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Seminario sulla Teoria Generale di Keynes- (3)

Il secondo libro della Teoria generale si apre col capitolo sulla scelta delle unità (uno dei problemi che, scrive JMK, lo avevano “più ostacolato nello scrivere questo libro” – gli altri due essendo il ruolo delle aspettative nell’analisi economica, e la definizione di “reddito”, che seguiranno). Dice JMK che “è evidente che la nostra analisi quantitativa deve potersi esprimere senza impiegare espressioni quantitative indeterminate; e infatti, appena si compie un tentativo in tal senso, diviene chiaro, come spero di mostrare, che è molto meglio fare a meno di esse”. Tra questi concetti, la cui definizione pone difficoltà secondo K “insolubili”, rientrano il prodotto reale netto e il livello generale dei prezzi: concetti che si possono usare in sede di descrizione storica o statistica, ma non nell’analisi economica.

Dire che il prodotto netto odierno è maggiore, ma il livello dei prezzi è più basso, di un anno o dieci anni fa, è pressappoco come dire che la regina Vittoria fu, come regina, migliore della regina Elisabetta, ma non più felice come donna; proposizione non priva di significato né di interesse, ma inadatta a fornire materia per il calcolo differenziale”. 

L’ipotesi di lavoro di K. è che “quando si parla, a scopi descrittivi o di confronto approssimato, di un aumento della produzione ci si deve basare sul presupposto generale che il volume di occupazione applicato a  certi dati impianti sia un indice soddisfacente del volume della produzione risultante, supponendo che le due quantità aumentino e diminuiscano assieme, sebbene in misura non esattamente proporzionale.”  Quindi K propone di usare, a proposito della teoria dell’occupazione, due sole unità: il valore monetario e il volume di occupazione. Il primo è già omogeneo, e il secondo può esser reso tale prendendo come base un’ora di lavoro “comune” e “ponderando un’ora di lavoro speciale secondo la sua remunerazione; ossia un’ora di lavoro speciale remunerato al doppio dei saggi speciali conterà per due unità”.  L’unità di lavoro è l’unità in cui si misura il volume di occupazione, e l’unità di salario è la remunerazione monetaria di una unità di lavoro. Dunque se E è la somma di salari e stipendi, W l’unità di salario e N il volume di occupazione, allora E=NW.

Nelle due pagine successive K fa un’interessante excursus microeconomico in cui propone di considerare l’efficienza variabile del lavoro applicato agli impianti non come una qualità del lavoro (che pertanto non diverrebbe sempre meno produttivo, ma resterebbe omogeneo) ma come una qualità degli impianti stessi (la cui attitudine ad impiegare lavoro è decrescente col variare della produzione); K suggerisce (i) che questa sia la causa principale dell’aumento de prezzo di offerta al crescere della domanda, e (ii) e che questo sia il modo più corretto di spiegare perchè gli aumenti di guadagno derivanti dall’aumento di produzione “vanno soprattutto a favore dei proprietari degli impianti e non dei lavoratori più efficienti”.

Tutte le condizioni dell’offerta possono spiegarsi perfettamente utilizzando le due unità di cui sopra mediante la funzione di offerta complessiva “senza far riferimento alla quantità di prodotto”, sia per l’attività economica a livello complessivo sia a livello di singola impresa o ramo d’imprese. Infatti, la funzione di offerta aggregata è Zrr (Nr) dove Zr è il ricavo (al netto del costo delle utilizzazioni) la cui aspettativa susciterà un’occupazione Nr . Se questo livello di occupazione genera una produzione Or tale che Orr (Nr) , allora la curva ordinaria di offerta sarà:

p=Zr+Ur(Nr)/Or = φr (Nr)+ Ur(Nr)/ψr (Nr) – dove Ur(Nr) è il costo previsto delle utilizzazioni; il che ha il vantaggio che si può fare la somma delle Nr  in un modo che è invece impossibile per Or , perché “Σ Or non è una quantità numerica”.

Commenti

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claudia | April 24, 2009 12:24 PM

La prox settimana, spero.
:))

Luca | April 24, 2009 12:36 PM

speriamo!!! :) grazie

claudia | April 24, 2009 1:22 PM

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