Seminario sulla Teoria Generale di Keynes- (7)
Iniziamo ora il terzo libro, dedicato alla propensione al consumo. Keynes decide di esaminare separatemente i fattori che influenzano il consumo da quelli che influenzano l'investimento, poiché essi sono "in gran parte distinti". In questo libro, esamina la propensione al consumo.
La propensione al consumo è la relazione funzionale χ tra un dato livello di reddito in termini di unità di salario Yw e la spesa per consumi Cw, vale a dire
Cw= χ(Yw), cioè C=W χ (Yw),
L'importo che la collettività spende per consumi dipende sia da fattori oggettivi, sia da fattori soggettivi.
Tra gli oggettivi, i più importanti sono: 1) le variazioni dell'unità di salario, 2) le variazioni della differenza fra reddito e reddito netto, 3) le variazioni accidentali dei valori capitali di cui non si è tenuto conto nel calcolare il reddito netto, 4) le variazioni del tasso di attualizzazione, cioè del rapporto di scambio fra beni presenti e beni futuri (non si tratta del tasso di interesse dice K, , ma in via di approssimazione lo si può pensare come il tasso di interesse). La sua effettiva influenza sui consumi è assai dubbia, secondo K; 5) mutamenti nella politica fiscale, e infine 6) variazioni delle aspetttaive sui rapporti fra il livello attuale e quello futuro del reddito.
Se ne dovrebbe concludere che, in ogni data situazione, la propensione al consumo è una funzione relativamente stabile. Ma che forma ha normalmente questa funzione? C'è un dato psicologico fondamentale (una "legge psicologica", dice K) che ci dice che gli uomini saranno pronti ad accrescere il loro consumo al crescere del loro reddito, ma non nello stesso ammontare. Cioè, se il loro reddito è Yw e il loro consumo è Cw, allora Δ Cwv avrà lo stesso segno di Δ Yw ma sarà inferiore, ossia è positiva ed inferiore all'unità: d Cwv /d Yw. "Come vedremo in seguito, la stabilità del sistema economico dipende essenzialmente dal verificarsi di questa regola nella realtà". Accade anche il reciproco: in caso di crisi, il consumo scenderà meno del reddito (il che "spiega come si possa generalmente raggiungere una nuova posizione di equilibrio mediante fluttuazioni di ampiezza limitata").
Dopodiché K. fa quella che lui stesso chiama una “digressione”. Il consumo, dice, è, a parità di tutti gli altir fattori, una funzione del reddito netto, cioè dell’investimento netto (perché il reddito netto è dato da consumi più investimenti netti). ne segue che “quanto maggiori sono gli accantonamenti finanziari che si ritiene necessario compiere prima di determinare il reddito netto, tanto meno favorevole al consumo, e quindi all’occupazione, si dimostrerà un dato livello di investimento”. Un esempio: prendiamo una casa. Se dal suo valore detraiamo annualmente una somma che il prorpietario né spende in manutenzioni né considera come reddito netto disponibile, “questo accantonamento, non importa se faccia parte di U o di V, costituisce un ostacolo all’occupazione del lavoro per l’intera vita della casa, finché viene improvvisamente utilizzato in blocco quando la casa deve venire ricostruita”.
Questo, dice K, può avere effetti consistenti. Ad es., secondo lui ne ha avuti nella crisi del ’29 negli USA. Nel ’29 infatti, “la rapida espansione del capitaledei cinque anni precedenti aveva prodotto, come effetto cumulativo, la costituzione di fondi di ammortamento e di stanziamenti per dprezzamenti, relativi ad impianti che non richiedevano di venir sostituiti, su scala così vasta da richiedere un enorme volume di investimento nuovo, semplicemente per assorbire questi accantonamenti finanziari; e divenne un compito quasi disperato cercare ancora investimenti nuovi in misura sufficiente per far fronte a quel nuovo risparmio che una collettività ricca e in condizioni di piena occupazione era disposta ad accantonare. Questo fattore era probabilmente sufficiente da solo a causare un crollo. Inoltre, siccome si continuò ad esercitare una simile ‘prudenza finanziaria’ durante la crisi da parte di quelle grandi società che erano ancora in condizioni di permettersela, essa oppose un serio ostacolo ad una pronta ripresa”.
La conclusione di K è che (posto che “per ripetere cose ovvie, il consumo è l’unico scopo e fine di tutta l’attività economica”, che “la domanda complessiva può derivare soltanto dal consumo presente o dall’accantonamento presente per il consumo futuro” e che “come collettività, non possiamo fare accantonamenti per il consumo futuro mediante espedienti finanziari, ma soltanto mediante la produzione fisica corrente”) “nella misura in cui la nostra organizzazione sociale e aziemndale distingue gli accantonamenti finanziari per il futuro dagli accantonamenti fisici, cosicché assicurare i primi non significa necessariamente realizzare i secondi, la prudenza finanziaria potrà diminuire la domanda complessiva e quindi menomare il benessere, come è dimostrato da mille esempi. Inoltre, quanto maggiore è il consumo per il quale si è provveduto in anticipo, tanto più difficile sarà trovare qualcos’altro cui provvedere in anticipo, e tanto maggiore sarà la nostra dipendenza dal consumo presente come fonte di domanda. Tuttavia, quanto più alti sono i nostri redditi, tanto maggiore, disgraziatamente, sarà il margine fra i nostri risparmi e il nostro reddito. Così, in mancanza di qualche nuovo espediente, non vi sarà, come vedremo, nessuna risposta all’enigma, salvo che vi sia una disoccupazione sufficiente a mantenerci tanto poveri che il nostro consumo rimanga infeirore al nostro reddito per una cifra non maggiore dell’equivalente degli accantonamenti fisici per il consumo futuro che sia conveniente produrre attualmente”. O per dirla in altri termini: il consumo si può soddisfare o mediante la produzione corrente o mediante la produzione anteriore (disinvestimento). Se si consumano beni prodotti anteriormente, si riduce la domanda corrente. Al contrario, quando si produce nel periodo considerato, la domanda corrente si espanderà. Ora, “tutti gli investimenti di capitale sono destinati, prima o poi, a sboccare in disinvestimenti di capitali. Così il problema di assicurare che il nuovo investimento di capitale superi sempre il disinvestimento di capitale in misura sufficiente a colmare il divario tra reddito netto e consumo, presenta una difficoltà crescente col crescere del capitale”. E’ un paradosso: “Nuovi investimenti di capitali possono verificarsi, in eccedenza dei disinvestimenti correnti, solo se si prevede che aumenti la spesa futura in consumi. Ogni qualvolta assicuriamo l’equilibrio di oggi emdiante un maggior investimento, aggraviamo la difficoltà di assicurare l’equilibrio domani. Una diminuita propensione al consumo di oggi può dar luogo ad un vantaggio pubblico soltanto se si prevede che un giorno essa sarà accresciuta. Ciò fa tornare in mente la ‘Favola delle api’ [di Mandeville]: gli individui spensierati di domani sono assolutamente indispensabili per creare una ragion d’essere a quelli seri e ponderati di oggi”.