Seminario sulla Teoria Generale di Keynes - (2)
Nel terzo capitolo, Keynes comincia con alcune definizioni. le somme che l’imprenditore paga ai fattori della produzione per un certo volume di occupazione si chiama costo dei fattori, mentre quelle che paga ad altri imprenditori per quel che da loro deve acquistare, più il sacrificio consistente nell’utilizzare anziché lasciare inoperosi gli impianti, si chiama costo delle utilizzazioni. L’eccedenza del valore della produzione sulla somma di questi due costi è il reddito dell’imprenditore (e di converso, il costo dei fattori costituisce, per i proprietari dei fattori, il loro reddito), che si può anche chiamare ricavo di quel volume di occupazione. Quindi, il costo dei fattori più il profitto dell’imprenditore sono il reddito totale derivante dall’occupazione fornita dall’imprenditore. Il profitto è la quantità che l’imprenditore cerca di massimizzare quando decide l’occupazione da offrire.
A sua volta, il prezzo complessivo di offerta del prodotto ottenuto con un dato volume di occupazione è l’aspettativa dle ricavo che rende conveniente all’imprenditore offrire quella occupazione. Ne segue che, ad un dato stato della tecnica, il volume complessivo dell’occupazione (sia in una impresa, sia in un settore, sia nell’intera economia) dipende dal ricavo che ci si aspetta di ottenere. Così la relazione tra il prezzo di offerta complessivo (Z) del prodotto derivante dall’impiego di N lavoratori è la funzione Z=φ(N), che è la funzione di offerta aggregata. Analogamente, la relazione tra il ricavo (D) che gli imprenditori prevedono di conseguire impiegando N lavoratori, è la funzione D=f(N), che è la funzione di domanda aggregata.
Se per un certo valore di N gli imprenditori prevedono che D sia maggiore di Z, gli imprenditori tenderanno ad aumentare l’occupazione oltre N, fino al punto in cui Z=D. Allora il volume di occupazione sarà dato dal punto di intersezione tra la funzione di domanda aggregata e quella di offerta aggregata. Il valore di D in quel punto si chiamerà domanda effettiva. Questa, dice K, è “la sostanza” della teoria dell’occupazione che il resto del libro sviluppa.
Invece la dottrina classica implica un’ipotesi speciale, perché la tesi “l’offerta crea la prorpia domanda” (cioè la ‘legge di Say’) significa che f(N) e φ(N) siano uguali per qualsiasi valore di N, cioè per qualunque livello di produzione ed occupazione, e che quando Z aumenta in relazione ad un aumento di N, aumenti in misura corrispondente anche D. La teoria classica, insomma, “postula che il prezzo o ricavo complessivo di domanda si adegui sempre al prezzo complessivo di offerta”: “la domanda effettiva, invece di avere un solo valore di equilibrio, è una serie infinita di valori tutti ugualmente ammissibili; e il volume di occupazione è indeterminato, salvo che per il limite superiore dato dalla disutilità marginale del lavoro”. Così la legge di Say “equivale alla proposizione che non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione”.
Dopodiché, K fa un breve riassunto della teoria dell’occupazione che sarà svolta in seguito, anche se avverte che essa non sarà ancora “pienamente intelligibile”. Ecco i passaggi.
1) Quando l’occupazione aumenta, aumenta il reddito reale complessivo.
2) La psicologia della collettiva è tale che “quando aumenta il reddito reale complessivo, aumenta anche il consumo complessivo, ma non tanto quanto aumenta il reddito”. Il consumo, insomma, aumenta in misura inferiore rispetto all’aumento del reddito.
3) Quindi, se gli imprenditori destinassero per intero la maggiore occupazione a soddisfare la maggior domanda per il consumo immediato, subirebbero una perdita.
4) Per mantenere costante un certo volume di occupazione, occorre quindi che si realizzi un volume di investimento corrente sufficiente ad assorbire l’eccedenza della produzione sull’importo che la collettività decide di consumare a quel livello di occupazione.
5) In mancanza di questi investimenti, i ricavi delle imprese saranno inferiori a quanto è necessario per indurli ad offrire quel dato volume di occupazione.
6) Quindi, data la “propensione al consumo della collettività” (vedi il punto 2), il livello di equilibrio dell’occupazione(=livello al quale gli imprenditori non hanno stimoli né ad accrescere né a ridurre l’occupazione) dipenderà dal volume di investimento corrente.
7) Questo volume di investimento a sua volta dipende dall’ “incentivo ad investire”, il quale ultimo dipende dalla relazione tra l’efficienza marginale del capitale e l’insieme dei tassi di interesse su prestiti di scadenze e rischio diversi..
Cosa ne deriva? Ne deriva che esiste UN SOLO livello di occupazione di equilibrio; questo livello non sarà mai superiore alla piena occupazione (=il salario reale non può essere inferiore alal disutilità marginale del lavoro). La brutta notizia è che “in generale non vi è ragione di attendersi che esso sia uguale alla piena occupazione”: di norma, il livello di occupazione di equilibrio è un equilibrio in cui alcune risorse non sono occupate. La piena occupazione si verifica solo in un caso speciale, quando la propensione al consumo e l’incentivo ad investire stanno in una relazione particolare, che corrisponde ai postulati e che è in un certo senso la relaizone ottima.
K. riassume la sua teoria come segue:
I) il reddito dipende dall’occupazione N
II) la relazione tra il reddito totale e la spesa prevedibile in consumi D1 dipende dalla propensione al consumo, e siccome questa è costante nel breve periodo, il consumo dipende dal reddito totale e quindi (vedi I) dal livello di occupazione.
III) N a sua volta dipende dalla domanda effettiva (D) che è la somma di 2 quantità: la spesa prevedible in consumi (D1) e la spesa prevedibile in investimenti (D2)
IV) Siccome D1+D2=D= φ(N), e siccome D1 è una funzione di N (vedi 2) che scriviamo χ(N), ed è dipendente dalla propensione al consumo, allora φ(N)- χ(N)= D2.V) Pertanto il volume di occupazione in equilibrio dipende (i) dalla funzione di offerta complessiva φ, (ii) dalla propensione al consumo χ, e (iii) dal volume dell’investimento D2. “Questa è l’essenza della teoria generale dell’occupazione”.
VI) Per ogni valore di N esiste una corrispondente produttività marginale del lavoro nelle industrie che producono i beni-salario, “ed è questa che determina il salario reale”. La proposizione V è soggetta alla condizione che N non può superare il valore in cui il salario reale diviene uguale alla disutilità marginale del lavoro. Perciò non tutte le variazioni di D sono compatibili col presupposto temporaneo che i salari monetari siano costanti; per giungere a “un’enunciazione completa della nostra teoria” occorrerà pertanto eliminare questo presupposto.
VII) Per la teoria classica, per cui D= φ(N) per tutti i valori di N, l’occupazione è in equilibrio per tutti i valori di N salvo che per il valore massimo: sarà la concorrenza a spingere verso questo valore massimo, al quale soltanto ci potrà essere un equilibrio stabile.
VIII)Quando N aumenta, D1 aumenterà, ma non tanto quanto D, cioè tanto maggiore è N, tanto maggiore sarà la differenza tra Z e D1. In altre parole, se la propensione al consumo rimane invariata, N non può crescere se contemporaneamente non cresce D2 così da colmare la differenza crescente fra Z e D1. Così (salvo che nel caso speciale dell’economia classica) “il sistema economico si può trovare in equilibrio stabile con N ad un livello inferiore alla piena occupazione” e precisamente al punto in cui domanda complessiva e offerta complessiva si intersecano.
Quest’analisi, dice K, “ci offre una spiegazione del paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza”. L’insufficienza della domanda effettiva impedisce che si raggiunga la piena occupazione. E paradossalmente, “quanto più ricca è la collettività, tanto maggiore tenderà ad essere il divario fra la sua produzione effettiva e quella potenziale, e tanto più palesi e stridenti saranno quindi i difetti del sistema economico”. Una collettività ricca, infatti, tenderà a consumare di più del suo reddito, sicché “un volume molto modesto di investimenti basterà ad assicurare un’occupazione piena”. In una collettività “potenzialmente ricca”, invece, se l’incentivo ad investire è debole, essa sarà costretta “a ridurre la propria produzione effettiva; fino a quando, nonostante la sua ricchezza potenziale, essa sarà divenuta tanto povera che l’eccedenza della produzione sul consumo sia discesa abbastanza per corrispondere alla debolezza dell’incentivo ad investire”. Peggio ancora: non solo la propensione marginale al consumo è inferiore in una comunità ricca, ma, siccome il capitale ivi già accumulato è maggiore, vi saranno minori opportunità di investimento, a meno che il tasso d’interesse scenda abbastanza rapidamente (questioni che K analizzerà nel libro IV).
K conclude con una breve nota di storia delle teorie economiche. Dice che “l’idea che si possa traquillamente trascurare la domanda aggregata è fondamentale nell’economia ricardiana, che rimane la base di ciò che ci è stato insegnato per più di un secolo”. Malthus aveva provato ad opporsi, ma non essendo riuscito a fornire un modello soddisfacente, fu ignorato. L’idea che la domanda effettiva possa essere insufficiente “poté sopravvivere furtivamente nel mondo sotterraneo di Karl Marx, di Silvio Gesell e del maggiore Douglas”.
Commenti
Io non capisco una cosa, però.
Dice K. che la domanda effettiva è data dal punto in cui la curva di offerta aggregata Z interseca la curva di domanda aggregata D. Si tratta di un punto di equilibrio che NON coincide necessariamente (ed anzi, di norma non coincide affatto) con la piena occupazione, e che può essere un equilibrio stabile (= se la propensione al consumo rimane invariata, N non può crescere se contemporaneamente non cresce D2 così da colmare la differenza crescente fra Z e D1. Così “il sistema economico si può trovare in equilibrio stabile con N ad un livello inferiore alla piena occupazione”).
Invece, dice sempre K, la dottrina classica implica un’ipotesi speciale, perché la tesi “l’offerta crea la propria domanda” (cioè la ‘legge di Say’) significa che f(N) e φ(N) siano uguali per qualsiasi valore di N, cioè per qualunque livello di produzione ed occupazione, e che quando Z aumenta in relazione ad un aumento di N, aumenti in misura corrispondente anche D. La teoria classica, insomma, “postula che il prezzo o ricavo complessivo di domanda si adegui sempre al prezzo complessivo di offerta”: “la domanda effettiva, invece di avere un solo valore di equilibrio, è una serie infinita di valori tutti ugualmente ammissibili; e il volume di occupazione è indeterminato, salvo che per il limite superiore dato dalla disutilità marginale del lavoro”. Così la legge di Say “equivale alla proposizione che non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione”.
Io qui capisco poco. Cosa vuol dire che invece di esserci un solo valore di equilibrio (come nella T.G.) ce ne sono infiniti? Cosa vuol dire "che f(N) e φ(N) siano uguali per qualsiasi valore di N, cioè per qualunque livello di produzione ed occupazione, e che quando Z aumenta in relazione ad un aumento di N, aumenti in misura corrispondente anche D"? A me pare che, in entrambe le teorie, il valore di equilibrio, per qualsiasi valore di N, debba essere uno solo. O forse K sta dicendo non che i valori di equilibrio, nella economia classica, sono infiniti, ma che non sono equilibri stabili, e dunque possono variare (e precisamente, a causa della concorrenza, tenderanno a giungere al massimo, dove cioè c'è la piena occupazione)? Allora la differenza fra teoria classica e T.G. starebbe nel fatto che nel primo caso, per passare da una situazione di sottoccupazione a una di piena occupazione basta lasciar fare al mercato che si adegua automaticamente, mentre nel secondo caso occorre un intervento esterno.
Se Z=D (la teoria classica) per qualsiasi N, allora non c'è ragione che N, potendo essere qualsiasi, non sia proprio N* = full employment, e cioè quel N* per il quale Z*=D*, dove Z* è il massimo di Z oltre il quale per ogni Z' > Z* cessa di essere vero che Z'=D'. In altre parole il punto oltre il quale Z(N) è anelastica ('verticale', se lo metti in un diagrammma P-N).
Questo Z*, e dunque l'N* che le corrisponde, è il limite massimo anche per Keynes (dunque: , N* dove Z diventa anelastica (definizione del cap 3), o la def. del cap 2 che menziona la disutilità marginale del lavoro, sono def.ni equivalenti di "full employment" (dal che si capisce che 'full employment' non vuol dire 'lavorano tutti' ma 'lavorano tutti data una funzione Z', come 'tutti hanno un posto a teatro' non vuol dire che 'tutti gli abitanti della città o del mondo hanno un posto a teatro', ma 'il teatro è pieno' (la 'curva di occupazione' del teatro diventa anelastica quando l'ultimo posto è occupato).
Ma Keynes dimostra che c'è un Z''(N'') stabile e minore di Z*(N*) - e dunque N'' minore di N* - in cui Z''=D'', perché non è vero che un aumento di Z produce automagicamente un aumento corrispondente di D, anche quando Z è elastica.
OK, questo credo di averlo capito (nella T.G. l'equilibrio può essere stabile anche se Z è elastica, cioè ancora prima di raggiungere Z*).
Quel che non ho capito è: perché K dice che nella teoria classica ci sono infiniti valori di equilibrio per ogni N? A me pare che, per ogni N, ci dovrebbe essere solo UN valore di equilibrio (il punto dove Z e D si intersecano). Questo non riesco proprio a capirlo.
Se D(N)=Z(N) per qualsiasi N*>N (la 'legge di Say'), allora per ogni N*>N (o, il che è lo stesso, per ogni Z* > Z) i punti in cui D e Z si 'icrociano' (cioè hanno lo stesso valore) sono tutti, le due curve coincidono, o la loro interesezione coincide con le due, ed è una curva, invece che un punto, di equilibrio(*).
Dopo di che - dice Keynes - "if this were true competition between enterpreneurs would always lead to an expansion of N up to N*". Dunque, i tipi che pensano che "this is true" e che osservano N*>N, finiscono per concludere: "se N*>N deve essere a causa di qualche elemento parassitario che impedisce la 'competition', rimuovendo il quale essa 'competition' farebbe il suo magico lavoro".
(*)approfitto per en finir con uno dei molti equivoci vanvarici: per 'equilibrio' si intende banalmente D=Z. Dunque 'equilibrio' non ha niente a che vedere con 'armonia', 'bucolico', 'pace sociale', 'arcadia' e altre scemenze del genere.
D'altra parte, le definizioni di D e sopratutto di Z sono rispettivamente 'proceeds' e 'aggregate supply price of the output' from employing N, in a given situation of technique, resources and factor costs per unit of N, both in each individual firm and industry in the aggregate'.
Il che non solo non esclude, ma al contrario allarga il campo di efficacia in cui non l'"equilibrio" (nel senso di 'aaa pace sosciale'), ma il suo contrario può e deve determinare le condizioni dell'"equilibrio" (nel senso preciso: cioè banale).
Stiamo parlando ovviamente di modifiche che nessun "equilibrio" o "competition" produce nelle given condizioni, cioè di modifiche alla Z e in definitiva alla produzione, che non hanno nulla di automatico o di 'armonioso'.
Ah, ecco! Adesso ho capito. Grazie.
(Pensavo che volesse dire che le due curve coincidevano, ma mi sembrava strano-evidentemente mi facevo ingannare dalle figure :))
ma D e Z do coincidono (nel caso della 'legge di Say')!!
(coincidono nel piano P-N. Attention!! quelle che vedi in un manuale di introd. alla macro, ma non nella Gen. Th., che ha una sola figura nel cap. 14 e riguarda la relazione investimenti-tasso di interesse e dunque non c'entra in questa discussione, sono curve nel piano P-Y, non P-N).
??????
No, Fran, è solo che non ci avevo riflettuto abbastanza. Visto che K parlava di due curve che si incontravano in un punto, pensavo a due curve distinte (e me le immaginavo come le solite due curve di offerta e domanda, una inclinata positivamente e l'altra negativamente). Invece non avevo capito che, siccome D e Z sono uguali, la curva è la stessa.