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February 21, 2010

The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society

It was only by fixing my mind on the Commandant and jail that I could make myself lift the cover of the book and begin. It was called Selections from Shakespeare.

Later, I came to see that Mr. Dickens and Mr. Wordswoth were thinking of men like me when they wrote their words. But most of all, I believe that William Shakespeare was. Mind you, I cannot always make sense of what he says, but it will come. It seems to me that the less he said, the more beauty he made. Do you know what sentence of his I admire the most? It is, 'The bright day is done, and we are for the dark'. I wish I'd known those words on the day I watched the German troops land, planeload after planeload of them - and come off ships down in the harbour! All I could think of was, Damn them, damn them, over and over again. If I could have thought the words, 'The bright day is done, and we are for the dark', I'd have been consoled somehow and ready to go out and contend with circumstance - instead of my heart sinking to my shoes.

Mary Ann Shaffe, Annie Barrows: The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society

February 19, 2010

In rete ci si informa, sul giornale si approfondisce

Oltre 900 persone hanno partecipato la sera del 15 febbraio alla festa per il nuovo D, il magazine femminile di Repubblica completamente rinnovato dal direttore Cristina Guarinelli e dall’art director Joel Berg

(Approfondimento).

Per esempio, La "tragedia Greca".

Qui si "approfondisce". Il prof. Giavazzi sa di che parla (in particolare sa di che "debito" si tratta, e da dove viene, e come si forma: in particolare sia in Grecia che in Spagna la 'tragedia' è stata preceduta da una forte crescita: CHE crescita?), solo che non degna di parlarne con i lettori: gigiona.

Dunque qui ci si "informa": lo zelo prende il gigionamento serissimamente e sentenzia.

"Non si tratta di una linea politica ma di una visione del mondo e del proprio paese, in nome della quale Piero Gobetti parlava (con formula cara a noi di Repubblica) di 'una certa idea dell'Italia":

"Ripescati Pupo-Emanuele e Scanu. Quindicenne in gara ma in video: è polemica".

 

February 16, 2010

Verbis, quibus solis valent, bellum Berlusconicum gerebant

“Né mai mancano quelli di lingua pronta ad eccitare la plebe, gente che come in ogni città libera, e specialmente allora in Atene, dove la scienza della parola ha più influenza, procura il favore della moltitudine…  Gli ateniesi conducevano la guerra contro Filippo con gli scritti e le parole, le sole cose di cui sono capaci”.

Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXI, 44.

Bloody pompous arrogant ass, questo Tito Livio, pieno di disprezzo ‘imperialista’ per la “scienza della parola”?. “Utilitaristico”, eh? “Mica si fa la guerra cum verbis et scriptis!” 

Ma qualcuno ricorderebbe il console P. Sulpicius, un brutale militare romano qualsiasi, se Livio non fosse stato un maestro della scienza della parola, e se non l’avesse imparata da pedagoghi greci?


“Ah!” – inquit – “non ce l’ha mica con la scienza della parola! Ce l’ha con la plebe, e con i demagoghi che si servono della parola per guadagnarne il favore!”

Questo, non c’è dubbio. La plebe no, non gli piace neanche un po’.

Ma c’è altro, in quel passo, ben più importante. C’è questo: “in ogni città libera.. dove la scienza della parola ha più influenza (ubi oratio plurimum pollet)”.

Il fatto è che siamo circa nel 200 a.C, e Atene non è affatto libera. Non è più l’Atene del V secolo a.C. Atene ha perso la guerra del Peloponneso 200 anni, e la Grecia la sua indipendenza a Cheronea 160 anni prima.

C’è che (chez les Grecs) la scienza della parola è lo strumento della libertà politica, non il contrario.

C’è (chez les Grecs, in particolare alla fine della Guerra del Peloponneso) questa consapevolezza: la parola può essere affetta dalla ‘peste’, la peste della parola è la peste della polis (la ‘peste’ in cui morì Pericle, ma anche la ‘peste’ di Camus), la parola può mentire, la parola non è cosa alla portata dei ‘sofisti’, che infatti la riducono alle loro dimensioni. C’è una scienza della parola che quando dici “quel che ti pare” ti rende responsabile di quel che ti pare verso la comunità politica che ti garantisce prima di tutto il diritto di concepire liberamente un ti pare, e c’è una parola svaccata che quando dici “quel che ti pare” riduce la comunità politica costringendo ciascuno a farsi spettatore idiota (idiotès: = individuo separato dalla comunità e chiuso nel suo privato) di quel che dici.

C’è una parola capace di dire questo:

“[Questa è] la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l'oro della terra”

senza che tu sia capace di capire ciò che è detto se prima non ti si fa sapere se chi lo dice è un eroe della rivoluzione proletaria o un buffo omino tronfio e vociante in uniforme nera in piedi sul balcone di Palazzo Venezia.

E per esempio quanto all’obbligo reciproco di “dare-ricevere-rcambiare” ci sono decine di Lizzy Bennet, di Fanny Price o di Isabel Archer, per non parlare di Antigone, nelle quali la scienza della parola (cfr: qui) ha saputo incarnare ben altrimenti la questione.

E poi ci sono questi che sistemano la democrazia e l’autocrazia così, spiriti liberi che liberamente scelgono la schiavitù di applicarsi ogni giorno a rovistare fra miserabili dichiarazioni o battute di ‘spirito’ di gente de rien du tout , alla ricerca di un salatino o una nocciolina avanzata con la quale condire foglie minables tagliate (l’”epitome”) da qualche lattuga di autore prestigioso ridotto appunto a coltivatore di lattughe, per farne le 50 o 100 parole ammiccanti quotidiane senza le quali si rischia di rimanere fuori dal ‘giro’. Ti rendi conto dell’abbrutimento? Decine di volumi della letteratura mondiale sfogliati di corsa, di quarti di copertina percorsi al galoppo, alla ricerca del passaggio giusto, come le scarpe, che devono essere abbastanza insolite ma non troppo, per la soirée a tema? Quel che si perde in una operazione del genere? Come si diventa schiavi di dire ce qu’il faut? Come si prende l’abitudine a non restare mai SENZA PAROLE?

Eppure questo è il processo di selezione nelle ‘professioni intellettuali’.

Allez, du courage.

Françoise.

February 13, 2010

Stupidest Thing I Have Read Today - 13/2/2010

Carlo Petrini è uno specialista, e qui ce ne sono molte altre veramente notevoli, ma questa le batte tutte:

Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche.

L'avessero saputo tutti i contadini che, dal Neolitico ad oggi, hanno quotidianamente effettuato modificazioni genetiche sulle piante (e tutte le piante coltivate dall'uomo sono state geneticamente modificate)!

February 11, 2010

Stupidest Thing I Have Read Today - 11/2/2010

Scrive il tuttologo Luca Sofri:

Alessio Vinci pensa che “le tv non facciano vincere le elezioni”. MI chiedo esattamente da quando abbia sposato questa tesi.

p.s. non resisto alla tentazione di irridere la logica per cui questo sarebbe dimostrato dal fatto che Berlusconi abbia sia vinto che perso le elezioni possedendo lo stesso numero di televisioni. È come dire che se oggi per strada non ti investono e domani sì, questo significa che le macchine non sono pericolose, altrimenti ti investirebbero sempre.

Lasciando perdere Vinci, è l'"argomento" di Sofri che lascia basiti. Nel 1994 Berlusconi aveva tre TV, e  ha vinto le elezioni; nel 1996, oltre alle stesse tre TV, controllava (grazie a direttori "amici") anche le TV di Stato, e ha perso. Ha vinto nel 2001 con le solite tre TV private (e senza le TV di Stato, stavolta "controllate" dal csx) e le ha perse nel 2006 (con le TV di Stato), mentre ha rivinto nel 2008. Sembra una base più che sufficiente per concludere che il possesso delle TV - da solo, ovvero ceteris paribus - non fa vincere le elezioni. Se poi Sofri vuol dire non che le TV facciano vincere le elezioni (il che è falso, visti i dati su elencati) ma che le TV sono "pericolose", come le automobili del suo bislacco esempio, allora faccia pure: ma un conto è dire che sono pericolose, un conto che facciano vincere le elezioni.