“Né mai mancano quelli di lingua pronta ad eccitare la plebe, gente che come in ogni città libera, e specialmente allora in Atene, dove la scienza della parola ha più influenza, procura il favore della moltitudine… Gli ateniesi conducevano la guerra contro Filippo con gli scritti e le parole, le sole cose di cui sono capaci”.
Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXI, 44.
Bloody pompous arrogant ass, questo Tito Livio, pieno di disprezzo ‘imperialista’ per la “scienza della parola”?. “Utilitaristico”, eh? “Mica si fa la guerra cum verbis et scriptis!”
Ma qualcuno ricorderebbe il console P. Sulpicius, un brutale militare romano qualsiasi, se Livio non fosse stato un maestro della scienza della parola, e se non l’avesse imparata da pedagoghi greci?
“Ah!” – inquit – “non ce l’ha mica con la scienza della parola! Ce l’ha con la plebe, e con i demagoghi che si servono della parola per guadagnarne il favore!”
Questo, non c’è dubbio. La plebe no, non gli piace neanche un po’.
Ma c’è altro, in quel passo, ben più importante. C’è questo: “in ogni città libera.. dove la scienza della parola ha più influenza (ubi oratio plurimum pollet)”.
Il fatto è che siamo circa nel 200 a.C, e Atene non è affatto libera. Non è più l’Atene del V secolo a.C. Atene ha perso la guerra del Peloponneso 200 anni, e la Grecia la sua indipendenza a Cheronea 160 anni prima.
C’è che (chez les Grecs) la scienza della parola è lo strumento della libertà politica, non il contrario.
C’è (chez les Grecs, in particolare alla fine della Guerra del Peloponneso) questa consapevolezza: la parola può essere affetta dalla ‘peste’, la peste della parola è la peste della polis (la ‘peste’ in cui morì Pericle, ma anche la ‘peste’ di Camus), la parola può mentire, la parola non è cosa alla portata dei ‘sofisti’, che infatti la riducono alle loro dimensioni. C’è una scienza della parola che quando dici “quel che ti pare” ti rende responsabile di quel che ti pare verso la comunità politica che ti garantisce prima di tutto il diritto di concepire liberamente un ti pare, e c’è una parola svaccata che quando dici “quel che ti pare” riduce la comunità politica costringendo ciascuno a farsi spettatore idiota (idiotès: = individuo separato dalla comunità e chiuso nel suo privato) di quel che dici.
C’è una parola capace di dire questo:
“[Questa è] la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l'oro della terra”
senza che tu sia capace di capire ciò che è detto se prima non ti si fa sapere se chi lo dice è un eroe della rivoluzione proletaria o un buffo omino tronfio e vociante in uniforme nera in piedi sul balcone di Palazzo Venezia.
E per esempio quanto all’obbligo reciproco di “dare-ricevere-rcambiare” ci sono decine di Lizzy Bennet, di Fanny Price o di Isabel Archer, per non parlare di Antigone, nelle quali la scienza della parola (cfr: qui) ha saputo incarnare ben altrimenti la questione.
E poi ci sono questi che sistemano la democrazia e l’autocrazia così, spiriti liberi che liberamente scelgono la schiavitù di applicarsi ogni giorno a rovistare fra miserabili dichiarazioni o battute di ‘spirito’ di gente de rien du tout , alla ricerca di un salatino o una nocciolina avanzata con la quale condire foglie minables tagliate (l’”epitome”) da qualche lattuga di autore prestigioso ridotto appunto a coltivatore di lattughe, per farne le 50 o 100 parole ammiccanti quotidiane senza le quali si rischia di rimanere fuori dal ‘giro’. Ti rendi conto dell’abbrutimento? Decine di volumi della letteratura mondiale sfogliati di corsa, di quarti di copertina percorsi al galoppo, alla ricerca del passaggio giusto, come le scarpe, che devono essere abbastanza insolite ma non troppo, per la soirée a tema? Quel che si perde in una operazione del genere? Come si diventa schiavi di dire ce qu’il faut? Come si prende l’abitudine a non restare mai SENZA PAROLE?
Eppure questo è il processo di selezione nelle ‘professioni intellettuali’.
Allez, du courage.
Françoise.