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January 31, 2009

Modello 'conflittualista' - Amazing

Forse vale la pena aggiungere qualche osservazione al post sul modello macro-economico 'conflittualistico'. La ragione è che il modo in cui si argomenta quel modello, e sopratutto il modo in cui si critica il modello 'di Blanchard', rivela qualcosa di fondamentale non sulla macroeconomia, su questo o quel modello, ma precisamente sull'argomentare, sull'argomentare di ziniztra, sulla distruzione dell'argomentare nella ziniztra, sulla distruzione in definitiva della sinistra, e dunque sulla plausibilità e anzi sulla probabilità di una 'uscita a destra' dalla crisi.

Avevo scritto nel post precedente: "Questo pasticicio di nomi ed etichette, completamente inutile perché bastava ... parlare di 'modello dominante', è un grave problema perché, forse per criticare nel modello dominante una affermazione che questo modello dominante NON fa, cioè forse nel preocuparsi troppo di dare un nome 'inviso' al modello dominante chiamandolo neoclassico e finendo per attribuirgli le affermazioni associate a quel nome, invece di quelle associate a quel che FA..."

Ebbene, mi si dice che altrove ci si è dedicati a discutere se il modello 'di Blanchard' è oppure no classico, neoclassico, barocco o rococò, senza fare il minimo tentativo di mostrare nel modello, che pure l'articolo di Brancaccio illustra con curve e grafici ed equazioni, il risultato che a)per ricondurre alla piena ocupazione basta ridurre il salario e poi il 'mercato' fa da sé e che dunque b)una manovra espansiva della domanda non è indispensabile. Affermazioni che questo modello in effetti NON fa, perché FA le affermazioni esattamente contrarie - e basta leggerlo per vederlo - difficoltà dalla quale si esce dicendo che Blanchard è "costretto" ad ammettere che a) e b) non funzionano. E ammettiamo pure che sia costretto; è precisamente il modello che lo 'costringe', come uno che sia 'costretto ad ammettere' che 2+2 FA 4..

Dunque l'unico cambiamento che mi viene in mente di fare a ciò che ho scritto in precedenza è togliere quel 'forse': diamo un nome al modello e il modello dice automaticamente quel che è associato al nome, il che ci solleva anche dalla rottura di scatole di studiare il modello stesso. Con il che basta dire che il modello è una 'mucca' e quello si mette a fare del 'latte', o che è una 'gallina' e dunque fa le 'uova'.

Ma non è tutto, perché introduciamo una "novità fondamentale" in "un diverso ambito teorico": mentre Blanchard è 'costretto ad ammettere' che 2+2 FA 4, noi 'conflittualisti' diciamo che 4/2 + 4/2 = 4, che sarebbe poco perché conferma il modello 'di Blanchard', ma nel processo distruggiamo la ragione per cui proprio il modello 'di Blanchard' descrive che a) e b) non funzionano: noi 'conflittualisti' diciamo che la General Theory di Keynes è una critica alla 'verticalità' della curva AD della domanda aggregata, e per far questo facciamo sparire la nozione di Domanda e di OFFERTA aggregata introdotte proprio da Keynes nella General Theory, e la descrizione di Keynes di come in una depressione l'OFFERTA aggregata NON si sposti per effetto della riduzione dei salari, e diciamo inoltre che la 'liquidity trap' è un'ulteriore conferma di questa verticalità, laddove quel che la General Theory afferma è che la liquidity trap è una condizione nella quale le misure monetarie non spostano la curva AD di domanda aggregata verso destra e che quindi è necessario un intervento fiscale per ottenere questo.

Con il che stiamo riproducendo il giochino che mi interessa sottolineare: ci basta conoscere il nome di Keynes, ma di studiare il modello di Keynes non ci viene neanche in mente: al punto che mi si chiede: "e quale sarebbe questa economia classica che Keynes ha smontato?". Ebbene, i postulati dell'economia classica che Keynes smonta sono nelle prime 5 pagine della General Theory, l'intero capitolo 19 della General Theory spiega perché l'assunto dell'economia classica secondo il quale è sufficiente ridurre i salari monetari per ricondurre alla piena occupazione non funziona, e l'appendice al capitolo 19 descrive precisamente la teoria classica dell'occupazione di Pigou che pretende che la riduzione dei salari monetari riconduca alla piena occupazione. Mai venuta neanche la curiosità di andare oltre il 'nome' e le letture antologiche di 4 o 6 mano, e di leggere i testi?

No, questa curiosità non viene MAI alla ziniztra, il che è precisamente uno dei tratti di cultura della ziniztra. Un "lifestyle". Se l'avesse, questa curiosità, si accorgerebbe che il modello 'di Blanchard' non è 'di Blanchard', ma semplicemente la descrizione, in un libro di testo di Blanchard per studenti del primo anno (freshmen), del modello di Keynes (e il professore 'conflittualista' non fa il minimo tentativo, d'altronde, di descrivere il breve e il lungo periodo, le estensioni al caso di economie aperte, ect).

Avevo infatti scritto a un tale che le idiozie sul fatto che la sola curva AD metta in relazione il livello generale dei prezzi con la domanda e la produzione senza riferimento all'OFFERTA aggregata, le idiozie sulla verticalità di questa curva AD, l'irrilevanza comunque della verticalità di AD per il SUO stesso modello 'conflittualista', l'idiozia dello spostamento a sinistra (o in alto) ella curva AS per effetto dello 'scarico sui prezzi delle merci' degli aumenti salariali, l'idiozia dell'endogenità del parametro di conflittualità 'z', che tutte queste idiozie mi sembravano incompatibili col fatto che il saggio fosse scritto non tanto da un professore ma da uno studente che avesse passato il primo esame di macroeconomia, ma che del resto uno studente alle prime armi non avrebbe avuto il vezzo smorfioso di intitolarlo 'anti-Blanchard', la pomposità trombonesca di scrivere di "novità fondamentale nell'ambito teorico", o di fare una discussione imbecille, comunque inutile per il SUO stesso modello 'conflittualistico', su 'neoclassico' e 'neoclassico-liberista'.

Non ho cambiato idea sugli studenti: non credo che il modello 'conflittualistico' sia opera di uno studente. Ma i vezzi smorfiosi e le chiacchiere sul significato di 'neoclassico' SONO di un professore di chiacchiere vezzose, di un giornalista dde ziniztra, insomma, e NON sono incompatibili con le idiozie tecniche semplicemente perché un giornalista dde ziniztra è precisamente un tale che ha spostato 'er confritto' sui vezzi chiacchierosi e si infischia totalmente del contenuto dei modelli dei quali discute appunto la classificazione: neoclassico o alla vaccinara?

Funziona così: dichiaro il modello 'neoclassico', discuto il 'neoclassico' e mi infischio del modello. Per la stessa ragione, per esempio, ci si domanda prima se Krugman sia un ebreo di Long Island, o se si sia formato al MIT, e sulla base di questo si decide di NON leggere Krugman perché DEVE essere un esponente del 'neoclassico'.
Se lo si leggesse, si scoprirebbe che Krugman sta combattendo contro la DESTRA americana 'neoclassica' una battaglia fondata sul modello 'dominante' che è contrario all'ipotesi neoclassica, e che lo fa precisamente riferendosi continuamente al modello 'dominante' e non al suo nome.

Ecco appena qualche esempio: sul fatto che "basti ridurre i salari per ricondurre alla piena occupazione", sul "discutere i nomi invece che i modelli", e sulle variabili endogene. Su quest'ultimo caso mi permetto di darvi un chiarimento perché illustra non il caso particolare in questione ma il problema più generale della scomparsa presso la DESTRA americana della capacità di leggere i modelli: la DESTRA americana afferma che, siccome il modello dominante stabilisce una identità contabile fra risparmi e investimenti, bisogna risparmiare perché la domanda (di investimenti) torni a crescere e riconduca alla piena occupazione. Ora, il modello dominante afferma certamente che risparmi = investimenti (perché si tratta infatti di una identità contabile), ma che in una depressione (contrazione della domanda aggregata e in particolare di investimenti) l'output e quindi l'occupazione si riducono finché ne derivi una contrazione dei risparmi che riporti all'uguaglianza di risparmi e investimenti.

E questo senza contare che in The Conscience of a Liberal, Krugman, del quale non leggiamo i testi perché sappiamo già che, essendo nato a Long Island e avendo insegnato al MIT e a Princeton, DEVE essere un esponente del 'modello dominante' (lo è) e del 'pensiero unico' (che non esiste, e che comunque NON ha NIENTE a che fare col 'modello di Blanchard'), vi spiega, fin da pag 8 e dappertutto nel testo, che "the orthodoxy that technological change, which supposedly increases the demand of highly educated workers and reduces the demand for less-educated workers, was the principal cause of America's rising inequality, has been gradually wilting as researchers look more closely at the data... As a result... many have come to believe that an erosion of the social norms and institutions that used to promote equality, ultimately driven by the rightward shift of American politics, has played a crucial role in surging inequality". E in molti altri luoghi dello stesso volume, che non mi va di cercare, vi spiega sulla base del 'modello di Blanchard' come sia falso che un Welfare State efficiente debba per forza distruggere l'economia, ect ect ect. (Hint: è FALSO che ci sia un 'pensiero unico' di ECONOMISTI che riconducono TUTTO al funzionamento di una economia 'neoclassica'. E' vero che ci sia un 'pensiero unico' nella DESTRA ideologica che comincia col combattere il 'modello di Blanchard' per ritrovare nell'economia affermazioni che supportano la loro ideologia; ma esiste tutta una economia che tenta di incorporare il funzionamento e la progettazione delle Istituzioni e delle social norms nel modello keynesiano, di cui non sapete nulla perché intanto nessuno da voi looks more closely at the data, visto che vi limitate a look more closely at the newspaper, e in secondo luogo perché la 'ricerca' si ferma quando basta per scrivere sul newspaper).

Ora, io affermo che proprio questo discutere antologie di classificazioni, questo NON leggere i modelli, questo limitarsi a scrivere 'per i giornali' è un sintomo non di (sola) incompetenza nella professione ma di rivolgimento culturale: quel tipo di rivolgimenti che induce a chiedersi, come fa Krugman proprio oggi qui, "how did we get to this point?"

Krugman ha la sua theoria in The Conscience of a Liberal (scritto l'anno scorso, prima delle elezioni presidenziali).

Io? Eh bien! se quel rivolgimento culturale produce - fra le altre cose - professori incompetenti di DESTRA in America, perché non dovrebbe produrre professori incompetenti di ZINIZTRA da voi? E' proprio questo che mi ha convinta che quel pasticcio di modello conflittualistico NON possa essere opera di uno studente ma perfettamente l'opera di un professore. Se così fosse, non basterebbe questo a suggerirci che cosa la sinistra dovrebbe dire agli studenti e ai lavoratori? Chiediamo agli studenti e ai lavoratori di "mandarci gli slogans e le foto", oppure ai giornalisti dde ziniztra e ai sindacati di venire alla lezione in piazza di macroeconomia?

I have my own theory, e ha a che fare con il fatto che la polemique du jour chez vous sia oggi il "caso" Battisti (perché sarebbe un "caso", eh?).

January 26, 2009

Modello macroeconomico 'conflittualistico' (wonkish)

Al mio ammiratore anonimo sembra essere balenata l'idea che, per il fatto che non faccio il rumore considerato sufficiente, non vuol dire che io sia per i libbbberisti massacratori di bambini o contro i lavoratori.

Questo non ha nessuna importanza in sé, ma per il fatto che lo ha indotto a sottopormi un saggio intitolato “Anti-Blanchard, una critica al modello macroeconomico dominante”, di Emiliano Brancaccio, invece della solita dose di Sturm und Drang ad altissimo volume.

Per prima cosa siano ringraziati i Superi se, qualunque sia la qualità di questo saggio, fosse anche il più cervellotico, si propone una discussione, un 'discorso', a partire da una 'critica al modello macroeconomico dominante' e non dal contenuto della panza o da questa o quella indignazione morale. Basterebbe fermarsi qui, che è tutto quello che si vuole, in fondo: non per forza che questa critica sia giusta (nel senso di 'corretta') o definitiva: se anche fossero sbagliati i risultati di questa critica, il fatto della critica, il fatto di un discorso e non di una esibizione, questo fatto non può essere sbagliato.

Potete fermarvi qui ed esaminare per conto vostro, con i vostri compagni, amici e professori, il saggio di Brancaccio

Ma metto lo stesso qualche osservazione ('wonkish'). 

Per prima cosa il “modello anti-conflittualista” nega un insieme di cose attribuite al 'modello dominante': per esempio che “una riduzione dei salari e quindi dei prezzi [sia] sufficiente ad accrescere la domanda e la produzione”, che “per uscire da una crisi una politica espansiva non sia indispensabile”, che ci sia “un tasso naturale di disoccupazione” al di la del quale una politica espansiva non aumenta l'occupazione ma solo il livello generale dei prezzi (produce cioè non beni aggiuntivi ma solo prezzi più alti). Questo modello dominante viene definito in diversi luoghi “neoclassico” o “neoclassico-liberista”, e in un luogo si dice “durante la crisi degli anni Trenta, gli economisti neoclassici... ect”.

Qui conviene fare un po' d'ordine, più che altro mentale (cioè al solo scopo di capire meglio il modello conflittualistico di Brancaccio e quel che dirò fra un momento).

Per prima cosa per 'neoclassica' si dovrebbe intendere la sintesi neoclassica dell'economia Keynesiana e dei modelli di equilibrio (in particolare micro-economici) che è in opposizione all'economia classica. Perché mai si 'dovrebbe' intendere la sintesi neoclassica? Perchè la 'teoria neoclassica' punto e basta NON contiene e neanche sospetta l'idea di macro-economia o di curve AD-AS, di cui parleremo fra un attimo. Una interpretazione 'neoclassica'-punto-e-basta del modello AD-AS, e non si sa perché il 'modello dominante' sarebbe questa interpretazione, è un po' come l'interpretazione classica della meccanica quantistica, che non verrebbe mai in mente alla fisica 'dominante'. Inoltre se si critica il 'modello dominante', allora questo è proprio la sintesi neoclassica. Propongo dunque che nel seguito, laddove si dice 'neoclassico' nel saggio di Brancaccio (e non mi spiego perché non dica semplicemente 'dominante', tranne che nel subtitolo) e in questo post, si intenda 'sintesi neoclassica'. Se questo è accettato, allora nella crisi degli anni Trenta gli economisti neoclassici non esistevano neanche, l'idea che bastasse ridurre i salari per ricondurre alla piena occupazione era l'ipotesi classica, smontata da Keynes nel primo capitolo della General Theory, e non è affatto nella sintesi neoclassica, la quale sintesi neoclassica, in accordo con Keynes,  afferma al contrario che il sistema macroeconomico può benissimo essere in un equilibrio stabile corrispondente alla sottoutilizzazione di risorse e soprattutto di occupazione.

Le prime due affermazioni, dunque “una riduzione dei salari riconduce alla piena occupazione” e “non occorre una politica espansiva per uscire da quel tipo di crisi” NON appartengono alla sintesi neoclassica. Questo pasticcio di nomi ed etichette, completamente inutile perché bastava come ho detto parlare di 'modello dominante', è un grave problema perché, forse per criticare nel modello dominante una affermazione che questo modello dominante NON fa, cioè forse nel preoccuparsi troppo di dare un nome 'inviso' al modello dominante chiamandolo neoclassico e finendo per attribuirgli le affermazioni associate a quel nome, invece di quelle associate a quel che FA, il critico commette quello che a me pare un grave errore di base (e non credo che sia casuale perché si ripete più avanti, come vedremo).

Ripeto l'affermazione 'dominante' che si intende negare:

“una riduzione dei salari e quindi dei prezzi è sufficiente ad accrescere la domanda e la produzione”.

In un altro luogo scrive “le variazioni dei prezzi provocano mutamenti … nella domanda aggregata, e quindi nella produzione”. In un altro ancora “secondo Blanchard esiste una relazione inversa tra prezzi domanda e produzione”.

Ora, tutto questo viene affermato discutendo la SOLA curva di Domanda Aggregata, il che lo porta ad affermare che se, come ha dimostrato Keynes e come è vero, la diminuzione dei prezzi NON fa aumentare la Produzione, allora la curva di Domanda non può essere decrescente.

E questo è strabiliante: notate nelle tre affermazioni qua sopra come ci sia un “e della produzione”, nella prima, un “e quindi della produzione”, nella seconda, e “relazione inversa di domanda e produzione” nella terza. Ma naturalmente la curva di Domanda aggregata stabilisce una relazione inversa (nel modello 'dominante', che poi è quello keynesiano) fra prezzi e quantità DOMANDATA, ma non basta DA SOLA a dire NULLA sulla produzione, la quale è determinata simultaneamente dalla curva di domanda aggregata e da quella dell'OFFERTA aggregata (anche nel modello 'conflittualistico', come vedremo più avanti). Il tizio sembra dire:

“se la curva di domanda aggregata è decrescente, allora un punto su quella curva dovrebbe muoversi LUNGO la curva di domanda 'indiscesa' al diminuire dei prezzi, e dunque la PRODUZIONE dovrebbe aumentare. Se così non è allora la curva non è decrescente”. (Questo 'ragionamento' è illustrato dalle due figure in alto in questa immagine)

Questo è veramente grave, ed è un errore tipico degli studenti del primo anno alla prima lezione al primo capitolo, che confondono lo spostamente “lungo” la curva con lo spostamento “della” curva!!  Cosa autorizza a dire 'domanda e produzione', 'domanda e quindi produzione' senza considerare la curva di offerta?

Naturalmente se il punto 'scende lungo la curva AD', e se la quantità in ascissa che corrisponde alla posizione del punto è la PRODUZIONE (e non semplicemente la quantità domandata), questo vuol dire che l'intersezione della curva AD con quella di OFFERTA aggregata si  muove 'lungo' la curva AD, e cioè che la curva di offerta trasla a destra, cioè che l'OFFERTA aumenta. Ma questo ovviamente non succede in una crisi. (Figura in basso a sinistra in questa immagine, che a differenza delle precedenti mostra il ruolo della curva AS). Se dunque vedete che la diminuzione del prezzo non aumenta la produzione è un grave errore concluderne che la curva AD è verticale, laddove si tratta del fatto che la curva AS non si muove. Ed è anzi proprio questa la ragione percui la depressione è un equilibrio stabile di disoccupazione o sottoproduzione: se il prezzo scende la quantità DOMANDATA aumenta (la curva AD è decrescente), ma quella OFFERTA diminuisce!.

L'aumento di DOMANDA aggregata necessaria a uscire dalla crisi è una traslazione a destra dell'intera curva AD, e questo non avviene, nella teoria keynesiana e nella sintesi NEOCLASSICA, senza un intervento espansivo. E questo a causa di tutt'altro, in particolare della 'liquidity preference' introdotta proprio da Keynes, cioè la indisponibilità dei risparmiatori, che preferiscono gli assets 'liquidi' ('hoarding' di risparmi), a investire nella produzione generando domanda di beni capitali.

Dunque ecco un primo risultato veramente strano: per negare afermazioni che il 'modello dominante' NON fa, 'che basti ridurre i salari per tornare alla piena occupazione' e 'che non sia necessaria l'espansione fiscale', si butta via la spiegazione keynesiana e neoclassica del perchè, al contrario, non basti ridurre i salari e occorra l'espansione fiscale, introducendo un grave errore che è tecnico, non di 'interpretazione'!, e che al contrario NON spiega perché non basti ridurre i salari e occorra l'espansione fiscale. Amazing.

Veniamo alla cosa interessante: l'idea che non esista un tasso 'naturale' di disoccupazione e che dunque non ci sia bisogno di pensare che l'intervento espansivo al di là di quella 'soglia naturale' si risolva in sola inflazione.

Anche qui bisogna un po' precisare i termini: per “naturale” non si intende una cosa tipo 'il tempo di gestazione nella femmina dell'homo sapiens'. Si intende 'il tasso di occupazione oltre il quale un'ulteriore espansione produce inflazione' (semplifico un po' la definizione di NAIRU). Dunque l'Anti-Blanchard afferma: l'inflazione non segue per forza oltre un dato tasso di occupazione noto come 'naturale' nel senso qui sopra.

Per far questo si serve dello stesso modello di Blanchard, ma introduce due ipotesi: che la curva AD sia verticale, e che il parametro di conflittualità 'z' sia una variabile esogena endogena.

Anche qui è strabiliante: prima di tutto la spiegazione della verticalità della curva AD usa il pasticcio che ho descritto qui sopra e che non funziona per i motivi che ho detto, più la liquidity trap intesa come 'la produzione non dipende dal tasso di interesse'. Questo è vero soltanto per diminuzioni del tasso di interesse sotto una certa soglia (per l'appunto in liquidity trap), ma non lo è affatto per aumenti di quel tasso o al di sopra di quella soglia. Dovrei spiegare quest'ultima affermazione che ho appena fatto (e lo farò se qualcuno vuole), ma non occorre perchè comunque, nel modello conflittualistico, nel SUO modello, l'ipotesi di verticalità della curva AD è irrilevante là dove ne parla, e non ne parla dove potrebbe e dove, se lo facesse, si imbatterebbe in un altro errore molto grave che lo renderebbe inutile.

D'altra parte il parametro di conflittualità 'z' è esogeno anche nel modello 'di Blanchard' 'conflittualistico', cioè il suo valore NON è determinato, nel modello di Blanchard 'conflittualistico', da nessun'altra combinazione degli altri parametri. Nel caso del modello di Blanchard, l'autore parla infatti di 'introduzione di legislazione contro i licenziamenti arbitrari' o di 'rilassamento delle leggi anti-monopolio' come esempi di 'conflittualità', i quali sono interventi esogeni, ma parlando del modello 'conflittualistico', come vedremo fra un attimo, dice "supponiamo che i lavoratori si iscrivano a un sindacato più combattivo aumentando 'z'", che anch'esso un intervento esogeno: in altre parole, 'z' è una variabile indipendente del modello.

Dunque come 'funziona'? Vediamo la figura 16 a pagina 53.

A partire dal punto E abbiamo un intervento espansivo, uno spostamento verso destra della curva AD, come nel modello 'dominante'. Al nuovo punto E' corrisponde un aumento della produzione da Y a Y' e del livello generale dei prezzi da P a P'.

Dice l'Autore (a pag 54): “la novità fondamentale è che in questo diverso ambito teorico la AD è verticale, [segue mumbo jumbo sul perché lo è], l'aumento di P non ha alcun effetto depressivo sulla domanda di merci e quindi sulla produzione”.

Ma naturalmente potete far passare per E una curva AD decrescente come vi pare e traslarla a destra  passante per E' ottenendo esattamente lo stesso incremento da Y a Y' e da P a P' (vedere la figura in basso a destra in questa immagine).  La ragione è che come vedete il punto va da E a E' lungo la curva di OFFERTA AS dove interseca successivamente E ed E'. L'affermazione “l'aumento di P non ha alcun effetto depressivo sulla domanda di merci e quindi sulla produzione” contiene di nuovo come se niente fosse un 'quindi della produzione', ma anche a prenderla sul serio è contemporaneamente vera (non ha alcun effetto depressivo sulla produzione) e cervellotica (non ne ha uno depressivo sulla domanda), è comunque balorda e non ha niente a che vedere con la verticalità di AD. Non ha effetto depressivo sulla produzione perchè al contrario un aumento di P aumenta la produzione (la curva AS è crescente), e non ne ha uno depressivo sulla domanda perché se non mi sbaglio la domanda l'abbiamo appena aumentata 'imperio nostro' con una manovra espansiva spostando l'intera curva AD a destra, talmente tanto l'abbiamo aumentata che nonostante l'aumento dell'offerta Y anche P è aumentato (e l'ampiezza dell'aumento d P dipende SOLO dalla curva di OFFERTA, data una traslazione verso di destra di AD, comunque questa sia inclinata) .  L'unica 'novità fondamentale' è il totale fraintendimento del suo stesso modello, e in particolare questo grave errore ripetuto più volte di far dipendere domanda E PRODUZIONE dalla SOLA AD..

Il punto “E'”, dice l'Autore a questo punto, è stabile e l'aumento di Y è permanente. Su questo nessun economista del tipo sintesi neoclassica o 'dominante' ha alcuna obiezione – a parte il fatto che loro sanno almeno come funziona davvero - ma a condizione che l'OFFERTA sia elastica, cioè NON verticale, come è in effetti disegnato nella stessa figura 16. Che l'OFFERTA sia elastica corrisponde infatti alla situazione della quale Keynes scriveva “gli impianti, gli uomini e il loro ingegno, la fertilità del suolo, la capacità di produrre è intatta ma sottoutilizzata” a causa di un deficit di domanda inteso come si deve: non che il punto su una AD data sia troppo alto (prezzi troppo alti), ma che l'intera curva AD sia troppo a sinistra (domanda insufficiente per TUTTI i prezzi).

In poche parole qui c'è una descrizione sbagliata di una espansione che nessun modello 'dominante' nega, e quando dico descrizione sbagliata parlo dell'espansione esattamente come rappresentata in Fig-16, del suo stesso modello 'conflittualistico' nel quale la verticalità di AD è irrilevante.

Quel che c'è di interessante è quel che segue con la fig. 17, dove interviene la conflittualità (pag 55: “Supponiamo che i lavoratori decidano di iscriversi a un sindacato pià combattivo e rivendicativo e che quindi 'z' aumenti”).

Riferendosi alla Fig. 17 si afferma: “i lavoratori spingono i salari monetari W verso l'alto”. [Se le imprese] “scaricano gli aumenti salariali sui prezzi … di conseguenza la AS trasla verso l'alto e il livello dei prezzi aumenta da P a P'. Ovviamente ciò determinerà un rialzo ulteriori dei salari, qundi ancora dei prezzo, e coì via”.

Questo è un vero pasticcio.

Cominciamo da questa traslazione di AS verso l'alto: questo avviene per le ragioni OPPOSTE a quelle che dice l'Autore, non quando gli aumenti di W sono 'scaricati' su P, ma quando gli aumenti di W sono superiori a quelli di P. Se i 'sindacati combattivi' ottengono questo, infatti, le imprese hanno ancora una scelta oltre che ridurre il 'markup'; quella di produrre di meno (per ridurre gli altri costi variabili) o di fermare del tutto la produzione, quando W è superiore al reddito marginale, cioè proprio a P. In poche parole si ha una contrazione dell'OFFERTA, ed è precisamente questo il significato di una 'traslazione della AS verso l'alto' (che in realtà è verso sinistra).

A questo punto l'ipotesi di verticalità di AD introdotta dall'Autore gioca contro di lui: se la domanda è anelastica (AD verticale), infatti, la contrazione della OFFERTA (traslazione verso sinistra o, che è lo stesso, verso l'alto di AS) provoca un uleriore aumento di P verso P', cioè 'rincorsa inflazionistica dei prezzi' secondo il SUO modello, mentre se l'AD è decrescente la contrazione dell'OFFERTA provoca un aumento più contenuto di P ma a costo di una riduzione di Y.

Invece lo 'scarico degli aumenti salariali sui prezzi P' corrisponde esattamente al caso in cui la curva AS NON trasla da nessuna parte, se l'autore non se ne accorge è perché dimentica che P nel modello AD-AS, nel SUO stesso modello, è il livello GENERALE dei prezzi, di TUTTI i prezzi, delle merci E DEI SALARI. Il caso in cui W aumenta come P è già 'contenuto' nell'aumento di P dovuto all'espansione descritta in precedenza, e la AS non si sposta da nessuna parte.

Con questo l'Autore non ha comunque indirizzato il problema del tasso naturale di disoccupazione: nel modello 'dominante' questa condizione (la produzione non può più aumentare perché tutta la capacità nelle combinazioni produttive possibili è già utilizzata) è quello che corrisponde a Y (produzione) dove l'OFFERTA è anelastica (la curva AS è verticale). In questo caso una espansione (tralsazione verso destra) della curva AD della domanda provoca soltanto un aumento dei prezzi ma non di Y (figura a sinistra in questa immagine), appunto perché la curva AS è verticale, cioè non esiste una capacità inutilizzata di produzione, per quanto ci siano disoccupati.

Oppure, a domanda costante, un aumento di W superiore a P sposta la curva anelastica di OFFERTA a sinistra (contrazione), aumentando P e contemporaneamente diminuendo Y (figura a destra in questa immagine).

In definitiva l'intera discussione ha lo scopo di dare una giustificazione 'scientifica' all'idea che l'aumento dei salari reali (W/P) non è limitato da nessuna anelasticità dell'offerta, e che essi possono dunque aumentare senza che si crei inflazione semplicemente impedendo alle imprese di 'scaricare' i maggiori costi di produzione sul prezzo delle merci e facendoli assorbire loro nella riduzione del 'markup'. Il conflitto di classe è lo strumento per ottenere ciò. Per fare questo prende il modello 'di Blanchard' e introduce due novità 'fondamentali': che la curva AD sia verticale, novità totalmente irrilevante nella sua stessa discussione, e che il parametro 'z' di conflittualità sia esogeno endogeno, il che non è una novità perchè già contenuto nel modello 'di Blanchard' è falso perché è esogeno anche nel suo modello. Ottiene la 'dimostrazione' dell'assunto semplicemente introducendo un grave errore, facendo traslare 'verso l'alto' la curva AS (riduzione dell'offerta) quando le imprese 'scaricano' i maggiori costi di produzione sul prezzo delle merci, e tenendola ferma nel caso opposto. Cioè il modello 'di Blanchard' non è neanche sfiorato da questa 'critica', e si è semplicemente ottenuto di dare una rappresentazione ingenua con curve e grafici dell'idea ingenua che i maggiori salari reali possano semplicemente essere compensati da minore markup, e che basti il 'conflitto' per questo. Ma questa deferenza verso curve e grafici gli è costata non solo errori gravi, ma soprattutto la totale incomprensione della critica di Keynes all'economia classica.

Tutto questo induce forse a stabilire che la 'conflittualità' dei lavoratori è inutile o peggio dannosa? MANCO PER NIENTE. Semplicemente riporta la conflittualità nell'ambito dove TUTTI gli autori keynesiani e post-keynesiani, per non parlare di Marx che comunque non ha NIENTE a che vedere col modello AD-AS, la hanno collocata: quello dalla PRODUZIONE (e nel caso di Marx: l'organizzazione sociale della produzione). Ogni qual volta la produzione si contragga, o sia anelastica (AS si sposta verso sinistra, o è verticale) ne risentono l'occupazione e i salari contemporaneamente. Non serve a niente rivendicare W maggiori di P se le imprese possono contrarre la produzione di conseguenza (e stranamente a nessuno importa di questo). La sciocchezza è 'scegliersi' la 'conflittualità' che più ci piace o ci riesce meglio, invece che quella che serve: l'espansione fiscale FINANZIABILE senza mangiarsi il futuro (ricordo che l'espansione fiscale della AD è un deficit che si aggiunge al debito, difficile se il debito è già spaventoso) e soprattutto l'elasticità dell'OFFERTA, che è un problema di produttività multi-fattore.

Su modelli più seri di questo, e sulla critica della sintesi neoclassica consiglio J.E King, “A history of post-keynesian economics since 1936”, che contiene fra le altre cose un'antologia del pensiero 'critico' keynesiano e post-keynesiano italiano (Sraffa e altri), sparito dalla sinistra italiana dopo la sua svolta 'creativa' negli anni '70..

Saluti

January 19, 2009

Controstoria della Rivoluzione Francese

A. MANZONI, Storia incompiuta della rivoluzione francese, Milano, 1985

 

Rimasto incompiuto e apparso postumo, probabilmente da intitolarsi Osservazioni comparative su la Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione Italiana del 1859, questo non breve scritto è una sorta di analisi metastorica o di filosofia politica consistente in un confronto fra le due rivoluzioni del titolo. Il confronto, tuttavia, non essendo stata portata a compimento l’opera, non fu fatto, salvo che per poche pagine iniziali, sicché del testo rimane solo una parte, neppure essa ultimata, relativa alla rivoluzione francese.

Quali fossero le opinioni del M. sulle due rivoluzioni ce lo rivelano peraltro con chiarezza già le suddette poche pagine iniziali. “Due principalissime ci par di vederne in due de’ più gravi effetti della prima di quelle due Rivoluzioni, e de’ quali la seconda poté andare immune. E furono: l’oppressione del paese, sotto il nome di libertà; e la somma difficoltà di sostituire al Governo distrutto un altro Governo che avesse, s’intende, le condizioni della durata” (p. 21). E perché la Rivoluzione francese (a differenza di quella del 1859) ebbe questi effetti disastrosi? La causa secondo M. è la seguente: “una, non unica, ma principalissima, e feconda di molte cagioni accessorie, ci par di vederla nell’essere stata violata dalla prima, e adempita dalla seconda, una condizione, non meno imposta dall’equità che richiesta, per un accordo naturalissimo, dalla prudenza. Ed è: che la distruzione del Governo, o de’ Governi esistenti prima della Rivoluzione, fosse un mezzo indispensabile per ottenere un bene essenziale e giustamente voluto dalla rispettive società rette da loro: in altri termini, che que’ Governi fossero irreformabilmente opposti al bene e alla volontà delle società medesime. Dietro queste premesse, cercheremo di dimostrare nella prima parte di questo scritto: che la distruzione del governo di LuigiXVI non era punto necessaria per ottenere i miglioramenti che la Francia voleva nel suo ordinamento, e aveva espressi nelle istruzioni date ai suoi rappresentanti negli Stati Genrali; e che quella distruzione, fatta senza una tale necessità, e con una manifesta usurpazione di potere, creò invece uno stato di cose, dal quale vennero o dovevano venire, per una conseguenza inevitabile, i due disastrosi effetti indicati da principio” (p. 23-24).

Si noti che M. non nega affatto il diritto di un popolo di rovesciare il proprio governo o di darsi una nuova costituzione: questo, dice, è un diritto sacrosanto e che nessuno potrebbe revocare (p. 147-148 con particolare chiarezza: l’unica cosa certa è che il governo ha il dovere di esercitare il suo potere per il bene del popolo, e se non lo fa, non ha “un diritto assoluto e imprescrittibile di esistere”). Il punto, invece, è che lo può fare solo per evitare un male peggiore, cioè per necessità, e non per arbitrio, e sempre mantenendo salda la possibilità che un governo effettivo sussista.

Secondo M. (pp. 39-40), era innegabile che nel 1789 la grandissima parte dei francesi volesse una riforma: da una parte lo stato delle finanze richiedeva una improcrastinabile riforma della fiscalità, eliminando tutti i vari privilegi ed esenzioni, una abolizione dei poteri assoluti del Re, specie con riferimento alle limitazioni della libertà personale dei cittadini, lo stabilimento di una assemblea legislativa permanente, l’introduzione della libertà di stampa. Ma, aggiunge subito M., il fatto è che lo stesso Re aveva già offerto, già al momento di convocare gli Stati Generali, tutte queste riforme; anzi alcune, specie quelle fiscali, le aveva proposte già molto prima (sotto il ministero Turgot), anche se all’epoca non era riuscito a resistere alle pressioni contrarie dei Parlamenti e della nobiltà (v. la trattazione che ne fa M. nell’Appendice A, p. 323 ss.). Ma stavolta, dice M., le cose sarebbero andate diversamente. Dunque la Rivoluzione sarebbe stata innanzitutto inutile, proprio perché non necessaria all’ottenimento delle riforme.

Indubbiamente su punti del genere, che implicano giudizi controfattuali, il discorso non può pretendere di andare oltre un esame di verosimiglianza o inverosimiglianza, dunque non può ambire a pretese di scientificità. Ma il discorso non sembra molto convincente, né gli argomenti addotti da M. (fondamentalmente basati sul carattere del Re e sulla sua presunta impossibilità di andare contro promesse fatte) particolarmente probanti, anche perché smentiti da casi anteriori come appunto la vicenda delle proposte di riforma di Turgot.

Dopodiché M. procede ad una serrata disamina delle fase iniziali della Rivoluzione, segnatamente di quelle che portarono dalla convocazione degli Stati Generali alla costituzione del Terzo Stato in Assemblea Nazionale. In sintesi, successe che una rappresentanza che aveva avuto un mandato molto limitato dai suoi elettori si arrogò prerogative completamente diverse, cioè  quella di sovvertire l’intera costituzione della Francia; e questo, per M., ha condotto a due gravi problemi.  Uno, quello dell’abolizione tout court di ogni governo (inteso qui come potere esecutivo), che è il più importante, lo esaminiamo dopo. L’altro, che è poi quello che ha dato la stura ai più frequenti giudizi critici sull’opera di M., è di tipo giuridico: consiste appunto nelle forzature che i protagonisti della Rivoluzione, specie quelli della prima fase (Mirabeau, Sieyès, ecc.), sono stati condotti ad apportare al diritto vigente per poter affermare il potere legislativo del Terzo Stato autocostituitosi (abusivamente) in Assemblea legislativa sovrana (quello che oggi chiameremmo Assemblea Costituente). Il gioco qui è fin troppo facile, ma indubbiamente non coglie nel segno, come i critici del M. sono stati pronti a far notare: una rivoluzione, quasi per definizione, ben difficilmente potrebbe svolgersi nelle modalità sancite dalla costituzione vigente, dato che la sua essenza consiste proprio nel rivolgimento di quella costituzione! Indubbiamente però (e qui i critici peccano di miopia) M. non si limita a fare questa constatazione, ma intende sostenere che questa continua violazione del diritto implicava una forzatura del mandato ricevuto dagli elettori, e cioè che in ultima analisi il rovesciamento dell’Antico Regime non godeva di alcun autentico sostegno popolare ed anzi era apertamente inviso alla stragrande maggioranza della popolazione francese. Questa è una tesi legittima, naturalmente, e certamente non nuova; tuttavia resta pur sempre difficile spiegare come mai la Rivoluzione abbia, nelle sue prime fasi (cioè proprio quelle, secondo M., più dirompenti sul piano della legalità costituzionale), incontrato sempre così scarse e sporadiche resistenze, ed anzi incontrato un così ampio  seguito di massa, e non solo a Parigi. A questo riguardo, M. tira fuori una spiegazione che ai lettori dei Promessi Sposi è ben nota, vale a dire che mentre la gran massa di un popolo è per natura animata da intenti bonari e mossa dalla volontà di ben fare e da lealtà reciproca, una minoranza di facinorosi è sempre presente e mira a trarre profitto da ogni situazione di disordine ed anche a fomentarne, e siccome i buoni sono molti e disorganizzati, mentre i facinorosi sono pochi e sempre vigili, è facile che i secondi prevalgano sui primi (è, come si vede, la teoria delle élites di Pareto e Mosca in termini solo leggermente diversi).

Il punto più importante, tuttavia, e che dà poi conto meglio delle critiche del M. alla Rivoluzione, sta nel fatto che, ad avviso di M., la Rivoluzione ha proceduto in primis a distruggere il legittimo Governo, senza preoccuparsi dei mezzi di stabilire al suo posto un altro governo. Così facendo, dice M., la Rivoluzione ha gettato i semi per la disgrazia dell’intera nazione, ed altresì vanificato anche tutti i diritti che pure era nata per garantire: solo dopo la Rivoluzione, e solo grazie a governi che più antirivoluzionari non avrebbero potuto essere, infatti, i diritti alla libertà personale, alla separazione dei poteri, alla libertà di stampa, poterono essere garantiti realmente ai francesi (p. 130). La considerazione dell’importanza di un governo, cioè di un potere esecutivo saldo e forte, come garanzia dei diritti medesimi di libertà, è una intuizione assai moderna e che merita molto elogio.

Una parte anche assai interessante del libro sta nel confronto, molto acuto anche se un po’ prevenuto, che M. fa tra la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino francese del 1789 e quella che lui chiama la Dichiarazione di identico titolo ”adottata dagli Stati Uniti d’America a più riprese e segnatamente nel 1776”. Non è chiaro a cosa si riferisse esattamente M., perché nel 1776 il testo che fu approvato in America (e che poi lui cita) non è una dichiarazione dei diritti, ma la celebre Dichiarazione d’indipendenza; e certo qui M. ha buon gioco a notare che tra il testo americano e  quello francese non v’ha confronto possiible. Tra i due testi c’è enorme differenza: quello americano si basa su diritti preesistenti che non si sogna nemmeno di modificare, mentre quello francese ne inventa di nuovi; quello americano vuole affermare non l’uguaglianza degli uomini fra loro, ma dei popoli fra loro (è quindi una dichiarazione d’indipendenza, non di uguaglianza), mentre quella francese vuole appunto affermare “un’eguaglianza di novo genere, soggetta ad interpretazioni anzi bisognosa d’interpretazioni, una eguaglianza da intendersi in un certo modo e non in un altro. La Dichiarazione di Filadelfia proclamava una soluzione; quella di Versailles, colle stesse parole, proponeva un problema” (p. 306). E giù pagine e pagine a lodare la saggezza dei legislatori americani, la chiarezza dei loro intenti, la limpida e coerente evoluzione della Costituzione americana, rispetto alla caotica, contraddittoria, astratta  formazione della Dichiarazione francese. Qui ci sono svariati passaggi che richiamano fortemente Burke e la corrente antirivoluzionaria che si richiama a Burke (con la contrapposizione fra l’astratto spirito di sistema francese che mira a forgiare una struttura sociale del tutto nuova e la sviluppo armonico, nella storia dei rapporti reali, della costituzione inglese), senonché non c’è alcuna prova che M. conoscesse Burke. Le affinità dunque devono piuttosto ritrovarsi in una intima assonanza fra lo scrittore milanese e il politico  irlandese, probabilmente dovuta alla loro passione storica e al loro comune orientamento conservatore.