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The Original Affluent Society

Del celebre articolo di Sahlins (apparso per la prima volta, in francese e in forma abbreviata, nel 1968) vi ho già citato le prime due pagine. Scopo dell’A. è dimostrare che non è vero che i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico vivessero in perpetua penuria e in condizioni gravemente disagiate rispetto alle civiltà agricole che seguirono.

La premessa del discorso di S. è già esposta nella prima pagina: occorre distinguere tra abbondanza/povertà da una parte, e alto/basso tenore di vita dall’altra. Sulla seconda endiadi non c’è molto da dire: i cacciatori-raccoglitori avevano un livello di vita basso, molto basso anche secondo S. Ma la prima distinzione non coincide affatto con la seconda: ha invece a che fare col rapporto fra gli scopi, o bisogni, degli individui e i loro mezzi. Quindi, chi ha pochi bisogni e mezzi limitati, ma sufficienti a soddisfare i primi, è ricco almeno quanto chi ha molti mezzi, ma bisogni grandi e numerosi.

Il pregiudizio contro i paleolitici, dice S., forse risale già al Neolitico. Ma di certo, da Adam Smith in poi, è un tratto distintivo del pensiero borghese.   

Eppure, dice S., non c’è niente di strano a sostenere che i Paleolitici fossero “ricchi”, dato che

Le moderne società capitaliste, per quanto riccamente fornite, si dedicano alla proposizione della scarsità. L’inadeguatezza dei mezzi economici è il principio primo delle persone più ricche del mondo… Il sistema di mercato-industriale istituisce la scarsità, in una maniera completamente senza paralleli e ad un grado da nessun’altra parte nemmeno approssimato.

Le ragioni di tutto questo non sono chiare, per il momento (S. accenna a alcune teorie sociologiche del consumismo, ma non vi insiste troppo). E continua:

Quella sentenza di ‘vita ai lavori forzati’ è stata inflitta soltanto a noi. La scarsità è la condanna emessa dalla nostra economia – così come l’assioma della nostra Economia: l’applicazione di mezzi scarsi a fini alternativi per ottenere la massima soddisfazione nelle circostanze date. Ed è precisamente da questo ansioso punto di vista che guardiamo indietro ai cacciatori. Ma se l’uomo moderno, con tutti i suoi vantaggi tecnici, non ha ancora quanto gli basta, che possibilità può avere questo selvaggio nudo con  i suoi striminziti arco e freccia? Dopo aver equipaggiato il cacciatore con impulsi borghesi e strumenti paleolitici, è inevitabile che giudichiamo la sua situazione disperata.”

Il fatto è che lo scopo dei cacciatori era “finito”, cioè la loro “salute”, e arco e freccia bastavano a quello scopo. Su questo ritorneremo.

Gli antropologi di solito denigrano i cacciatori paragonandoli in malafede ai neolitici. La tesi classica è che dovevano lavorare molto di più di agricoltori e allevatori per guadagnarsi da vivere. Su questa  teoria si concentra S. per gran parte del saggio. Altri punti (come la maggiore produttività del lavoro neolitico in termini di consumo energetico) vengono affrontati solo molto brevemente  e non troppo brillantemente (a p. 6).

Prima però S. si sofferma su alcune questioni di metodo. Innanzitutto, critica la fiducia che i teorici classici accordano ai rapporti sulle popolazioni di cacciatori attualmente esistenti (tipo i Boscimani, gli Aborigeni australiani, gli Ona o gli Yahgan). Questo tipo di argomento è criticato da S. perché i cacciatori odierni tendono a vivere in ambienti degradati, con risorse ridotte in gran parte dalla concorrenza/vicinanza delle popolazioni più ‘progredite’, e di conseguenza non possono essere usate, se non con molta cautela, per inferirne come effettivamente vivessero i cacciatori del Paleolitico. Invita altresì alla diffidenza nei confronti  delle relazioni di viaggio ottocentesche, perché anch’esse frutto di personaggi obnubilati dai pregiudizi atavici.

L’articolo entra nel vivo a p. 9.

Per rovesciare il tradizionale pregiudizio, peraltro, S. non esita a servirsi proprio dei resoconti etnografici del passato e di quelli del presente. E comincia da un aspetto sorprendente del problema dell’abbondanza: quello delle cose di uso quotidiano “a parte cibo e acqua”. E qui risulta che i cacciatori  vivono in grande abbondanza: essi

sono comparativamente liberi dalla pressione materiale... Vivono in una sorta di abbondanza materiale perché hanno adattato gli strumenti del vivere ai materiali che si trovano in abbondanza presso di loro e che possono essere liberamente presi da ciascuno”.

In altre parole, in quello che S chiama il “settore della non-sussistenza”, l’abbondanza è tale che i cacciatori tendono a non possedere più di un esemplare di ogni utensile, il che “è una indicazione di fiducia nei propri mezzi”.

Ovviamente, ciò presuppone che “la normale quota di cose consumabili (nonché il numero dei consumatori) sia posto culturalmente a un livello modesto”. A questo punto la questione è: perché i cacciatori  si accontentano di così pochi possessi – perché per loro è un principio, non una sfortuna”. E’ così perchè i cacciatori sono tanto provati dalla fatica di procacciarsi da vivere che non hanno più tempo per altro, come recita la vulgata? Ma come vedremo, in realtà il successo delle tattiche dei cacciatori è tale che “per metà del tempo la gente sembra non sapere cosa fare”. D’altronde, il presupposto di questo successo è il continuo movimento dei cacciatori. E allora è quest’ultimo punto che spiega il perchè di così pochi possessi materiali: “del cacciatore si dice giustamente che per lui la ricchezza è un peso”, e così essi tendono a possedere solo ciò che possa venire facilmente trasportato: “il valore supremo è la libertà di movimento”. Di qui, dice S., l’evidente negligenza dei cacciatori rispetto ai propri beni.

Si è quindi tentati di dire, scrive argutamente S., che egli sia

l’uomo non economico. Almeno quanto ai beni non di sussistenza, egli è il contrario di quella caricatura standard immortalata in ogni manuale di economia, pagina 1. I suoi bisogni sono scarsi e i suoi mezzi (in paragone) abbondanti”.

E non è che i cacciatori abbiano “limitato” o “represso” i propri bisogni: è che

l’Uomo Economico è una costruzione borghese... Non è che i cacciatori-raccoglitori abbiano ridotto i propri ‘impulsi’ materialistici*: essi semplicemente non hanno mai fatto un’istituzione di questi... Noi tendiamo a pensare dei cacciatori-raccoglitori come poveri perché essi non hanno nulla; ma faremmo meglio a pensare di loro per quella ragione come liberi”.

Lasciamoci adesso alle spalle i parafernalia e passiamo alla sostanza: la sussistenza. La tesi di S. è che i cacciatori-raccoglitori

lavorano meno di quanto facciamo noi, e, piuttosto che un continuo lavoro, al ricerca di cibo è intermittente, l’ozio abbondante, e c’è una maggiore quantità di sonno durante il giorno a testa per anno di qualunque altro tipo di società”.

Come vedete, si tratta di una tesi che non si può certo accusare di ambiguità. Vediamo ora come S. la dimostra.

I principali studi etnografici attuali utilizzati da S. (in effetti, gli unici) sono due: uno sugli aborigeni dell’Arnhem Land in Australia, e uno sui Boscimani. Il primo ha analizzato gli aborigeni (una ventina di individui) per due settimane (!), il secondo i Boscimani (una quarantina) per quattro settimane (!). Difficile non concludere, già a prima vista, che si tratta di “evidenze” parecchio limitate. Ma proseguiamo.

I dati comprendono attività come la caccia, la raccolta di piante, la preparazione dei cibi e la riparazione delle armi. Ebbene, i dati sugli aborigeni dimostrano, dice S., che la gente “non lavora certo duramente”. Si tratta di 4 o 5 ore al giorno, e non continuative. In effetti, l’impressione è che i cacciatori tendano a sottoutilizzare, più che a sfruttare al massimo, il lavoro e le risorse disponibili (un punto che, nello stesso libro, S. analizza più diffusamente in un altro famoso saggio sul “modo di produzione domestico”). Potrebbero, in altre parole, produrre molto di più di quanto non facciano. In ogni caso, il loro lavoro non è fisicamente molto impegnativo, né la loro dieta monotona o insufficiente (al contrario, la variano spesso, e mangiano circa 2.130 calorie al giorno). E quanto al tempo libero? Dormono molto... In effetti, sembra che nel loro ‘tempo libero’ non facciano quasi altro. In altre parole, conclude allegramente S.,

l’insuccesso degli abitanti dell’Arnhem Land nel ‘costruire cultura’ non deriva certo dalla mancanza di tempo, ma dall’eccesso di ozio”. 

Quanto ai Boscimani, i dati sono analoghi, anzi per certi versi più sorprendenti. Intanto, ogni Boscimano che lavori è in grado di sostenere 4 o 5 persone. ne deriva

che la raccolta di cibo dei Boscimani è più efficiente che l’agricoltura francese nel periodo anteriore alla II GM, quando più del 20 percento della popolazione era occupata a nutrire il resto”.

Nella popolazione, a lavorare è all’incirca il 60 percento, ma questi “lavoratori effettivi” lavorano solo per il 36 percento del tempo. Ne segue che, per ogni lavoratore adulto, il lavoro occupa all’incirca 2 giorni e mezzo alla settimana, per una media di circa sei ore al giorno. Il resto è ozio, dice S. (Aggiungo che qualche pagina dopo, S. nel riassumere “relazioni su cacciatori-raccoglitori del presente etnografico.... suggeriscono una media di 3/5 ore per lavoratore adulto al giorno nel settore della produzione di cibo”, che dà un totale di 21/35 ore alla settimana).

Fico, no? Però emergono subito alcune incongruenze, perché, parlando delle donne Boscimane, si scopre subito che, di questi giorni di ozio, varie ore al giorno se ne vanno in

routine di cucina, come cucinare, schiacciare le noci, raccogliere il legno, attingere l’acqua”.

Se ne deduce che “preparazione del cibo” non comprenda l’attività di cucina vera e propria, oppure che i dati non sono omogenei. Ma a prescindere da questo – cioè: dando anche per buoni i dati esposti da S. – la domanda è: tutto questo supporta la conclusione che

da se’ sole, le relazioni sugli abitanti dell’Arnhem Land e i Boscimani muovono uno sconcertante, se non decisivo attacco contro la trincea della posizione teorica tradizionale”?  

I dubbi sono più che legittimi. Qui espongo solo un paio di argomenti tra i molti possibili.

Il primo è abbastanza banale. Prendiamo un normale paese occidentale, diciamo l’Italia. Stabiliamo la percentuale della forza lavoro occupata, e vediamo la normale giornata lavorativa.   Calcolando i giorni festivi e le ferie, credo che non sbaglieremo di molto se diciamo che l’Italiano lavora circa 4 giorni alla settimana. Dunque di più (1 giorno e mezzo in più) rispetto ai cacciatori-raccoglitori. Ma per ottenere un tenore di vita ben superiore. (D’altronde, qui si evince che il totale delle ore lavorate pro capite in Italia ammonta a circa 1620 ore/anno: pertanto, se calcoliamo settimane di 5 gg. lavorativi e 30 gg di ferie/festività varie all’anno, e quindi 283 gg. lavorativi, il totale è di 5,7 ore al dì).

Ma il punto più importante è ancora un altro. Perchè diamine dovremmo prendere in considerazione solo l’attività lavorativa strettamente volta alla sussistenza, cioè a produrre e preparare il cibo? Noi facciamo molte altre cose (costruire case, mobili, vestiti, apparecchi di ogni genere, quadri, libri, musica, medicine, insegnamento, ecc.) che S. non prende nemmeno in considerazione (per la verità, alcune di queste cose le fanno certamente anche i cacciatori-raccoglitori, solo che S. non ne parla, il che è un’altra delle ragioni che falsano il confronto). Se d’altronde facciamo il confronto negli stessi termini in cui imposta la questione S., cioè con riferimento solo al tempo effettivamente dedicato alla raccolta e alla preparazione del cibo, dovremmo giungere alla conclusione che noi italiani (e sto parlando degli italiani!) dedichiamo a queste attività un tempo irrisorio, ben inferiore a quello dei Boscimani e degli aborigeni: calcoliamo infatti il tempo di lavoro annuo di agricoltori e allevatori (che in Italia ammontano ad un totale del 4,2% di occupati sul totale  delle persone occupate), aggiungiamo il tempo che tutti quanti dedichiamo alla cucina (benché questo, come si è visto, non sia  esattamente compreso nei dati di S.), dividiamo per il numero degli occupati e ne ricaveremo pochissime ore alla settimana. So what?

Ora non vorrei tuttavia forzare troppo l’argomento di S. Il suo punto fondamentale  è che non è vero che i cacciatori-raccoglitori abbiano/avessero una vita orrendamente stressante dal punto di vista della fatica, che non vivano/vivessero sempre in strettezze, costretti a un continuo movimento alla ricerca di un cibo gramo, come la visione tradizionale ritiene. In particolare, S. sostiene che non è vero che il cacc.-racc. debba/dovesse lavorare più duramente degli agricoltori primitivi

(“il neolitico non ha visto alcun particolare miglioramento rispetto al paleolitico nell’ammontare di tempo richiesto per lavoratore nella produzione della sussistenza; probabilmente, con l’avvento dell’agricoltura, la gente ha dovuto lavorare di più”).

Può darsi che questo sia vero, anche se sull’entità e sul valore delle prove addotte si può avere qualche riserva (senza contare che nello stesso testo di S. si trovano estratti di relazioni etnografiche da cui risulta che i periodi di penuria non mancano affatto, anzi). Ma che il tenore di vita dei cacc.-racc. sia estremamente basso rispetto al nostro non c’è alcun dubbio, e la tesi che essi lavorino meno di noi è insostenibile. In altri termini, la tesi dell’”abbondanza” di cui i cacc.-racc. del Paleolitico (ammesso e non concesso che le poche tribù di cac.-racc. attuali siano rappresentative del Paleolitico) godevano non sembra tanto solida quanto è indubbiamente brillante e provocatoria.

Tanto più che non mancano altre contraddizioni anche più gravi, come vedremo. La tesi sottostante alla ricerca di S., e che discende da Polanyi, è che

la nostra umiliante schiavitù verso il materiale, che tutta la cultura umana è disegnata per mitigare, è stata deliberatamente resa più rigorosa

dal capitalismo, mentre la vita dei cacc.-racc. è tale da rendere evidente che per loro “non c’è davvero nulla di cui preoccuparsi”. Una vita felice, libera dal terrore e dall’ansia del possesso, dell’accumulo, del profitto, perchè in primo luogo libera dal timore di non trovare oggi o domani quanto basta per la sussistenza. In realtà, dice S., questo timore è artificiale ed ha origini culturali e storiche ben precise. In altre parole, la scarsità (insufficienza dei mezzi per la vita) è un prodotto culturale. Ci siamo?

S. analizza poi la prodigalità del cacc.-racc., che è sempre dovuta al fatto che essi non sembrano preoccuparsi minimamente per il domani. E’ stupidità o fiducia dovuta all’esperienza che il cibo si trova sempre? L’argomento di S. al riguardo (“[questo atteggiamento] deve avere qualche base oggettiva, perchè se i cacc.-racc. davvero avessero favorito la gola rispetto al buon senso economico, non sarebbero mai sopravvissuti per diventare i profeti di questa nuova religione”) sembra alquanto azzardato, visto lo scarso successo competitivo dei cacc-racc. rispetto ad altri modi di produzione...

L’altro problema è più interessante: il fatto che i cacc.-racc. non predispongano scorte. Certo la cosa non è per loro tecnicamente impossibile. La risposta che i cacc.-racc. danno alle domande al riguardo è sempre la stessa: le scorte sono “inutili” perchè il domani sarà come oggi e non c’è ragione di preoccuparsi. S. obietta che questa spiegazione

è probabilmente buona fin dove arriva, ma probabilmente incompleta. Un calcolo economico più complesso e sottile sembra all’opera- effettuato però da una aritmetica sociale estremamente semplice. I vantaggi delle scorte alimentari devono essere confrontate coi ritorni decrescenti della raccolta entro il raggio di un luogo determinato. Una tendenza incontrollabile a ridurre la capacità di portata locale è per i cacciatori au fond des choses: una condizione fondamentale della loro produzione e causa principale del loro movimento. Lo svantaggio potenziale dell’accumulo è che esso propone la contraddizione fra ricchezza e mobilità. finirebbe coll’ancorare il campo ad un’area presto priva di fonti naturali di cibo. Così immobilizzati dal loro stock accumulato, essi potrebbero soffrire in confronto con un po’ di caccia e raccolta altrove, dove la natura ha, per così dire, accumulato considerevoli scorte per conto proprio... Ma questo pregevole calcolo ... sarebbe espresso in una opposizione binaria molto più semplice, posta in termini sociali come ‘amore’ e ‘odio’...La attività tecnicamente neutrale di accumulare cibo diviene moralmente qualcosa di ancora diverso, ‘tesoreggiare’. Il cacciatore efficiente che accumula cibo riesce a costo della propria stima, oppure lo dà via a costo del proprio (superfluo) sforzo. Di fatto, un tentativo di accumulare cibo può soltanto ridurre la produzione complessiva di una banda di caccia, perchè chi non ha successo si accontenterebbe di starsene al campo e di vivere con quel che viene ammassato dai più prudenti. L’accumulo di cibo, quindi, può essere tecnicamente fattibile, e tuttavia economicamente indesiderabile e socialmente impossibile”.

Teniamo a mente questo importante passaggio.

L’ultimo capitolo di S. è dedicato a quelli che, secondo lui, sono i veri problemi dei cacc.-racc. Non si tratta per lui della scarsa produttività del lavoro, bensì della “imminenza dei ritorni decrescenti”.

Un modesto numero di persone di norma prima o poi riduce le risorse alimentari entro un raggio conveniente dal campo. Dopo, essi possono restare solo se assorbono un aumento nei costi reali o un declino nei ritorni reali: aumento dei costi se scelgono di andare a cercare sempre più lontano, declino nei ritorni se si accontentano di vivere delle raccolte ridotte o dei cibi inferiori nel raggio più vicino.. la soluzione, ovviamente, è andarsene altrove. Così la prima e decisiva contingenza della caccia-raccolta: essa richiede movimento per mantenere la produzione in termini vantaggiosi”. 

Questo ovviamente si riflette anche in altri settori:

la manifattura di strumenti, abiti, utensili, o ornamenti, per quanto facili a farsi, diviene senza scopo quando questi divengono più un peso che una comodità. L’utilità cade rapidamente ai margini della portabilità. la costruzione di vere case diviene similmente assurda se esse dovranno poi essere rapidamente abbandonate. Di qui le concezioni estremamente ascetiche del cacciatore riguardo al benessere materiale”.

La stessa cosa va detta delle limitazioni demografiche: la stessa politica viene praticata al livello delle persone.

I termini sono, freddamente: ritorni decrescenti al margine della portabilità, equipaggiamento minimo necessario, eliminazione dei duplicati, eccetera – vale a dire, infanticidio, senilicidio, continenza sessuale per la durata dell’allattamento, ecc., pratiche per cui molti popoli raccoglitori sono ben noti. La presunzione che tali mezzi siano dovuti all’incapacità di mantenere più persone è probabilmente vera – se ‘mantenere’ viene inteso nel senso di trasportarle più che di nutrirle... Un gruppo locale diviene vulnerabile ai ritorni decrescenti... in proporzione alla sua dimensione (ceteris paribus). Nella misura in cui la gente riesce nella produzione locale, e mantiene una certa stabilità fisica e sociale, le loro pratiche malthusiane sono appunto crudelmente coerenti. I moderni cacc-racc., lavorando il loro ambiente assai inferiore, passano gran parte dell’anno in piccolissimi gruppi largamente distanziati gli uni dagli altri. Ma piuttosto che il segno della sottoproduzione, il salario della povertà, questa struttura demografica è meglio compresa come il costo di vivere bene... Precisamente in questo quadro diviene possibile la ricchezza [affluence]. Mobilità e moderazione pongono i fini dei cacciatori entro la portata dei loro mezzi tecnici. Un modo di produzione sottosviluppato è così reso altamente efficiente. La vita del cacciatore non è così dura come sembra da fuori”.  

Qui, onestamente, sembra che l’amore per la propria tesi abbia effettivamente trasportato S. oltre i limiti del ragionevole. La struttura sociale, le abitudini, la cultura dei cacc.-racc. sono tutte strettamente vincolate a un problema economico fondamentale: il loro modo di produzione non può garantire la sussistenza di più di tot persone per più di tot giorni l’anno nello stesso luogo. Questo problema economico fondamentale, che lo stesso S. lumeggia con esattezza, non si vede perchè non lo si debba chiamare col proprio banalissimo nome, quello della scarsità (dei mezzi ai fini). Non possono permettersi di accumulare scorte o di cibarsi o ornarsi o vestirsi o coprirsi  oltre un certo limite? Chiamano il di più “superfluo” e “tesaurizzazione” e lo valutano negativamente. Ma la cosa singolare è che a uno studioso pur acuto e brillante come S. sfugga proprio il fatto che quella chimera, quella creazione ideologica della moderna borghesia, deliberatamente creata allo scopo di umiliare l’uomo moderno e indurlo a buttare a mare l’atavica libertà per accettare le costrizioni dell’industria, cioè la famosa “scarsità”, sia ciononostante così presente nella vita concreta dei cacc.-racc. del paleolitico e di oggi da dettare, fin nei più minuti particolari, la loro strategia di vita, le loro abitudini e la loro cultura. 

Pur di mantenere il punto, tuttavia, S. è disposto ad arrivare ancora più in là.  

 L’ammontare di lavoro (per capita) aumenta con l’evoluzione della cultura, e l’ammontare di riposo decresce”.

Come si è visto, questa affermazione, nei termini in cui la imposta S. (= ammontare di lavoro per ottenere la sussistenza alimentare)  è insostenibile. In ogni caso, dice S., non è affatto vero che la penuria di cibo fosse tipica di quel modo di produzione. Che dire allora, chiede S., del giorno d’oggi?

1/3 o 1/5 dell’umanità sembra che vada a letto affamata tutti i giorni. Nell’Età della Pietra la frazione deve essere stata inferiore. Questa è l’età della fame senza precedenti. Ora, nell’epoca della più grande potenza tecnica, il morire di fame è una istituzione... l’ammontare di fame cresce relativamente e assolutamente con l’evoluzione della cultura”.

La conclusione di S. è che, per la forza delle circostanze, i cacc.-racc. hanno un basso standard di vita (io direi piuttosto: il loro modo di produzione non consente loro che un basso standard di vita). Ma i loro bisogni materiali, cioè i loro scopi, sono normalmente soddisfatti senza difficoltà. La civiltà, con l’incamminarsi sulla strada dell’agricoltura, ha portato a due processi contraddittori: uno ha arricchito l’uomo, l’altro lo ha impoverito.  L’aspetto progressivo, dice S., è quello tecnologico. L’agricoltura ha consentito non solo all’umanità di prosperare al di sopra del mero livello delle risorse naturali, ma di mantenere un alto grado di ordine sociale. ma si è trattato di una strada in cui “per ogni passo avanti verso la sua destinazione il viaggiatore retrocede di due”. Le comunità si arricchiscono, ma al loro interno si  creano

discriminazioni nella distribuzione della ricchezza e differenziazioni nello stile di vita. I popoli più primitivi del mondo hanno pochi beni, ma non sono poveri. La povertà non è una certa limitazione nella quantità dei beni, né è solo una relazione tra mezzi e fini; soprattutto è una relazione tra persone. La povertà è uno stato sociale. Come tale è l’invenzione della civiltà”.

Come vedete, qui S. decide improvvisamente di abbandonare la sua precedente definizione di lavoro (ricchezza= adeguatezza dei mezzi ai bisogni) per adottarne una relazionale (si è poveri solo in confronto ai propri simili). Si tratta di una linea argomentativa che, a prescindere dalla sua discutibilità intrinseca (su che basi farò mai questo confronto, se non in base alla quantità di beni – non necessariamente materiali - che due persone hanno a  disposizione?) non ha nessuna connessione con quanto precede, ed anzi in parte la contraddice (se confronto il capo di una tribù di cacc-racc. con il più povero dei cittadini europei, per es., prendendo in considerazione non solo i tanto disprezzati ‘beni materiali’ – è chiaro che qui non c’è confronto: il povero europeo ha cose che il capo non si sogna neppure -  ma cose come la salute, la longevità, l’istruzione, ho paura che il mio risultato non coinciderebbe con  le conclusioni di S.).

Ma anche se non concordiamo con le conclusioni di S., e in particolare con questi ultimi giochi di prestigio che buttano a mare ogni seria investigazione della realtà del produrre, non si può non ammirare uno studioso che interroga le fonti e i dati, insomma la realtà, alla ricerca di una risposta alle domande più radicali che esistano, e che per farlo va dritto alla radice del problema, cioè al buon vecchio modo di produzione. Peccato solo che di questa grande e interessantissima indagine, il ‘marxismo’ e la ‘sinistra’ successivi abbiano ricavato solo le due paginette dense di raffinate scempiaggini perpetrate dall’ineffabile Jean Baudrillard in La societé de consommation (cap. I), in cui si buttano nella spazzatura  tutte le cose veramente interessanti del saggio di S. (l’analisi del modo di produzione di caccia-raccolta e del modo in cui questo influisce sulla cultura, le istituzioni e la società delle tribù) – pensate che B. arriva a dire, dei cacc.-racc., che tra essi “non vi è l’apparato produttivo né di ‘lavoro’: essi cacciano e raccolgono, si potrebbe dire ‘a piacere’, e dividono tutto fra loro”: in altre parole, abbiamo fatto nel paleolitico il celebre salto dal regno della necessità a quello della libertà, e non ce ne eravamo accorti! – per ricavare le seguenti profonde considerazioni: “Nell’economia del dono e dello scambio simbolico, una quantità debole e sempre finita di beni è sufficiente a creare una ricchezza generale, poichè essi passano costantemente dagli uni agli altri. La ricchezza non è fondata sui beni ma sullo scambio concreto fra le persone. Essa è dunque illimitata, perché il ciclo dello scambio è senza fine”.

Uno scambio senza produzione, un’economia senza beni, senza lavoro e senza fatica: il resto lo conosciamo già.

*notate l’aggettivo.

 

Commenti

Cfr.

LIVI BACCI, M.: Storia minima della popolazione del mondo; Il Mulino; Bologna; 2005; pagg. 50-60

DIAMOND, J.: The Worst Mistake In The History Of The Human Race; link

janus | September 28, 2009 11:05 PM

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