De Architectura- Dialogo tra due architetti, di Anna Diana Debernardi e Alessandro Maffucci
Quello proposto di seguente è un dialogo svoltosi a distanza, a mezzo posta informatica, tra due architetti che non si conoscevano prima.
addb: Sono stata alla Biennale in una giornata di fine settembre, tersa e meravigliosa; Venezia al suo massimo splendore, davvero un peccato sentirsi “confinati” ai Giardini e all’Arsenale, soprattutto di fronte all’edizione deludente di quest’anno.
Alessandro: Non ci sono stato, perché la definisci deludente?
addb: Saranno mica gigantografie e foto satellitari delle città del mondo infarcite di dati demografici e demoscopici reperibili in ogni atlante aggiornato a fare un'edizione seria! Quelle che sembravano le premesse per uno studio sulle città future, o un dibattito, erano invece il menu completo. Non mi sembra che l'architettura e l'urbanistica si siano molto sprecate ad elaborare proposte concrete, almeno a Venezia non v'era traccia…
Alessandro: Io ho un vago ricordo dell'unica biennale a cui andai, dal titolo bellissimo: “Sensori del futuro. L'architetto come sismografo”. Lo stand più bello era quello del Giappone, con manichini che sbandieravano bandiere da Gran Premio dopo un incidente con alle spalle un cumulo di macerie, simbolo di ciò che restava della città di Kobe. Per il resto, una serie di modellini di architetti delle varie parti del mondo: una mostra di modellismo insomma.Ricordo che ho sognato di connettere il tutto con metri di ferrovia Rivarossi.
Mi sembra di capire che quella odierna sia invece una mostra di fotografia e geografia, a rappresentare la supremazia del satellite e di Google Earth: essi stessi diventano l'essenza di ogni volontà di rappresentare il reale e le sue immagini.
Cosa c'entrano l'architettura e l'urbanistica?
addb: E pensare che i padiglioni tendo a visitarli velocemente, nemmeno tutti. Punto l'Arsenale. Certi allestimenti dei padiglioni, ricercatamente e forzatamente creativi mi innervosiscono; mi innervosiscono anche i giovani visitatori pieni di sé e della propria pseudo arte, i nerd dell'architettura, li chiamo.Per me l'architettura non è arte, non è il bello di per se stesso, non è un monumento, non fa parte del mondo del design, della moda, degli allestimenti. L'architettura è altro.
Eppure mi sembra tanto che si punti di più sull'immagine, tutto patinato, grafico, quando poi arrivano i maestri, però, ecco che spesso non si usano per la presentazione dei progetti nemmeno i rendering, besì tante sezioni e il plastico.Comunque esatto: quest'anno è una mostra di geografia e fotografia.
Alessandro: Credo che la globalizzazione (in ogni dialogo serio contemporaneo deve comparire almeno una volta questo termine) abbia segnato un punto di non ritorno. Mi piace pensare che il tuo sia un approccio negazionista se non almeno nichilista all'architettura, e questo mi diverte. Mi chiedo sempre più spesso come possa io possa conciliare la negazione di dio senza allo stesso tempo non negare la morte dell'architettura. Ho giusto sotto gli occhi il numero di Domus di ottobre. Cito testualmente (p.80): "Pyonyang è oggi identica alla città concepita nella mente di kim Il-sung. E' una città che è stata pensata e costruita tutta d'un colpo da un dittatore e dal suo staff di architetti. Non sono i ritratti ad assomigliare alla città; è la città - la città contemporanea - che è l'esatta rappresentazione di come è stata ritratta trenta o quaranta anni fa. L'integrazione è totale, in parte perchè sia la vera città sia quella progettata sono retroattive; si adattano l'una all'altra correggendo il passato." Ecco, concordando con te, questi nerd dell'architettura patinata da rivista non si sono accorti, scrivendo, di aver oltrepassato un punto di non ritorno. Li abbiamo persi, insomma.
addb: Accartocciati su noi stessi? Spiegami la tua affermazione: "Mi chiedo sempre più spesso come possa io possa conciliare la negazione di dio senza allo stesso tempo non negare la morte dell'architettura." Sei pessimista sul futuro dell'architettura? Eppure stiamo vivendo un periodo di architetti superstar.
Alessandro: Non è questione di pessimismo, perché allora tutti i non credenti dovrebbero esserlo. Quello che voglio dire è che, pur riconoscendo il fatto che un ambiente migliore possa contribuire all'innalzamento della qualità della vita (determinismo?), non ritengo che il ruolo dell'architetto contemporaneo debba essere ispirato dall'osservanza di regole e linguaggi che certa critica riconoscono in certa architettura. L'architetto, come cittadino e solo in quanto tale, ha il dovere di agire eticamente. Mi sembra sufficiente: tuttavia non sempre succede. prendiamo ad esempio una delle regole deontologiche più detestabili: il divieto di esprimere opinioni su un collega. Non trovi sia poco etico? Una limitazione del dovere di critica di un collega?
addb: Allora sei ottimista, se credi che agire eticamente sia sufficiente per fare buona architettura.
La regola detestabile che citi fa parte di una sovrastruttura ipocrita che lascia ai critici al di fuori del sistema la facoltà di critica, appunto; mentre gli addetti ai lavori sorvolano, ma non accade solo in questo ambiente. E forse non è la cosa più grave. Trovo più colpevole l'atteggiamento sempre e per forza acritico delle riviste di settore, che presentano i progetti senza mai giudicarli; bisogna rifarsi agli articoli di giornale per vedere delle critiche, rivolgersi alla cosiddetta opinione pubblica, la famosa “gente” per sentire le voci contrastanti. Ma poi quest'ultima è facilmente liquidabile con un "tanto non capisce...".
Il Guggenheim di Bilbao di Ghery era stato bocciato dal voto popolare, attraverso referendum consultivo, ma le autorità lo vollero, fortissimamente, e il museo adesso è l'attrazione maggiore per la città, con introiti enormi.
Caso italiano: il governatore di Ravello ha oltrepassato le leggi del territorio (prg) per consentire la costruzione l'auditorium di Niemeyer, per alcuni un capolavoro che aiuterà la municipalità, per altri un oggetto fuori contesto da bocciare. In questo caso è vero che il progetto è illegittimo, ma potrebbe essere un'occasione persa, per un'Italia ripiegata su se stessa, senza nuova architettura, senza coraggio, cristallizzata e bloccata dalla paura di "rovinare", meticciare le architettura storiche, che spesso, contro ogni senso, hanno avuto la precedenza su tutto il resto. Altro esempio è Venezia: quando sarà mai fatto 'sto benedetto ponte di Calatrava?
Possibile che noi si viva nell'unico Paese in cui ci sono sempre buone ragioni per non costruire e mai buone ragioni per costruire?
Il tema è complesso: ogni nostra città ha numerosi esempi, Firenze e i nuovi Uffizi, Roma e l'Ara Pacis... insomma, l'impressione che ho è che si passi senza mezze misure dall'assoluta acriticità delle riviste di settore all'assoluta "demolizione" dei critici esterni che fomentano un'opinione pubblica avversa.
Più coraggio, il coraggio di prendersi la responsabilità di essere più lungimiranti (intuire che il museo Guggenheim piacerà) rispetto a chi fa di mestiere un'altra cosa, sarebbe utile a questo Paese.
Poi, certo, non sempre ci si azzecca. Rischio di impresa.
Alessandro: Lo ammetto, sono ottimista. Ma non dico affatto che agire eticamente sia sufficiente per fare buona architettura, è un problema che non mi riguarda, e non dovrebbe riguardare la società né tanto meno la critica. L'architetto deve essere etico in quanto cittadino: in questa ottica l'architettura non esiste, anzi, diventa l'alibi per nascondere le ipocrisie e l'inciviltà.Perché gli architetti non parlano di certificazione etica? Perché solo alcuni architetti parlano di sostenibilità ambientale? Forse perché a non essere sostenibile è l'idea alla base della stessa architettura, l'idea cioè che il manufatto possa avere carattere di monumentalità o di segno perenne del paesaggio, ad eterna memoria della civiltà. Ecco, credo che questo sia il punto di non ritorno su cui prima di tutto dovremmo riflettere: abbiamo il compito di restituire alle generazioni future il territorio come esso è, senza le nostre contorte e devastanti e perenni roccaforti energifore. Scendere dalla cattedra e ragionare in termini di architettura biodegradabile. Non sto scherzando.
Altra questione è, a mio avviso, la legittimazione della committenza, tanto più se pubblica. E qui gli architetti dovrebbero c'entrare poco, se non nel rifiutare certi incarichi che ritengono poco etici. Ad esempio: se ad un professionista venisse commissionata una mina antiuomo, come dovrebbe comportarsi? e come si comporterebbero i nostri colleghi?addb: Architettura biodegradabile… Non è il paesaggio urbano che ti affascina? Ma solo la natura in se stessa? L'antropizzazione del paesaggio è inevitabile, laddove arriva l'uomo. Anche se fosse biodegradabile, sarebbe un continuo tirar su costruzioni biodegradabili. I Giapponesi danno una speranza di vita di circa 10 anni agli edifici, ma li sostituiscono con altri. Come organizzeresti la vita umana senza costruire, tracciare strade, trasformare il territorio? La verginità è persa dal momento in cui si tira su una tenda. Sei oltre al concetto di sostenibilità.
Etico è anche dare una casa a chi non ce l'ha. D'accordo, etico non sempre è anche estetico, ma tu non cerchi l'unione delle due cose, aborri tout court l'architettura perché non si auto elimina, perché insiste sul territorio, perché è volume. Perché sei e fai l'architetto?
Alessandro: Mi affascina una parte del paesaggio urbano, e sovente coincide con quello non pianificato e progettato. Mi aliena un'altra parte del paesaggio urbano, quello che risente della pianificazione e della cattiva progettazione. Ma è un mio sentire, non pretendo che debba essere universale. Come l'idea di Dio. E preferisco l'approccio giapponese, o le teorie di Ruskin. Credo di essere certamente oltre il "tuo" concetto di sostenibilità. Tu aborri l'idea che l'architettura possa (e perché no) debba autoeliminarsi. Io no. Lo ripeto: se accetto l'idea che dio sia morto, perché dovrei non fare la stessa cosa per l'architettura? Perché devo "credere" che sia l'architettura a dover fornire una risposta al bisogno di abitare di noi cittadini? Chi ha detto che debba essere così? E se non la penso come i miei colleghi, non sono dunque un architetto? No. Non lo sono. Voglio essere un semplice cittadino. Che si occupa di attività del costruire e del manutenere (e del demolire). Io mi sento giornalista, musicista, cuoco, domestico, avvocato, soldato, obiettore. A volte anche architetto. Ma quello che faccio interessa in quanto cittadino, non in quanto architetto.addb: L’architettura non è spontaneità, per definizione. E’ progetto. Cerca di mettere "ordine" al disordine. E’ pratica sociale e civile perché condiziona la vita delle persone, di sicuro ne detta la forma in cui questa vita si svolge. Ma gli architetti non sono demiurghi, non hanno alcun potere risolutivo. Quelle erano utopie, abbondantemente smentite dai fatti. Però una città più vivibile deve essere possibile. Un territorio meglio amministrato anche. Faccio i conti non solo con ciò che mi appassiona (l'architettura) ma anche con i numeri: siamo in troppi per poter vivere dispersi e al naturale. Siamo in troppi per poterci permettere l'usura e l'erosione del territorio, quindi va pianificato. Con una visione politica. E qui forse mi avvicino a te: la visione politica è tutto ciò che va oltre alla mera economia, al mero guadagno immediato, al successo a breve termine. Quello che poi faccio eticamente da privata cittadina, è appunto il mio privato.
Come dire, l'architettura è un male necessario. (Anche se io non credo sia un male, ma una delle più nobili pratiche umane).
Alessandro: Ecco, allora siamo malati.
Commenti
"a non essere sostenibile è l'idea alla base della stessa architettura, l'idea cioè che il manufatto possa avere carattere di monumentalità o di segno perenne del paesaggio, ad eterna memoria della civiltà . Ecco, credo che questo sia il punto di non ritorno su cui prima di tutto dovremmo riflettere: abbiamo il compito di restituire alle generazioni future il territorio come esso è, senza le nostre contorte e devastanti e perenni roccaforti energifore. Scendere dalla cattedra e ragionare in termini di architettura biodegradabile"
Io vorrei che Alessandro spiegasse emglio questo passaggio. Pensi che esista DAVVERO un "paesaggio come esso è"?
Possiamo chiederci se debba essere il concetto di architettura a "stratificare" il paesaggio, o se al contrario debba essere il paesaggio a "regolare" il costruire. La questione non è, credo, la definizione di paesaggio, che "designa una determinata parte di territorio, cosi come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali c/o umani e dalle loro interrelazioni", ma il campo di azione dell'architettura, ammesso che ancora ve ne sia uno.
Naturalmente l'anonimo ero io.
Continuo: da sempre la nostra cultura, ed in particolare tutte le culture del mediterraneo che costruiscono in pietra, considera il costruire come segno perenne di trasformazione del territorio. E' anche interessante osservare come la tecnologia del calcestruzzo armato si sia particolarmente diffusa proprio in questi paesi. E, nell'opinione comune, la casa rappresenti, economicamente, il primo investimento per la famiglia.
tuttavia, proprio la tecnologia del calcestruzzo armato, ha portato ad un fraintendimento nella nostra architettura: si costruisce per "manutenere", che è attività correlata all'abitare. Ma si può anche demolire, per costruire daccapo. E' la progettazione che dovrebbe stabilire la vita utile dell'edificio, prevedendo per quanto tempo le prestazioni ottenute rispondano in modo adeguato alle esigenze richieste. La cultura e il paesaggio influiscono sia sul livello di accettabiltà delle prestazioni, definendo gli "standard", sia su cosa "meriti" di essere conservato. Ma la questione rimane aperta: perchè all'architettura non deve essere imputata l'accusa di devastazione dell'ambiente?
Secondo me (parlo da profano, sia chiaro) il "territorio" è un concetto che NON ESISTE senza le "trasformazioni" apportate dall'uomo. E' un po' come la "natura" (con o senza maiuscola). Bisogna partire dal presupposto che terra e uomo stanno in un rapporto strettissimo, e che l'una non si dà senza l'altro. Posto che l'uomo trasforma la "terra" e la "natura" praticamente da sempre (e qui ti posso citare un libro bellissimo che probabilmente già conosci, "Armi acciaio e malattie" di jared Diamond), allora non capisco perché creare nuovi tipi di vegetali e animali sì e una costruzione in calcestruzzo no.
"E' la progettazione che dovrebbe stabilire la vita utile dell'edificio, prevedendo per quanto tempo le prestazioni ottenute rispondano in modo adeguato alle esigenze richieste"
Mah, questo invece lo trovo davvero eccessivo. Voglio dire, sono d'accordo che l'ideologia della conservazione/manutenzione crea danni (ma mi pare un problema più italiano che europeo, e più europeo che mondiale, correggimi se sbaglio), ma come fa il progettista a sapere quando le esigenze per cui progetta verranno meno? Bisogna che a decidere siano i cittadini, o gli utenti, a suo tempo.
Sono le trasformazioni dell'uomo sul territorio che "informano" il paesaggio. Il quale NON esiste senza l'antropizzazione. E non viceversa. Il territorio esiste, anche senza l'uomo. Il paesaggio, come riportato, non è che una parte di esso. Esemplificando: possiamo considerare tutto il globo come territorio, e potenzialmente, come paesaggio. Difficilmente potremmo accettare di parlare di paesaggio guardando una discarica. Anche se formalmente non è sbagliato.
Rispondo alla seconda obiezione. Ho scritto malamente "tuttavia, proprio la tecnologia del calcestruzzo armato, ha portato ad un fraintendimento nella nostra architettura: si costruisce per "manutenere"..."
Leggasi: si DOVREBBE costruire per "manutenere"... haimè non lo si fa (in Italia).
Al contrario si "manutiene" poco e si conserva molto.
il calcolo della vita utile di un edificio richiede competenze adeguate ed approssimazioni non sempre facili, ma che dovrebbero comunque essere fatte. il progettista dovrebbe SEMPRE farlo, perchè è alla base delle scelte progettuali. Che poi nelle facoltà italiane non lo si capisca, questo è un'altra questione.
nooo, mi ha scalzato dalla prima posizione!
sgrunt.
mumble mumble, la "elle" vien prima della "enne", non c'è rimedio...
E' anche una questione di età . Karl, sei autorizzato a postpormi ad addb.
Ma scusa, addb, invece di preoccuparti di sterili questioni di priorità , dicci se a te pare possibile parlare di "territorio" o "paesaggio" come cose date, senza tener conto dell'azione dell'uomo?
kk, vorreri tanto, ma oggi sento di dover ringraziare il cielo che gli operai smontano alle 17...
dammi 10 minuti....
per me né territorio né paesaggio sono cose date.
diciamo che per me vige un principio di indeterminazione di heisemberg in senso lato: allorquando l'uomo osserva, agisce, delimita, vive già modifica, trasforma.
la verginità è persa.
come definire naturale.
cos'è naturale?
ciò che si trova in natura?
tutto si trova in natura.
naturale=spontaneo?
mah, l'architettura non ha nulla di spontaneo, è un inquinamento, per definizione.
http://conventions.coe.int/Treaty/ita/Treaties/Html/176.htm
il termine "paesaggio" non è una mia invenzione... :)
allora siamo tutti d'accordo.
definire paesaggio di qualità ...
certo, rimane tuttavia difficile parlarne in termini di ISO9000...
Alessandro, confesso che non colgo benissimo la rilevanza che attribuisci alla differenza tra territorio e paesaggio...
Alessandro: non c'è un solo centimetro quadrato di Europa, e ancor meno di Mediterraneo, che non sia stato cesellato da millenni di lavoro. Guarda che bel "paesaggio Olandese". Sono polders, fatti a mano. Guarda che bei "bocages normandi con meli e campi di senape", stessa cosa. Guarda queste belle masserie toscane. Guarda questa bella collina: è l'Acropoli. Leggi quelle belle scemenze provenzali di F. Mistral (il trombone) sui "filari di pioppi": sono spartivento messi a protezione dei campi dal Mistral (il vento). Bisogna proprio "montare in cattedra", e anzi "in pulpito" per pretendere di parlare a nome della Natura, che non esiste in natura.
Non pretendo assolutamente di parlare a nome della Natura. Parlo a nome mio.
La differenza tra territorio e paesaggio è la conquista della consapevolezza delle trasformazioni dell'uomo nell'ambiente in cui vive. Condivido al 102% la definizione di paesaggio, e non ho mai pensato (e neanche detto) che sia auspicabile distruggere il paesaggio. Anzi.
Ho al contrario, e QUESTO è il tema del post, criticato il ruolo inviolabile dell'architettura in quanto tale. e l'assunto di base che un'opera debba essere eterna.
"Questa terra per nove decimi non è opera della natura; è opera delle nostre mani; è una patria artificiale... Dacché il destino dell'uomo fu quello di vivere coi sudori della fronte, ogni regione civile si distingue dalle selvatiche in questo, ch'ella è un immenso deposito di fatiche:"
Carlo Cattaneo - Industria e Morale - 1854
l'acropoli è la somma di molteplici interventi di costruzione e, attenzione attenzione, di distruzione.
il paesaggio olandese era diverso pochi anni fa, ora è caratterizzata anche dalle nuove terre sottratte al mare, e dalle sue nuove cittadine. i problemi di integrazione sociale e di migrazione forzata presumo li conosca meglio tu di me. Però domando: architettura o edilizia?
perchè se è edilizia possiamo abbattare, se è architettura no. Sbaglio?
1854.
potremmo anche aggiungere:
C. Pavese, Lavorare stanca, poesie, Firenze: 1936; ed. ampliata, Torino: 1943
:)
tutti gli anonimi precedenti sono del sottoscritto, scusatemi.
No prima ancora, 1845.
Non so dove hai letto o visto che l'architettura si propone di fabbricare "opere eterne", identiche a sé stesse in secula seculorum. E non vedo perché se le opere dell'architettura sono continue trasformazioni e rielaborazioni, il "paesaggio" invece, lui, dovrebbe essere "eterno", e eternamente intangibile.
Danze Voo-doo appena si propone di toccare la più piccola pietra a Roma o altrove. E' precisamente dove NON si fa architetura in omaggio delle eterne forze telluriche, e le tradizioni della nostra terra, eccetera, che si finisce per fare quella che chaimi 'edilizia'. Il Sud d'Italia è devastato dalla MANCANZA di architettura. L'antidoto alle brutte costruzioni sono le BUONE costruzioni, non le non-costruzioni. E le peggiori costruzioni in assoluto sono quelle "espiatorie": facciamo architettura bio-sostenibile, mettiamo gli alberi qui e la, su quei mila metri quadrati di cemento facciamo fare grafiti 'artistici' ai writers.
Quanto all'Olanda, ne deduco che non eri alla precedente Biennale. Il padiglione olandese trattava proprio la 'sprawling city' come artefatto pensato.
"Fra"-"intendimenti": le opere di architettura sono continue trasformazioni e rielaborazioni in funzione dei concetti di restauro o manutenzione. Questi concetti, intoccabili ed inviolabili, generano le danze voo-doo. Il sud italia è devastato dalla sovrapproduzione edilizia, ed in secondo luogo dalla mancanza di architettura. Sulla facilità poi con cui oggi parliamo di architettura (edilizia?) biosostenibile è meglio sorvolare.
l'antidoto alla cattiva costruzione non è una buona costruzione in aggiunta, ma una nuova costruzione, se è il caso, al posto di.
Alessndro: lo sbancamento e la demolizione sono strumenti dell'architettura da SEMPRE. Solo che tu hai in mente - mi sembra - le casette di Mondello e simili, mentre il problema è piuttosto Ravello. Tu guardi Ravello e vedi un paesaggio mediterraneo. Ma Ravello è in realtà un'idea INGLESE di mediterraneo, è gli amori di Stokowsky (mi pare), e cose così. L'auditorium si deve costruire CONTRO le obiezioni idiote di quelli che ci vedono 'il mediterraneo', e che IMPEDISCONO di toccare il più meschino fico d'India. Questi bei divieti all'ARCHITETTURA favoriscono l'edilizia dei borghesi su Mondello. L'inglese fa una villa a Ravello con una terrazza popolata di statue 'classiche' perchè PROGETTA il mediterraneo, e ci beve il tea alle 5, e ascolta Stravinsky, due cose assolutamente NON mediterranee, il borghese invece non fa che una veranda di alluminio coperta di tela a rigoni perchè si GODE il 'mediterraneo' e ci beve il limonello della 'magna graecia'.
Per fare architettura al Sud bisogna cominciare col dire che il Sud è BRUTTISSIMO, che di mediterraneo ha solo la convenzione; dirlo come chi dice che potrebbe essere bello, che sarebbe bello se i suoi abitanti lo rendessero tale. Non raccontarsi che è BELLISSIMO, solo un po' rovinato dalla globbbbbalizzzzzazzzione e varie sciocchezze del genre.
Io credo, almeno.
Anzi mi viene in mente: non è a Ischia che c'è un giardino disegnato da Russell Page, abitato ancora oggi dalla moglie inglese del musicista inglese (Britten?), che da concerti di giovani del conservatorio di Napoli?
E' ad Ischia, è della vedova di Walton.
http://www.ischiaonline.it/page.php?
pag=MORTEL&sez=ESCURS&langiol=IT&mysty=blue
a venezia, in "la città di pietra", abbiamo la dimostrazione di quanto il sud sia brutto e quanto l'architettura abbia enormi difficoltà a sdoganarsi dall'equazione pietra=bello, tradizione=giusto.
nella sezione succitata ci sono esposti progetti che fanno rimpiangere gli ecomostri...
Ecco precisamente. Due anni fa il pad. Italiano presentava gigantografie di "interni" e retrospettavia di 10 famosi (=morti) architetti fotografati da 10 famosi (=moribondi) fotografi, mentre li accanto gli olandesi mettevano insieme le mucche e le città . E quest'anno sono le "città di pietra" accanto alle metropoli del Sud.
Nessuna idea che io sappia che la "pietra" e le sue tecniche sono state hi-tech a un certo punto, che nessuno si è mai detto "facciamo stradine strette e tortuose" come se dicesse il "portico lo facciamo dorico", eccetera.
Si architetta come si respira. ALtrimenti si sospira appena come dei vecchietti a bout de souffle, con il plaid sulle ginocchia, in un vecchio salone con i volets chiusi e un tavolinetto ingombro di vecchie fotografie di gente morta e bottigliette di medicinali.
"L'auditorium si deve costruire CONTRO le obiezioni idiote di quelli che ci vedono 'il mediterraneo', e che IMPEDISCONO di toccare il più meschino fico d'India"
Questo passaggio lo trovo interessante. e chi lo dice che si deve costruire?
forse sarebbe più interessante interrogarci sugli strumenti che potrebbero rendere possibile la costruzione di qualcosa che riteniamo indispensabile o, perchè no, anche solo bella. tali strumenti posso ritrovarli nel quadro normativo italiano? nell'ordinamento degli enti locali? nella legge obiettivo? negli elenchi annuali e nei programmi triennali delle opere pubbliche? nell'iter di approvazione di un piano regolatore comunale o di una sua variante? nella regolamentazione edilizia o sanitaria? nella pianificazione provinciale di coordinamento? nella riforma del titolo V della Costituzione, là dove accenniamo al "governo del territorio"? Ai criteri di formulazione delle indennità di esproprio? Ai tempi processuali italiani necessari alla formulazione di una sentenza per definire le ragioni eventuali di parti lese o di soggetti portatori di interessi legittimi?...
negli accordi di programma? nelle conferenze di servizi? nelle amministrazioni che non si parlano? nelle sovrintendenze che non si assumono responsabilità ? nelle leggi sui condoni? nella programmazione economica del nostro paese?...
questo è ciò che vedo, tutti i giorni.
Ale, ma, esattamente, cos'è che stai cercando di dire?
sto cercando di far passare un'idea, un approccio, una conseguenza di un processo progettuale. Fermarsi, ammettere l'ipotesi di fare tabula rasa, di ricominciare con un processo alternativo. Che non significa assolutamente partire da zero, dimenticandosi delle esperienze e dei risultati. Perchè è proprio nella dinamica del feed-back che subentra il fattore determinante: la memoria. Però (e come tutto ciò che scrivo è una mia opinione) vedo il rischio della prevalenza delle techiche anzichè della tecnologia. Come tu saprai meglio di me, ad ogni azione che tentiamo corrisponde un effetto contrario o indesiderato. Valutare la portata di questi effetti indesiderati limitandosi all'ambito di un singolo aspetto è fuorviante, se non ricordiamo, sempre, le premesse e le semplificazioni precedentemente ammesse.
Ale, io percepisco, oscuramente, che stai cercando di dire qualcosa di importante (almeno per te), ma confesso di non capire sostanzialmente nulla. Tecniche anziché tecnologia? Tabula rasa senza partire da zero? A ogni azione corrisponde un effetto indesiderato?
Forse è meglio se ci scrivi sopra un post, probabilmente diffondendoti un po' di più riuscirai a essere più chiaro.
concordo :)
hhggfffdd
Soffro profondamente per aver perso questa discussione.
Peccato
se vuoi la ricominciamo! non mi piace vedere le persone soffrire :)
Alessandro ti ringrazio per la disponibilità , mi commuovi.
Direi di rinviare alla prossima, anche perchè non condivido molte delle cose hai scritto ma affrontarti da solo con le mie misere competenze architettonoche sarebbe un suicidio :o)