloquio.com,2010:/recensioni//2.816</id>
    
    <published>2010-12-05T17:49:29Z</published>
    <updated>2010-12-05T18:46:58Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[G.CAROFIGLIO, La manomissione delle parole, Milano, 2010L'idea di questo libro &egrave; molto promettente: studiare come le parole vengono&nbsp;distorte e&nbsp;stravolte &egrave; una chiave per comprendere come una intera societ&agrave; (un sistema politico, una democrazia, ecc.) viene distorta o stravolta. Poche parole...]]></summary>
    <author>
        <name>Karlkraus</name>
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    </author>
            <category term="Pop Art" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[<p>G.CAROFIGLIO, <em><u>La manomissione delle parole</u></em>, Milano, 2010</p><p>L'idea di questo libro &egrave; molto promettente: studiare come le parole vengono&nbsp;distorte e&nbsp;stravolte &egrave; una chiave per comprendere come una intera societ&agrave; (un sistema politico, una democrazia, ecc.) viene distorta o stravolta. Poche parole significano meno pensiero, parole confuse e vaghe significano idee confuse e vaghe, eccetera. Ne segue, o dovrebbe seguire, che il restaurare un linguaggio preciso e onesto, semplice e comprensibile, evitando sia le fumisterie sia le vacuit&agrave;, &egrave; un passo magari non sufficiente, ma certamente necessario, per restaurare il sistema politico e la democrazia in primis.</p><p>Purtroppo il libro di Carofiglio (o meglio, il primo e pi&ugrave; lungo saggio, che d&agrave; il titolo al volume; perch&eacute; il secondo e pi&ugrave; breve, sulle parole del diritto, &egrave; decisamente migliore)&nbsp;&egrave; ben lontano dal tentare anche solo in parte di realizzare un tale progetto. A un certo punto infatti scrive che il problema &egrave; quello della distorsione del linguaggio effettuata dal Potere: &quot;<em>un processo patologico di vera e propria conversione del linguaggio all'ideologia dominante. Un processo che si realizza attraverso l'occupazione della lingua, la manipolazione e l'abusivo impossessamento di parole chiave del lessico poltiico e civile</em>&quot; (p. 25).</p><p>&nbsp;</p>]]>
        <![CDATA[<p>Questo sarebbe un progetto culturale di estremo interesse, che per&ograve; dovrebbe avere come presupposto o primo passo quello di identificare con una qualche precisione questa &quot;ideologia dominante&quot; al cui servizio avverrebbe il processo patologico di conversione del linguaggio. Questo per&ograve; manca del tutto, e il resto del saggio si concentra&nbsp;su Berlusconi e sull'uso distorto che lui e i suoi accoliti fanno o farebbero di alcune &quot;parole chiave&quot;. Anche questo sarebbe un lavoro interessante, se fatto con un certo rigore (rigore di cui Carofiglio &egrave; senz'altro capacissimo e&nbsp; di cui ha dato svariate prove): ma la cosa qui manca del tutto. Anche a tralasciare il fatto che alcune delle parole-chiave sembrano scelte in maniera alquanto bizzarra, il problema principale, che stranamente Carofiglio non sembra mai porsi, &egrave; che se una distorsione delle parole c'&egrave; stata, questa non pu&ograve; essere stata opera del solo Berlusconi, il quale &egrave; senz'altro molte bruttissime cose ma non &egrave; e non &egrave; mai stato (e, se Dio vuole, mai sar&agrave;) il Big Brother di <em>1984</em> e quindi non ha mai avuto il potere o i mezzi di creare ed imporre una Neolingua. A ben vedere, quel che in Italia sembra essere accaduto &egrave; proprio un generale impoverimento e avvilimento del linguaggio politico (a cominciare da quello della politica e del diritto, su cui Carofiglio ha alcune belle pagine): ma questo &egrave; meno un frutto del movimento di&nbsp;Berlusconi che di un fenomeno di degrado della cultura e della democrazia che &egrave; in corso in Italia da parecchi decenni e&nbsp;per cui la sinistra per prima porta &nbsp;gravi responsabilit&agrave;. Alla fin fine, pretendere che l'uso disinvolto che i giornali berlusconiani fanno della parola &quot;assoluzione&quot; (per i processi al premier) o della parola &quot;lodo&quot; sia una prova che il linguaggio viene asservito al potere e sottratto al confronto democratico, significa solo offendere l'intelligenza dei lettori. Carofliglio ha mai provato a considerare la vaghezza e l'imprecisione di un qualunque giornale (o programma politico) di sinistra?</p><p>Dicevamo degli esempi mal scelti. Uno di questi (p. 82 del libro) &egrave; la famigerata legge 73/2010, a fronte della quale la Mondadori ha potuto estinguere un annoso contenzioso fiscale col pagamento del modio improto del 5% dell'importo iscritto a ruolo. Qui, spiace dirlo, &egrave; proprio Carofiglio a barare, e proprio mediante un uso disinvolto delle parole. La legge intanto (all'art. 3.2-bis) consente di chiudere il processo solo se il contribuente &egrave; risultato vincitore sia in primo&nbsp;sia in&nbsp;secondo grado: non &egrave; quindi che la possibilit&agrave; sia aperta a tutti, ma solo a quei contribuenti la cui posizione sia gi&agrave; stata valutata come corretta non da uno ma da ben due giudici. In secondo luogo, la norma non &egrave; mica stata dettata solo per la Mondadori, ma per tutti: e infatti mi risulta che se ne siano avvalse parecchie imprese. Infine, &egrave; puerile che proprio Carofiglio (che non solo &egrave; un giurista, ma ha anche scritto un libro - questo, per l'appunto - per stigmatizzare l'uso scorretto e tendenzioso delle parole da parte dei politici e dei giornali di centrodestra) ci venga a raccontare che il Fisco avrebbe &quot;accertato&quot; 173 milioni di euro a carico di Mondadori: e questo perch&egrave; il termine &quot;accertamento&quot; ha nella fattispecie un significato ben preciso (che Carofliglio ben conosce, ma che si guarda bene dallo spiegare) &nbsp;che non ha nulla a che fare con la &quot;certezza&quot; tipica delle sentenze, tanto pi&ugrave; che queste ultime hanno negato qualunque fondamento all'&quot;accertamento&quot; del Fisco. Insomma Carofiglio qui sta scorrettamente giocando con&nbsp; le parole per far credere al lettore (che pu&ograve; legittimamente non saperne nulla, e esser pronto a fidarsi di quel che Carofiglio gli dice) che la Mondadori fosse effettivamente obbligata a pagare 173 milioni e che quel debito fiscale fosse &quot;certo&quot; perch&eacute; &quot;accertato&quot;, laddove non solo non lo era affatto, ma ben due giudici tributari avevano, loro s&igrave;, accertato che invece non doveva una lira!</p><p>Emerge altres&igrave; a pi&ugrave; riprese una singolare miopia nella valutazione dei mali linguistici che ci affliggono, per cui Carofiglio addebita alla destra peccati linguistici che &egrave; invece prontissimo a condonare alla sinistra o che addirittura lui stesso&nbsp;&nbsp;commette. Ad esempio, a p. 56 ss. prende giustamente in giro l'uso assoluto del termine &quot;fare&quot; usato da Berlusconi (&quot;governo del fare e non del dire&quot;, ecc.), sia pure eccedendo in paragoni storici infondati o addirittura grotteschi (per vostra info: nella stessa pagina cita Hitler...): giustamente, il fare, senza le parole che ne definiscono i contenuti, le finalit&agrave; e i mezzi, &egrave; solo una parola vuota, o al massimo un'azione senza pensiero. Ma poche pagine dopo (p. 95), come mai allora Carofiglio elogia la ribellione (anzi la Ribellione) &quot;<em>come forma della responsabilit&agrave;, dell'etica della responsabilit&agrave;</em>&quot;? Cos'&egrave; questa ribellione senza specificazioni se non, appunto, aprola vuota o azione senza pensiero?&nbsp;</p><p>Il problema fondamentale del libro, ripeto, &egrave; quello di non avere approfondito la natura del male, e di aver confuso un degrado generalizzato del linguaggio e della cultura come l'opera di una persona e di una corrente politica specifica. Questo purtroppo non &egrave; vero, ed &egrave; un gran peccato che non lo sia; perch&eacute; il lavoro da fare per uscirne sarebbe tanto pi&ugrave; facile. E' questa, tra l'altro, una delle pi&ugrave; tristi e puerili illusioni della sinistra italiana, specie di quella culturale: che una volta eliminato in un modo qualunque Berlusconi, il pi&ugrave; sia miracolosamente fatto. Non &egrave; cos&igrave; purtroppo. E' proprio per questo che il libro di Carofiglio finisce per essere soltanto un'occasione mancata, ricca di molte belle citazioni ma povera di contenuti, e alla fin fine fondamentalmente una mera espressione di stati d'animo: uno sfogo, insomma.</p>]]>
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    <title>Red Plenty</title>
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    <published>2010-11-28T16:46:15Z</published>
    <updated>2010-11-28T17:28:49Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[F.SPUFFORD, Red Plenty: London, Faber, 2010Non ha molto senso, di solito, palare di &quot;coraggio&quot; a proposito di un romanzo: ma che ne dite di un romanzo il cui protagonista non &egrave; un personaggio, o tanti personaggi (OK, tranquilli: ce ne...]]></summary>
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            <category term="Economia" />
    
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        <![CDATA[<p>F.SPUFFORD, <em><u>Red Plenty</u></em>: London, Faber, 2010</p><p>Non ha molto senso, di solito, palare di &quot;coraggio&quot; a proposito di un romanzo: ma che ne dite di un romanzo il cui protagonista non &egrave; un personaggio, o tanti personaggi (OK, tranquilli: ce ne sono parecchi, alcuni simpatici, altri meno - in particolare rimane impresso, tra gli odiosissimi,&nbsp;Kosygin -; molti realmente esistiti - come Kruscev e Kantorovic -, altri immaginari), ma una intera economia? Nientemeno che l'economia dell'URSS, nel ventennio Cinquanta- Sessanta (tendenzialmente, il periodo di Kruscev, con le sue immediate propaggini, fino al 1968)? Sembra una follia, no? Nessuno lo pubblicherebbe. E ammesso che qualcuno lo pubblicasse, chi mai lo legger&agrave;?</p>]]>
        <![CDATA[<p>E invece non solo un romanzo del genere &egrave; stato pubblicato - e mica dal primo editore che passa, ma dalla Faber &amp; Faber - ma c'&egrave; pure un bel po' di gente che lo legge. E fa benissimo. Perch&eacute; non solo &egrave; un libro documentato come pochissimi saggi &nbsp;(oltre 50 pagine di note e 13 di bibliografia), non solo non parla a vanvera, ma &egrave; capace in poche pagine di ricreare un intero mondo ormai scomparso e in gran parte sconosciuto con una vivezza invidiabile. Sapevate che nei reparti maternit&agrave; degli ospedali sovietici non erano ammessi i mariti/compagni delle mamme, che queste ultime restavano nel reparto almeno dieci giorni dopo il parto, e che dell'epidurale non si parlava nemmeno? Sapevate che da un giorno all'altro in Siberia &egrave; stata creata non una semplice Universit&agrave;, ma un'inter&agrave; citt&agrave; e Universit&agrave; di avanguardia in tutte le materie scientifiche? Sapevate cos'erano e a cosa servivano i <em>tolkac</em> o &quot;spacciatori&quot; (non&nbsp;avevano niente a che fare con la droga)?&nbsp;Sapevate come funzionava, non in teoria ma in pratica, la pianificazione?</p><p>Si tratta della storia (epica) del periodo in cui le speranze sovietiche nella crescita economica erano sembrate vicine a realizzarsi, cos&igrave; realizzando il sogno di Marx prima, e di Kruscev dopo, di uno Stato che potesse finalmente, dopo gli immani sacrifici di trent'anni, garantire il vero benessere alla propria popolazione, e non semplicemente un'abbondanza di ottimi carri armati e missili a spese dei razionamenti alimentari, di abiti orrendi e di case fatiscenti. E' la storia di come un gruppo di scienziati, a partire da Kantorovic che nel 1938 inventa la programmazione lineare, hanno cercato&nbsp;(ottenendo prima il consenso dell'establishment, e poi la sua opposizione) di permettere alla crescita sovietica di continuare e di trasformarsi da crescita meramente estensiva in una crescita intensiva (cio&egrave;, in una fondata sugli aumenti di produttivit&agrave;). E' insomma la storia della programmazione economica e dell'economia di piano, del perch&eacute; non ha funzionato e del come avrebbe (forse) potuto funzionare, se gli economisti riformisti degli anni Sessanta avessero avuto il sostegno dell'establishment post-Krusceviano, che invece non ebbero. E non &egrave; nemmeno chiaro perch&eacute; glielo rifiutarono (la grande e drammatica scena fra Kosygin e &nbsp;Shaidullin non lo chiarisce): perch&eacute; il sistema di prezzi che mimavano i prezzi &quot;di mercato&quot; proposto dai riformatori avrebbe, in pratica, reintrodotto il capitalismo (o meglio, la teoria economica capitalistica) oppure perch&egrave; avrebbe posto definitivamente termine all'arbitrio e dunque al potere del Partito?Sta di fatto che le proposte di riforma furono ababndonate e l'economia sovietica si adatt&ograve; a vivacchiare coi vecchi metodi, e ben presto dunque a dimenticarsi tutti i sogni e le promesse krusceviane di benessere. Alla fine, negli anni Ottanta, non ci credeva ormai pi&ugrave; nessuno; e venne quindi la fine. Il tutto viene rappresentato, come ogni bel romanzo, e non semplicemente spiegato: col risultato che mentre seguiamo le toccanti, divertenti e a volte commoventi vicende di decine di personaggi ognuno diverso dall'altro, impariamo anche un bel po' di storia e di economia.</p><p>Needless to say, col cavolo che lo vedremo mai tradotto in italiano.</p>]]>
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    <title>Due note su Marcuse</title>
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    <published>2010-10-04T09:36:32Z</published>
    <updated>2010-10-04T09:58:50Z</updated>
    
    <summary><![CDATA[1) In Progresso e felicit&agrave; (uno scritto del 1957) Marcuse sostiene che il progresso 'tecnico' non ha finora portato il progresso 'umano': la potenza tecnica, il miglioramento economico, non ha portato pi&ugrave; libert&agrave;, pi&ugrave; autorealizzazione, pi&ugrave; autonomia, pi&ugrave; felicit&agrave;. Quale...]]></summary>
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        <name>Karlkraus</name>
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            <category term="Saggistica" />
    
    <content type="html" xml:lang="en" xml:base="http://karlkraus.urbiloquio.com/recensioni/">
        <![CDATA[1) In <em><u>Progresso e felicit&agrave;</u></em> (uno scritto del 1957) Marcuse sostiene che il progresso 'tecnico' non ha finora portato il progresso 'umano': la potenza tecnica, il miglioramento economico, non ha portato pi&ugrave; libert&agrave;, pi&ugrave; autorealizzazione, pi&ugrave; autonomia, pi&ugrave; felicit&agrave;. Quale &egrave; la ragione? La ragione &egrave;, seguendo (una particolare lettura di) Freud, che la civilt&agrave; pu&ograve; sorgere solo quando le pulsioni fondamentali dell'uomo, quella di amore e quella di morte, vengono represse e la loro potenza, la loro energia, diviene disponibile per fini produttivi e sociali. Ne segue che si instaura un meccanismo a catena: l'individuo si nega la soddisfazione istintuale 'investendo' l'energia in produzione sempre nuova di cui nuovamente si vieter&agrave; il godimento, e cos&igrave; via. E' un <em>circolo vizioso</em> del progresso.]]>
        <![CDATA[<p>Ma a questo punto Marcuse, che finora ha seguito abbastanza fedelmente Freud, cambia significativamente linea. La repressione delle due pulsioni non &egrave; pi&ugrave; necessaria per l'instaurazione della civilt&agrave; (qualsiasi civilt&agrave;, come diceva Freud): &egrave; in realt&agrave; funzionale al mantenimento di una particolare struttura storica del dominio. E non &egrave; quindi impossibile pensare a una societ&agrave; in cui la repressione, avendo esaurito la sua funzione storica (quella di portare l'umanit&agrave; dalla penuria all'abbondanza: &quot;<em>superando lo stadio dell'impotenza umana e della penuria di beni: dopo cio&egrave; che una societ&agrave; libera &egrave; divenuta per tutti una possibilit&agrave; reale</em>&quot;), divenga inutile. Sarebbe possibile creare una societ&agrave; in cui il tempo liberato dall'aumento della capacit&agrave; produttiva diventi tempo davvero libero. Ma qui Marcuse si&nbsp;spaccia troppo facilmente dal reale <em>drive</em> della teoria freudiana: che &egrave; (non lo dimentichiamo) una versione psicologica della teoria politica di Hobbes. Se esistono delle ragioni psicologiche, o fondate sulla logica dell'azione collettiva, che inducono l'individuo privo di freni (cio&egrave; l'individuo 'libero' o 'liberato' nel senso di Marcuse) a comportarsi in modo socialmente distruttivo, allora la repressione (o almeno una certa misura e forma di repressione) sar&agrave; sempre necessaria in qualunque societ&agrave;, presente e futura, anche la pi&ugrave; giusta e fornita delle istituzioni meglio funzionanti. E' una strada che non porta da nessuna parte, perch&egrave; la societ&agrave; 'giusta' o 'libera' non &egrave; quella in cui non esistono regole, ma quella dove le regole sono giuste. Ed &egrave; la conferma che usare Freud, che &egrave; un pensatore - con tutto il suo fascino e la sua profondit&agrave; - completamente astorico, per costruire una teoria politica <em>progressista</em>, &egrave; un'idea del tutto priva di senso.</p><p>2) Il saggio su <em><u>La tolleranza repressiva</u></em>, del 1965, intende sostenere l'idea che la tolleranza, nata dalla tragedia delle guerre di religione e originariamente strumento positivo di costruzione di una societ&agrave; pi&ugrave; libera e pi&ugrave; giusta, finisce col tradire il suo scopo originario e con l'assumere una funzione repressiva a tutela dell'ordine costituito nel mondo capitalistico attuale, in cui le armi non sono pari e i dominanti possiedono il controllo dei mezzi di informazione e comunicazione che, soli,&nbsp;servirebbero a garantire che la lotta delle idee possa davvero svolgersi ad armi pari. Siccome la libert&agrave;, persino secondo Mill, va garantita non a tutti, ma solo a coloro che siano in grado di servirsene essendo &quot;<em>nel pieno possesso delle loro facolt&agrave;</em>&quot;, mentre per tutti gli altri, siccome &quot;barbari&quot;, &egrave; legittimo il dispotismo, Marcuse sostiene che la libert&agrave; di parola va garantita, e quindi l'opinione tollerata, solo a condizione che questa parola o opinione vada nel senso del processo di effettiva liberazione dell'uomo: alcune opinioni, azioni, misure politiche non possono venire permesse n&eacute; tollerate &quot;<em>senza fare della tolleranza uno strumento per perpetuare la schiavit&ugrave;</em>&quot;. N&eacute; possono, a quanto pare, essere represse solo nella fase attuativa, dato che secondo Marcuse oggi tra la parola e l'azione l'intervallo &egrave; divenuto brevissimo: pertanto le opinioni regressive o fasciste vanno stroncate sul nascere, prima ancora che vengano messe in circolazione. Ovviamente Marcuse non spiega come questo potrebbe accadere e come una censura cos&igrave; occhiuta potrebbe funzionare. </p><p>I problemi principali di questa teoria sono secondo me due. Uno, di cui Marcuse &egrave; consapevole ma che in pratica non affronta, &egrave; la vecchia classica critica liberale all'istituto della censura: chi &egrave; che pu&ograve; stabilire cosa pu&ograve; essere detto e cosa no, e su quale base determinarlo? Marcuse sostiene che la distinzione andrebbe fatta (e legittimamente) in base alla distinzione progresso/regresso, liberazione/oppressione; ma a parte il fatto che sarebbe lecito dissentire circa il fatto che una determinata opinione vada classificata in un modo o nell'altro, il problema &egrave; che la libert&agrave; di parola, come le altre libert&agrave; 'democratiche', si fonda sul principio che la verit&agrave; non &egrave; data una volta per tutte, ma si trova, o addirittura si crea, attraverso la pubblica discussione. Se la verit&agrave; &egrave; gi&agrave; data ed &egrave; preesistente alla discussione, allora la libert&agrave; di parola non ha alcun senso e rappresenta un mero intralcio alla realizzazione del bene sulla terra (&egrave; proprio questa la ragione per cui i grandi reazionari, come Donoso Cort&eacute;s, deridevano la borghesia liberale come &quot;<em>clasa discutidora</em>&quot;), ed &egrave; quindi legittimo costringere chi non&nbsp; vede la verit&agrave; a seguirla (appunto perch&eacute;, come il bambino o il barbaro o il pazzo, non &egrave; nel pieno possesso della ragione). Ma se non lo si crede, e a maggior ragione se si pensa, come Marcuse, che persino la libert&agrave; &egrave; una creazione storica e progressiva dell'uomo, adottare questa posizione &egrave; una contraddizione in termini. Inoltre, Marcuse confonde continuamente la tolleranza, che &egrave; un comportamento richiesto a chi detiene il potere o potrebbe detenerlo, dalla mera indifferenza o ricettivit&agrave; acritica, che &egrave; invece propria di chi il potere non lo detiene. Non ha senso usare lo stesso termine (tolleranza) per gli uni e per gli altri. La tesi marcusiana per cui chi non detiene il potere non dovrebbe manifestare tolleranza per le opinioni regressive, oppressive o fasciste che provengano dai ricchi, dal potere, o dai media che controllano, &egrave; in realt&agrave; una critica non alla tolleranza ma all'apatia o al massimo all'accettazione del metodo 'democratico'&nbsp;nella lotta politica, e confondere i due sensi del termine non produce alcun reale beneficio per intendere i termini del problema.</p>]]>
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