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Lo Sprawl- di Anna Diana Debernardi

Premessa.

 

Lo sprawl è la diffusione della città e del suo suburbio su una quantità sempre maggiore di terreni agricoli, alla periferia di un’area urbana (le megalopoli terzomondiste sono un caso a sé stante per l’assenza del rapporto diretto di tipo occidentale sprawl/sviluppo economico, n.d.r.).

Ovvero: terreni rurali, spazi aperti che si trasformano in aree edificate, urbanizzate.

Dal punto di vista urbanistico, la qualità è più importante della quantità di terreno “consumato”: si valutano l’aspetto esteriore del costruito e la sua adeguatezza, per esempio, rispetto ai percorsi pedonali all’interno dei nuovi isolati.

Dal punto di vista ambientalista, invece, conta solo la quantità : lo sprawl indica la riduzione delle superfici rurali dovuta all’incremento della superficie totale della città e i suoi sobborghi in un particolare periodo.

L’approccio ambientalista riconduce il fenomeno urbanistico dello sprawl a criterio di misurazione: per esempio, se un’area urbana copriva 25 chilometri quadrati nel 1980, e poi 30 chilometri quadrati nel 1990, si dice che la città e i suoi sobborghi “hanno fatto sprawl per 5 chilometri quadrati”.

Ma la qualità influenza direttamente la quantità, tanto che in genere lo sprawl ben pianificato si traduce in meno chilometri quadrati di terreno rurale coperto dallo sviluppo urbano.

L’urbanistica sta dibattendo vivacemente sul fenomeno dello sprawl, per alcuni fenomeno inevitabile, per altri un male da arginare, per altri ancora niente affatto un male.

Una delle tesi più recenti e provocatorie, sostenuta da Robert Bruegmann[1] nel suo ultimo libro “Sprawl: a compact history” è che lo sprawl non sia assolutamente una patologia novecentesca legata all’automobilismo di massa, ma un percorso lungo, per certi versi inevitabile, che dagli albori delle civiltà urbane rappresenta una naturale evoluzione delle città in crescita.

Bruegmann contesta l’idea, diffusa tra architetti, urbanisti, accademici, funzionari pubblici e ambientalisti in tutto il mondo ricco, secondo cui lo sprawl è economicamente inefficiente, socialmente iniquo, ambientalmente dannoso e brutto; secondo il professore di Chicago è tutto da dimostrare che lo sprawl porti con sé necessariamente un maggior consumo di energia, un incremento degli spostamenti in auto, viaggi pendolari più lunghi e più traffico e inquinamento.

Se fosse vero tutto ciò, sostiene, i tempi di pendolarismo sarebbero ridotti nelle città più dense e più lunghi in quelle diffuse.

La realtà invece si avvicina di più al contrario e cita l’esempio di Tokyo, città ad alta densità in cui però i tempi di pendolarismo sono tra i più i lunghi al mondo, nonostante una rete di trasporto pubblico tra le più sviluppate.

“Non c’è nessun motivo intrinseco –dice- per cui una vita in ambiente a bassa densità debba portare ad una maggior consumo energetico o produrre più inquinamento dell’alta densità. In realtà, a densità sufficientemente basse è possibile immaginare gli abitanti suburbani che si autoproducono quasi tutta la propria energia tramite impianti solari, eolici, geotermici, prelevando l’acqua e restituendo localmente quella utilizzata al terreno, tutto senza grandi sistemi centralizzati che erano necessari a sostenere le città industriali dense del XIX secolo, che noi spesso confondiamo con la condizione urbana naturale.”

Bruegamnn fa leva sull’incapacità dei detrattori dello sprawl di mettersi d’accordo su cosa significhi esattamente il termine, fatto salvo che sono tutti unanimemente d’accordo sulla sua accezione negativa.

Evidenzia un atteggiamento snobistico nella vasta comunità di avversori, che mai userebbero quel termine per definire il proprio quartiere, perché “sprawl è dove abitano gli altri, prodotto di scelte sbagliate e mancanza di discernimento altrui, ovviamente.”

Ma su cosa basa la propria tesi difensiva dello sprawl? Ricerca le ragioni del fenomeno nella Storia e cerca di dimostrare quanto lo sprawl abbia sempre accompagnato la vita delle città, fin dall’antica Roma, presentando ed analizzando, con l’abilità dello storico esperto, una vasta casistica di città, nei diversi continenti e lungo i secoli; per Bruegmann, lo sprawl si presenta automaticamente appena i cittadini raggiungono un certo grado di agiatezza che permetta loro di abbandonare il centro della città, denso e malsano, e spostarsi nei sobborghi, sicuramente più vivibili.

Cita, naturalmente , Londra, ovvero il caso più vasto di decentramento d’Europa (il professore americano non ci sta a vedere identificato lo sprawl solo come la miriade di quartieri tutti uguali comparsa attorno alle città americane a partire dagli anni ’60).

La storia urbanistica di Londra è unica e ancora oggi la capitale britannica è una delle metropoli a minor densità del mondo.

Bassa densità che deriva da tempi lontani: l’assoluta tranquillità delle campagne circostanti le ha permesso di non erigere mura difensive, quindi fin dal XVIII secolo le classi più agiate si spostarono verso Westminster, poi l’industrializzazione del XIX secolo ha letteralmente fatto esplodere il tessuto urbano, che si è spinto verso l’esterno per chilometri.

“Là dove pochi avevano obiettato, quando una manciata di famiglie agiate si era costruita grandi case in campagna, ci fu costernazione da parte dell’élite intellettuale, ora che migliaia di famiglie erano in grado di godere un po’ della stessa privacy, mobilità e possibilità di scelta. Gli osservatori descrivevano le nuove zone suburbane come brutte e monotone, prodotto di avidi speculatori senza cura per la civiltà e la bellezza. Naturalmente, ora questo sprawl del XIX secolo è considerato universalmente una parte del centro di Londra, e l’antitesi di tutto ciò che non funziona negli insediamenti contemporanei alla periferia urbana.”

Alla fine della Prima Guerra Mondiale il termine sprawl si diffonde in Gran Bretagna per denigrare le casette in linea che stavano iniziando a crescere in gran numero attorno a Londra.

In definitiva, Bruegmann sostiene che lo sprawl ha messo a disposizione del ceto medio il tipo di abitazioni di cui un tempo poteva godere soltanto l’aristocrazia, in ogni epoca storica.

 

Altri analisti e studiosi sostengono invece il contrario: lo sprawl è figlio dell’automobile, anzi, della freeway.

Se l’organizzazione delle città lungo i canali (per esempio l’Erie a New York) e lungo le ferrovie ha prodotto i cosiddetti streetcar suburbi, coi centri urbani attorno alle stazioni, le strade e le autostrade hanno invece determinato lo sprawl, ovvero la lottizzazione senza limiti, la realizzazione di centri commerciali e direzionali sempre più dispersi sul territorio e lontani dal centro della città origine.

Che differenza corre tra gli agglomerati nati attorno alle linee ferroviarie e quelli sorti lungo le grani arterie autostradali?

Secondo Alex Marshall[2], che usa il termine sprawl per definire la dispersione urbana, “è fisicamente impossibile stipare più di tante case e attività attorno ad una strada perché tutte le auto utilizzate da abitanti e lavoratori devono essere depositate da qualche parte. Le stazioni ferroviarie e della metropolitana non hanno questo problema. Inoltre sono necessarie molte più corsie stradali per far muovere il medesimo numero di persone, rispetto ai binari.”

E una questione di mobilità: l’auto privata permette la dispersione, impossibile attraverso la sola rete di trasporti pubblici.

Quindi lo sprawl nasce con l’auto privata e la sua diffusione di massa.

Né prima né dopo.

Indagarne le origini e le ragioni storiche non è però darne un giudizio.

Il giudizio negativo che molti addetti ai lavori attribuiscono allo sprawl deriva dalla convinzione che, al contrario di quanto sostenuto (per la verità un po’ debolmente) da Bruegmann, la dispersione urbana è insostenibile: consuma troppe risorse naturali, in primis il territorio, crea suburbi privi di identità (l’identità che invece i centri urbani storici sanno dare ai propri abitanti) e obbliga al sempre più massiccio uso dell’auto, costringendo gli abitanti dei suburbi a passare gran parte della propria esistenza in macchina, bloccati nel traffico.

 

La verità, probabilmente, sta nel mezzo: coloro che bocciano senza appello lo sprawl spesso vogliono dimenticare che come l’abitazione si sposta verso la periferia, anche il lavoro, i centri direzionali e i centri commerciali si spostano verso l’esterno, fino a diventare veri e propri “centri suburbani”, il cui notevole successo è dovuto alla loro capacità di cogliere i caratteri essenziali del centro tradizionale ; dimenticano che parallelamente alla netta e-migrazione di abitanti dalla città centrale verso il suburbio, è sempre esistito un processo contrapposto di in-migrazione, in particolare fatto di giovani adulti e coppie senza figli, quindi lo sprawl non uccide il downtown; dimenticano che i nuovi quartieri suburbani, se ben progettati, danno alta qualità di vita ai propri abitanti.

Per contro, coloro che considerano lo sprawl come un qualcosa destinato ad accadere inevitabilmente omettono di dire che non è l’unica tendenza di sviluppo urbanistico.

Il contrario dello sprawl è l’infill , ovvero non consumare territorio attorno alla città, riqualificare il terreno al suo interno, le aree dismesse, i cosiddetti brownfield, le ex aree industriali abbandonate.

L’infil comporta una riurbanizzazione di quartieri esistenti e i suoi sostenitori dicono che un uso dello spazio con densità maggiori è una delle chiavi per allentare lo sprawl suburbano, dato che promuove un uso più efficiente dei terreni, dell’energia e dei trasporti.

I detrattori lo definiscono “sprawl verticale” e sostengono che porti alle città molti dei medesimi problemi di quello tradizionale: traffico, parcheggi, costi dei servizi come le scuole, acqua o altre attrezzature municipali.

Alta densità contro bassa densità.

Ma allora, la città sostenibile è un mito o è possibile?

 

 

 

[1] Robert Bruegmann, Professore di Storia dell’Arte, dell’Architettura e dell’Urbanistica alla University of Illinois di Chicago, il testo citato è : Sprawl: a compact history, University of Chicago press, 2005.

[2]  Alex Marshall, Regional Plan Association di N.Y., articolo apparso sul bollettino dell’associazione Spotlight, ottobre 2006

 

(Anna Diana Debernardi)

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Commenti

Per documentarmi ho cominciato a leggere il voluminoso catalogo della Biennale di architettura. Devo dire che il capitolo "Città di pietra" e il padiglione italiano con i progetti per la nuova città di Vema sono davvero spettacolari (nel pessimo senso del termine).
Ma dove sono finiti gli architetti?

KK | October 24, 2006 11:29 AM

presente!
il catalogo costava troppo per le mie finanze, l'ho lasciato al bookshop...

addb | October 24, 2006 12:14 PM

Su ibs fanno lo sconto, quasi 20 euri di meno (e ancora per un giorno o due, spedizioni gratis).
Bisognerà che ne riparliamo, la roba italiana e il VEMA sono wordless.
Ma secondo te chi ha ragione, in questa disputa sullo sprawl?

KK | October 24, 2006 12:31 PM

sono sempre e comunque fuori budget, meglio che non ti dica il mio "stipendio".

io preferisco l'alta densità e i tessuti urbani compatti.
cosiccome sono per la concentrazione del verde: un grande parco, un grande polmone verde per me è più efficiente (in città) di tanti parchetti di quartiere, troppo piccoli per abbattere lo smog, per ospitare attività ricreative valide per ogni età, troppo piccoli per rappresentare un rifugio verde.
invece le aree a standard non si concentrano, non sono studiate, progettate come insieme; si riduco al mero soddisfacimento delle percentuali normative, ogni qualvolta sorge un nuovo edificio o complesso.

addb | October 24, 2006 12:46 PM

Scusa l'ignoranza, ma cos'è un' "area a standard"?

KK | October 24, 2006 12:59 PM

cosa intendi per sostenibile?

alessandro-->addb | October 24, 2006 1:53 PM

post interessante (come sempre quando addb ci parla di architettura)

se il paragone non è irriverente direi che l'esempio che fa addb di londra ricorda molto la mia piccola lussemburgo che è una città con un centro grande uno sputo ma che negli ultimi 30 anni si è circondata di una periferia di villette a schiera abbastanza vasta, scacciando, con grande disappunto degli indigeni, le mucche e le pecore che per secoli hanno popolato la campagna .

il risultato è una periferia-campagna effettivamente priva di identità, ma veramente molto gradevole da viverci (case grandi, immerse nel verde e la foresta a 5 minuti di bicicletta) e un traffico mostruoso la mattina visto che gli autobus fanno schifo.

soupe | October 24, 2006 2:25 PM

addb,che città è quella della foto?

soupe | October 24, 2006 2:27 PM

aree a standard:
-sosta e parcheggi
-verde attrezzato
-scuole, strutture pubbliche, chiese

la città della foto non la conosco, presa da internet.

addb | October 24, 2006 2:58 PM

l'esempio di soupe è molto interessante per chiarire il fenomeno dello sprawl in europa, molto diverso da quello americano o inglese.

soupe dice che a 5 minuti di bicletta è nella natura: questo dato è fondamentale per capire come sia stato pianificato il suburbio (direi bene), perché concilia il massimo che il decentramento può offrire: la vita in bici o a piedi in ambiente assolutamente non urbano.
il problema dello sprawl illimitato americano è invece che i suburbi sono circondati da altri suburbi, spingendo sempre più lontano il bosco di soupe, quindi non si vive in downtown e non si vive a 5 minuti dalla natura, quella vera.

addb | October 24, 2006 3:08 PM

preciso, nella foto non c'è una città .
so che sapete, però è bene non confondere mai: la città è un sistema ben diverso da una rete di strade e casette.
quella vista dall'alto fotografa un quartiere suburbano, di una città -origine, probabilmente lontana ormai chilometri.

addb | October 24, 2006 3:20 PM

addb,
c'è una cosa che mi incuriosisce (e che mi permette di ricollegarmi al discorso identità europea che facciamo sopra).
tu dici "esiste uno sprawl in europa, molto diverso da quello americano o inglese"
a parte che già è significativo che dal modello europa mi togli UK, ma veramente esiste uno sprawl *europeo*?
voglio dire, che ci trovo in comune fra il mio bucolico sprawl lussemburghese e l'equivalente napoletano dove sei a 5 minuti da una discarica a cielo aperto?

soupe | October 24, 2006 3:48 PM

anzi scusa, l'esempio che ho fatto è scelto male: forse è meglio il bucolico villaggetto lussemburghese e la periferia di modena con i palazzi delle coop (almeno prendo due città delle stesse dimensioni)

soupe | October 24, 2006 3:50 PM

Ecco questo è importante: non è una città. Supponete che sia "tutto li": dove sono i commerci? il lavoro? le scuole? e le attività sociali in genere? Se si allarga il quadro forse appare un 'box' tipo Carrefour, o un Mall, il tutto interconnesso al centro distante via freeways congestionate. (tanto per rompere un po' le scatole: l'agriturismo è un tipo di sprawl i cui lati negativi non sono meno nefasti dei suburbs, per esempio la dipendenza dall'automobile e il consumo di energia).
D'altra parte il lavoro i commerci e le attività sociali sono in città perchè esse non funzionano senza quela speciale 'densità' che chiamiamo appunto "città".
Dunque un problema, che la 10. Biennale (o piuttosto il suo catalogo: purtroppo ho visto solo quello!) ha illustrato nei casi di Barcellona, Londra e New York, è la 'densificazione' degli scambi di cittadinanza ma conservando gli spazi di libertà individuale. E CONTEMPORANEAMENTE la progettazione dello 'sprawl' esplicitamente come città diffusa (e non come 'fuga' dalla città).
Addb conosci "sprawltown", di R. Ingersoll?

Francesca | October 24, 2006 3:50 PM

Beh, è proprio questo che è interessante. Cos'è una città?
Finley, in Ancient Economics, dice che i greci non ne diedero mai uan definizione, e che per es. Pausania, nella Guida della Grecia, rigettava con sghignazzi la pretesa di non so quale piccola cittaduzza nella Grecia centrale di essere una polis: "niente edifici governativi, niente teatro, niente agorà, niente condotte d'acqua a una fontana, e dove la gente vive in ripari come cpanne montane sull'orlo dei burroni". E aggiunge Finley: anche noi moderni saremmo d'accordo: una mera conglomerazione di gente non è una città, altrimenti lo sarebbero sia l'Itaca di Omero, sia una prigione sia un esercito.

KK | October 24, 2006 3:53 PM

E dire che per me lo Sprawl e' sempre stato quello descritto da William Gibson...per capirci, lo Sprawl cyberpunk e' la citta' "bassa" di Blade Runner, quel posto dove piove sempre, ci sono un sacco di cinesi e si vive in fatiscenti palazzi del secolo precedente...
Io vivo nello Sprawl di Glasgow, o meglio nello Sprwl storico, la zona che fu edificata sul finire del XIX secolo ai margini della citta' industriale. E' un posto molto tranquillo, con villone vittoriane riconvertite a condomini da 5/6 appartamenti, con molto verde, strade ampie, aria pulita. E architettonicamente mi si dice non banale, in quanto la maggior parte delle case sono state progettate da Rennie Mackintosh e "Greek" Thomas (qui ne dicono un gran bene, tu li conosci Addb ?).
Pero' e' anche vero che Glasgow fa un 7-800 000 abitanti, e che tutta la Scozia, con la stessa superficie del nord Italia, ne contiene a stento 4 milioni e mezzo...piu i 15 milioni di pecore, s'intende.
Per cui magari non fa testo...

Ardberg 17 | October 24, 2006 3:56 PM

Tiens, alcune 'città ideali' pensate da riformatori sociali anche profondi, come Charles Fourier, contro i guasti delle città della prima induistrializzazione erano molto simili a caserme (i phalansteri).

Francesca | October 24, 2006 3:56 PM

Ah, il falansterio?

http://web.tiscali.it/icaria/urbanistica/fourier/fourier.htm (l'ho messo nel link).

Sulle città nel catalogo di Venezia ci sono davvero cose interessanti (dico, per me che sono un profano e che di queste cose prima non avevo mai sentito parlare), per es. il saggio di Saskia Sassen.

Vabbe', lo aggiungo alla lista.

KK | October 24, 2006 4:47 PM

per francesca: ne ho sentito parlare ma non l'ho letto, provvederò.

per soupe: lo sprawl non è traducibile con periferia, quindi non bisogna confondere i quartieri periferici con esso.

in italia si parla di sprawl (a livello accademico, tra gli addetti, insomma) per la pianura lombardo-veneta, che se vista dall'alto è un segguirsi senza soluzione di continuità di parcheggi, piazzali, case e casette, autostrade con le varie diramazioni minori, centri comerciali, centri produttivi.
fino ad incontrare un "centro" più denso che corrisponde alla città storia.
da milano fino a padova.


addb | October 24, 2006 5:45 PM

susseguirsi.
città storica.

addb | October 24, 2006 5:46 PM

La sassen ha analizzato lo sviluppo di certe città, definite globali, come new york, tokyo, londra..., ormai più simili tra di loro che alla regione in cui insistono.
e l'identità ecco che rientra prepotentemente.
sullo sfondo è la globalizzazione.
dei mercati, prima di tutto.

addb | October 24, 2006 5:54 PM

Ehm.. La Sassen ha analizzato le città in rapporto ad uno spazio che non è più quello fisico ma quello dei "flussi", e che definisce una geografia nella quale Milano, per dire, è alla periferia di Londra. Non so cosa intendi con "simili a sè stesse", ma il punto è che invece in questa geografia ci sono fortissime differenziazioni e polarizzazioni, che corrispondono a specializzazioni. Dunque tutt'altro che omologoazione, se non fra aree di specializzazione. Solo che nello spazio dei flussi le aree omogenee possono essere fisicamente molto distanti (Londra e Buenos Aires) e quelle di differenziazione molto vicine (anche due quartieri della stessa città). Non che questo non sia mai successo: avviene in effetti ovunque ci sia un flusso, e per esempio fra Venezia e le città 'levantine' del mediterraneo orientale nel XV o XVI secolo (il flusso hi-tech di allora essendo quelle delle navi, vettori di merci, di capitali e di conoscenze), oppure fra Firenze e la Borgogna (flussi via terra). La 'matematica' sottesa da questa roba è la stessa, ma i volumi, la scala e la natura di questi flussi completamente diverse.

Francesca | October 24, 2006 6:08 PM

sì sì, intendevo questo: londra e buenos aires più omogenee che londra e la sua campagna.
anche per me nulla di "eccezionale", nel senso che è sempre accaduto.
e lo trovo anche piuttosto comprensibile.
nulla di mostruoso, insomma.

devo andare!
fuori dal web...

addb | October 24, 2006 6:11 PM

Come c'entra lo sprawl? Sia in quello del primo che in quello del terzo mondo il punto è vivere in CONNESSIONE con questi flussi, ma la 'tecnologia' (fra le altre cose) di questa connessione è ovviamente diversa. Nel terzo mondo ci si accumula fisicamente il più attaccati possibile al centro, anche gli uni sugli altri; nel primo, dotato di infrastrutture, questo può avvenire salvaguardando una certa conservazione delle libertà individuali e di 'spazio': nei suburbi ben connessi via freeways, linee telefoniche, eccetera.

Francesca | October 24, 2006 6:15 PM

La progettazione di una "città" deve farsi tenendo conto di questa geografia dei flussi. Il "sindaco" di Tokio governa un nodo di 35 milioni di abitanti (due o tre volte la popolazione dell'intera Australia) in questa geografia. E allora il "piano regolatore" del tipo convenzionale non signifca granché. E qui mi pare che Addb possa riconoscere il suo tema secondo il quale le sufddivisioni amministrative tradizionali non hanno senso (comune fino a quel fiume li, provincia fino a quel comune la, ect). Si sta tentrando di far questo nel programma per il Mondiale di Football in SA.

Francesca | October 24, 2006 6:21 PM

In che modo, Francesca?

KK | October 24, 2006 6:25 PM

quindi la discussione si sposta sul livello amministrativo. mi piacerebbe che gli architetti italiani ne prendessero maggiormente atto.
ripeto poi la domanda: cosa intendete per sostenibile?

alessandro | October 25, 2006 9:25 AM

KK credo di aver fatto troppa confusione e mi dispiace, ma sono eccitatissima da questa combinazione di temi sull'economia arcaica, l'Europa, lo sprawl, la 10.Biennale di cui ho solo il catalogo e non riesco a trovare qualcuno che ne faccia un reportage, e Alessandro che discute di tecnica vs. tecnologia e ci infila (per sbaglio, ma quanto opportunamente!) i property rights. E' tutto collegato, è tutto fichissimo, e sta proprio nel discrimine in cui da una parte si progetta il futuro e dall'altro ci si ripiega e si abbandona la tâche rinchiudendosi in mitologie REAZIONARIE.
Dunque non voglio sviare l'attenzione da questa questione posta benissimo da Addb:
-è consumo e distruzione?
-è opportunità di progettazione?

Francesca | October 25, 2006 10:03 AM

addb, grazie per il chiarimento.
ma mi resta il dubbio. esiste secondo te uno sprawl europeo? voglio dire c'è qualcosa che può accumunare lo sprawl tetesko a quello francese o italiano, e allo stesso tempo distinguerlo da quello americano?
(e se la domanda ti sembra scema, tieni presente che fino a 24 ore fa non avevo mai sentito parlare di sprawl e che l'unica cosa che conosco degli states è boston, che mi sembra una lussemburgo più grande più carina e più vivace*)

roberto

*vabbé anche la foresta nera è più vivace di lussemburgo, almeno li rischi di incontrare hansel e grätel

soupe | October 25, 2006 10:51 AM

Forse è solo che non capisco io, ma essendo un profano, abbiate pietà. Ci sono alternative allo sprawl? Voglio dire, a me pare che l'unica alternativa all'espansione in periferia/suburbi consista o nell'edificazione di nuovi edifici nel centro (che però non è sempre possibile, dato che il centro tende ad essere già denso) o nella riqualificazione di edifici dismessi o degradati ecc. (che però consente, mi sembra, un'espansione limitata), insomma non alternative reali, visto che le tendenze dell'economia vanno nel senso di un'urbanizzazione ancora più spinta (visto che nel 2015 il 75% della popolazione mondiale vivrà in centri urbani).
Oppure l'alternativa allo sprawl è edificare nuove città, come fanno in Cina?

KK | October 25, 2006 11:05 AM

ius aedificandi.
la cina non è certo paragonabile all'europa, e l'UK all'Italia. se per questo anche il mezzogiorno con il nord, e il nord-est con il nord ovest. motivazioni differenti.
regime dei suoli. e poi strumenti urbanistici.
ecco, forse tutto questo incide sul fenomeno dello sprawl. No?

alessandro | October 25, 2006 11:59 AM

Sicuramente, anche se magari entrerei in dettaglio...

Norman Foster scrive, nel catalogo della Biennale, che per finire la parte progettuale-autorizzatoria di non so quale aeroporto cinese (molte volte più grande di Heathrow) ci è voluto assai meno che per avere le autorizzazioni per costruire il molo 5 di Heathrow. Il che mi pare abbastanza significativo, credo.

KK | October 25, 2006 12:10 PM

Ma supponi che lo sprawl si possa pensare come quelle nuvole di gas all'interno delle quali nascono le stelle (=nuove città), e continuando l'analogia abbastanza à la con, che queste 'stelle', come quelle vere, siano i reattori dove avviene la nucleosintesi (= nuove forme di vita civile)... la laguna di Venezia e Venezia come il risultato dello 'sprawl' dal Torcello alle altre isole.. Le città tedesche come risultato dello 'sprawl' di Roma (questa più tirata per i capelli delle altre), ect.. Di Roma OGGI guardiamo gli acquedotti (=infrastrutture) come opere estetiche, di Venezia OGGI guardiamo la "bellezza" ma ignoriamo la sua organizzazione di città mercantile, il fatto che OGNI più piccolo frammento di pietra o legno è stato IMPORTATO...


Francesca | October 25, 2006 12:31 PM

Quanto allo "ius aedificandi". IUS->RIGHTS.
Le favelas: milioni di persone che organizzano piccoli commerci, ristoranti, linee di trasporto. costruiscono edifici, mercati, sistemi fognari, eccetera. Ma non hanno 'titolo' a questi assets o a queste attività. Dunque non possono accedere al sistema del credito, a quello legale.. La città 'amministrativa' non sa come o dove creare le infrastrutture o i servizi e comunque non può raccogliere tasse su quelle attività e finanziarle... I piccoli commerci restano piccoli, i vecchi camions inquinanti restano inquinanti e anzi peggiorano per mancanza di ricambi e di manutenzione, in mancanza di rights gli scambi sono regolati dalla forza/debolezza. Mexico City: 25 milioni di abitanti e il 92% dell'economia è 'informale'..

Francesca | October 25, 2006 12:41 PM

Questa dell'economia informale l'ho letta ieri nell'articolo di Saskia Sassen nel catalogo di Venezia, ma mica l'ho capita. Significa economia illegale? Perché un edificio abusivo o costruito su terreno altrui non mi sembrerebbe (se dovessi giudciare da giurista italiano) "informale" (che se non ho cpaito male dovrebbe significare qualcosa come "settore non censito dall'economia ufficiale"), ma illegale.
Se è solo una trifle terminologica, scusate...

KK | October 25, 2006 12:46 PM

certo. ma importate perchè? perchè a venezia la trifola e il merletto e a roma l'arco a tutto sesto? cosa volevano comunicare, se volevano farlo, i veneziani o i romani? e noi, cosa vogliamo comunicare?

alessandro | October 25, 2006 12:49 PM

forse la città "ammistrativa", o la regione amministrativa, nasce per regolare, in un determinato contesto, una realtà che ha interpretato. succede però che cambia il contesto, cambiano le interpretazioni, e la città "amministrativa" resta sempre uguale a se stessa.

alessandro-->francesca-->kk | October 25, 2006 12:53 PM

"Informal economies have been defined as economic activity not included in a nation’s data on gross domestic product, and not subject to formal contracts, licensing, and taxation. These businesses generally rely on indigenous resources, small-scale operations, and unregulated and competitive markets. In addition, skills may be obtained outside the formal educational system".

Ovvio che molte sono informali perchè ANCHE illegali. Ma spesso è una arbitraria rigidità della legge a spingere SOPRATUTTO GLI SVANTAGGIATI nell'informale. Molto lavoro è "nero" a causa della definizione di "bianco"...

Francesca | October 25, 2006 1:00 PM

Volevano 'comunicare'.. uhmmm. Forse non è una esplicita volontà di 'comunicare'? Forse quel che si finisce per 'comunicare' è la soluzione di un mucchio complesso di problemi tecnici, economici, sociali, estetici, che successivamente si formalizzano, si raffinano, e alla fine inaridiscono in formalismi...

Per esempio: a venezia non ci sono pietre (la pietra viene dall'isria, è costosa, la uso solo per il masso di fondazione o alcuni elementi decorativi. I muri sono di mattoni fabbricati con argilla importata, e allora il rivestimento è molto superficiale (Ruskin fa tutto un pipardonne sull'incrostazione a S. Marco), e allora le finestre si fanno 'veneziane'). Le fondazioni sono una foresta di pali infissi a mano ricoperti da tavolato, e anche i pali sono importati. Rifare le fondazioni: un casino, per cui praticamente sono li dal XIV secolo. E allora ogni nuova costruzione è una ricostruzione che riutilizza i materiali, e dunque riutilizza le trifore e l'ornato già disponibile, che quindi permane più a lungo che a Firenze, eccetera eccetera eccetera.

Francesca | October 25, 2006 1:11 PM

non prendere i miei silenzi come volontà di non risponderti. E' che ci sto pensando, ho dei tempi tutti miei... Pensa che rileggo ancora la tua mail sull'assimetria informativa! :)
Rivendico insomma il mio diritto a tacere e non sparare ca....te! Quelle le riservo al mio blog.

alessandro-->francesca | October 25, 2006 7:07 PM

che poi forse è l'asimmetria informativa :D

alessandro | October 25, 2006 7:38 PM

buongiorno!
ieri ero fuori sede.
vi leggo solo ora.

per kk: ho in testa (purtroppo solo lì per ora, però ho promesso che lo faccio a giorni) la seconda puntata, ovvero esempi di città che funzionano (chissà se sono poi "sostenibili") all'interno ovviamente di modelli di espansione urbanistici elaborati nella storia.
e ci sono, per esempio, le new town...
o le edge cities...

abbiate pazienza, arriverà il seguito!

addb | October 26, 2006 11:01 AM