Sobbalzi
A parlare è Carlo Petrini, quello di SlowFood.
"Passando per uno di quei tratti di statale dove ci sono ancora serre, mi volli fermare: lì una volta crescevano i peperoni quadrati d'Asti! Cosa diavolo c'era, adesso, sotto quei teli di nylon? Incontrai un contadino, che mi confermò che appunto là, fino a pochi anni prima, si coltivavano quei magnifici ortaggi. Ma ora non più; e mi disse in dialetto: <<Non conviene, gli olandesi costano meno cari e nessuno ce li compra più i nostri! Danno lavoro ed è tutta fatica buttata al vento!>> <<Ma allora - replicai, - cosa coltivate ora?>> sorrise: <<Facciamo crescere bulbi di tulipano! Poi li spediamo in Olanda per farli fiorire!>>
Sobbalzai. Toccavo con mano i paradossi dell'agroindustria combinata con la cosiddetta globalizzazione: peperoni che valicano confini e attraversano monti in cambio di tulipani; prodotti simbolo di due territori coltivati a più di mille chilometri di distanza l'uno dall'altro, a stravolgere due consuetudini agricole che li hanno resi tipici e, evidentemente, ben inseriti negli ecosistemi originali; una varietà di peperoni meravigliosa in via di estinzione; una ricetta tradizionale completamente snaturata; chissà quanto inquinamento da fertilizzanti e pesticidi, e soprattutto da emissioni di gas di scarico nell'atmosfera da parte di Tir e altri mezzi di trasporto circolanti per l'Europa. Per me quel giorno fu la data ufficiale di inizio dell'ecogastronomia: la materia prima dev'essere coltivata e prodotta in maniera sostenibile, la biodiversità e le tradizioni alimentari e produttive locali vanno salvaguardate a tutti i costi".
Di fronte a questo ineffabile brano, uno si cerca di immaginare una scena analoga: Messer Carlo Petrini, nobile signore piemontese, nell'anno del Signore 1589, di ritorno dal suo viaggio in Toscana, scende da cavallo in una campagna dell'Astigiano e apostrofa amabilmente un villano chiedendogli cosa sono quelle strane piantine che vede spuntare: <<Ma una volta, qua, non si coltivavano rape?>>. Il contadino gli risponde che sì monsiù, egli è ben vero, ma che da quando dal Nuovo Continente sono arrivati questi peperoni, tutti quanti vogliono solo questi e le rape non gliene compra più nessuno.
Ma quel Messer Petrini del Cinquecento, anche se avesse sobbalzato in cuor suo, sarebbe risalito a cavallo e avrebbe continuato il cammino senza rompere i coglioni ulteriormente al simpatico villano: e avrebbe fatto bene. Infatti, visto che i peperoni sono arrivati in Europa nel Cinquecento dall'America (così come d'altronde sempre nel Cinquecento i tulipani dalla Turchia sono penetrati in Europa), uno SlowFood cinquecentesco avrebbe impedito, tra le molte altre cose, anche la nascita della famosa peperonata d'Asti che tanto commuove il Petrini di oggi.
Commenti
Intendi dire che nel Cinquecento per mangiare una peperonata ad Asti si faceva l'ordinazione via internet in America e i peperoni arrivavano tramite corriere?
ricordo una principessa che passò una notte a sobbalzare su un pisello.
sempre di ortaggi si tratta.
No, intendo dire tutt'altro. E' Petrini che dice che bisogna evitare di mutare le colture e le tradizioni agricole ("millenarie", arriva a dire), ad esempio immettendo nuove piante lontane dal loro habitat e dal loro ecosistema d'origine. Allora la domanda è: se il cambiamento in agricoltura è un male in sé e per sé, allora era un male anche nel tardo Cinquecento, e come oggi è un abominio il peperone olandese e il tulipano astigiano, così allora era un abominio anche il peperone di Asti e il tulipano olandese.
Solo che ad applicare quella regola, oggi non esisterebbe la peperonata d'Asti e le distese di tulipani in Olanda, e staremmo tutti peggio.
secondo me tu sopravvaluti P. e arrivi a semplificazioni eccessive. Le problematiche sono complesse, ti segnalo questo, tanto per cominciare.
link
"Sopravvalutare" Petrini è senz'altro sbagliato (lui e SlowFood sono un fenomeno folkloristico deteriore), ma se le menate sulla "filiera corta" ecc. sono finite nel programma non solo della SA, ma anche del PD e (in parte) pure del PdL, vuol dire che forse è bene anche non sottovalutarlo.
Quanto alle "semplificazioni eccessive", cosa vuoi che ti dica? Quel che dico, lo posso documentare agevolmente con citazioni puntuali da quel che P. ha scritto, e non mi pare affatto di aver semplificato (anche se è vero che P. è semplicistico).
C'è un film che si chiama "focaccia blues" che probabilmente ti piacerebbe. E' la storia di un negozio di focaccia ad Altamura che aveva di fronte un mc donalds. Alla fine il mc donalds ha chiuso per mancanza di clienti.
E' la dimostrazione che non è scontato che tra prodotti alimentari tradizionali e globalizzati prevalgano sempre i secondi.
Dipende dalla convenienza (economica e qualitativa) del consumatore finale e del produttore.
I peperoni di Asti, se non assicurano questa convenienza, possono scomparire, del resto non erano neanche cinquecento anni che venivano coltivati.
Vorrei far notare una cosa, per esperienza personale vedo che le certificazioni ISO14000 sono per gran parte puri adempimenti burocratici, formalizzazione di procedure già esistenti e quindi non le vedo assolutamente come un aiuto ad affrontare l'impatto ambientale di una qualsiasi produzione.
Nel 99% sono un aspetto di puro marketing.
Sulla possibilità di valutare effettivamente l'impatto ambientale di una qualsiasi produzione ho qualche dubbio, gli aspetti da calcolare sono infiniti, e poi qualdo leggo che c'è la possibilità di fare una valutazione semplificata dato che la valutazione effettiva è troppo impegnativa la mia fiducia nella credibilità di simili strumenti diminuisce ulteriormente.
Detto questo se valesse il discorso di Petrini sarebbero abominevoli anche le bonifiche che hanno trasformato un ambiente paludoso e ricco di piante, insetti e uccelli nelle banalissime pinete della Versilia.
La cosa che fai notare è nota a tutti, e fa parte del problema, in primo luogo quando non si ha ben chiaro cosa significhi "certificazione" (che ha a che fare con la produttività). E' poi talmente importante quello che dici, che o si comprende il carattere di volontarietà (e di norma) o è meglio non parlarne neanche.
che a ben guardare, i peperoni di carmagnola sono di gran lunga migliori :o)
Cinquecento anni sono tanti, più che abbastanza per fare una "tradizione" (la "cucina piemontese", o "laziale", per dire, hanno al massimo duecent'anni). Il punto però è che anche quel che si coltivava nell'astigiano e in Olanda prima dell'arrivo di peperoni e tulipani (o i pomodori, o le patate, o chi più ne ha più ne metta) stava lì da secoli, eppure i contadini di allora non ci hanno pensato molto ad abbandonare "due consuetudini agricole che li hanno resi tipici e, evidentemente, ben inseriti negli ecosistemi originali". Perché nel Cinquecento si potevano coltivare in Italia e in Olanda prodotti americani mentre oggi questo sarebbe anatema? Perché le innovazioni vanno bene solo se risalgono a cinquecento anni fa?
Se nel cinquecento si fossero posti il problema di salvare la rapa astigiana medievale, magari adesso avremmo un ortaggio in più e ricette in più.
Il peperone quadrato oggi c'è e domani (a quanto dice lui) poterbbe non esserci più.
Se qualcuno si preoccupa di salvare i peperoni quadrati, secondo me non danneggia nessuno. Parlare di ecosistemi originali è una grossa cantonata, però secondo me non può inficiare i positivi obiettivi che si pone il movimento.
Si può conservare quello che si vuole, nessuno lo vieta. Ma per salvare il peperone quadrato non c'è alcun bisogno di raccontare balle, di idealizzare irrazionalisticamente il passato e di demonizzare il presente e il futuro.
Detto in altri termini, l'obiettivo del "movimento" non è affatto quello di salvare il peperone quadrato.
La mia è una riflessione terra terra. Un pezzo di terra nell'astigiano dubito costi una cifra esorbitante. Pochi metri, salvato il peperone, meno rotture di coglioni.
ma tutta quest'ansia di conservare il passato, la tipicità del territorio, di proteggerci dagli "invasori" cos'è?
scriveva calvino:
La memoria conta veramente - per gli individui, le collettività, le civiltà - solo se tiene insieme l'impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare.
qual'è il nostro progetto per il futuro? non di capisce mica.
è come se di fronte alle sfide del futuro l'italia si stia rinchiudendo su se stessa, vagheggiando il suo passato.
e soprattutto: 'sti peperoni quadrati come sono? :-D
E qual è l'obiettivo del "movimento" ?
Così forse mi spiego tutta questa avversione.
Ah, qual è l'obiettivo di Sloow Food l'ha detto chiaro e tondo Petrini, in molte occasioni: abbandonare l'agricoltura intensiva, ritornare ai metodi tradizionali in agricoltura ed all'agricoltura di sussistenza, fine dell'urbanizzazione, rivalutazione dei 'saperi' tradizionali e loro collocazione a fianco (con 'pari dignità') delle scienze moderne, riduzione o eliminazione del commercio internazionale, lotta contro l'idea del profitto, introduzione del concetto di 'giusto' guadagno, ritorno ad un'economia di dono e 'gratuità', e ovviamente riduzione di bisogni e consumi ai termini di quello che P. chiama 'buon senso' o 'senso del limite' (o anche 'morigeratezza e sobrietà').
In altre parole, ritorno al sottosviluppo e alla miseria delle società tradizionali (o, conversamente, conservazione accurata degli attuali privilegi economici dell'Occidente, che è l'altra faccia di queste posizioni reazionarie).
"è come se di fronte alle sfide del futuro l'italia si stia rinchiudendo su se stessa, vagheggiando il suo passato"
Parole sante, tfrab. Aggiungo che questo 'vagheggiamento del passato' si accompagna paradossalmente con una assoluta ignoranza del proprio passato.
(I peperoni quadrati non li ho mai assaggiati :-))
Non riesco a convincermi che un po' di morigeratezza nei consumi porti al sottosviluppo ed alla miseria delle società tradizionali. Non è che ne stiamo facendo una questione nominalistica? Mi permetto di insinuare il dubbio che tra parlare di "ottimizzazione" e "morigeratezza" la distanza non sia infinita, nel senso che la morigeratezza è una possibile forma di ottimizzazione dei consumi (sprecare roba non è un uso intelligenmte delle cose).
E' simpatico l'esempio delle rape: ma prova troppo. Probabilmente, tra 5000 anni la cappella sistina sarà atterrata: ma non mi sembra un buon motivo per raderla oggi al suolo.
Ma sopratutto non riesco a capire la latente contraddizione del tuo discorso sviluppato negli ultimi tempi.
Da un lato dici che certi processi e fenomani vano governati e che si possono governare. Ok, Petrini sta proponendo un modo di gestione. La domanda quindi è: è desiderabile allocare energia per portare bulbi in olanda e portare peperoni in Piemonte? Petrini evidenzia dei costi che non sono negabili perché 500 anni fa si passò dalle rape alle patate. Possiamo discutere sul valroe di questi costi ((e cioé comparare i vantaggi della conservazione del peperone quadrato con altre cose), ma non mi pare si possa aggirare il problema.
Dall'altro lato tagli sostanzialmente la possibilità di sviluppare un ragionamento sul COME gestire, dacché l'allegazione della perdita di certi beni la qualifichi a priori come irrilevante.
Torniamo all'esempio della Sistina: sarebbe facile notare che probabilmente si guadagnerebbero un sacco di soldi trasformando la Sistina in una discoteca, perché si potrebbe aumentare notevolmnete il prezzo del biglietto e perché con una buona gestione si potrebbero realizzare degli eventi che in un giorno solo riempirebbero la sistina di più gente di quanto non ne entri oggi in una settimana: ma non mi sentirei di tacciare di passatista chi facesse notare che, probabilmente, i ricavi (almeno sul lungo periodo) derivanti dagli appassionati d'arte sarebbero alla fine superiori di quelli derivanti dalla trasformazione della sistina in balera.
Credo che etienne abbia centrato perfettamente i termini del problema. Faccio solo notare a gg che i terreni dell'astigiano-albese possono avere valori esorbitanti, considerato il valore delle produzioni agricole (barbera, moscato, barolo, nebbiolo, barbaresco, tartufi...).
Ah, dimenticavo i peperoni. :o)
Vado a rate perché le questioni sono tante.
"Non riesco a convincermi che un po' di morigeratezza nei consumi porti al sottosviluppo ed alla miseria delle società tradizionali"
La morigeratezza nei consumi di per sé (reddito-consumi>0) consiste nel risparmio. Ma il risparmio, per motivi che dovrebbero essere ovvi, viene incanalato tramite certi canali in consumi o investimenti altrui (non rimane sotto forma di "risparmio"). Il che vuol dire che il prodotto (che è la somma di consumi e investimenti) non diminuisce.
Quindi la morigeratezza significa né più né meno che qualcuno in Occidente sta risparmiando e qualcun altro nei paesi in via di sviluppo sta aumentando i consumi.
Ma non è questo l'obiettivo di P. e di quelli che la pensano come lui, secondo cui in realtà i consumi attuali sono insostenibili e quindi devono essere ridotti.
Se ritorniamo alla definizione di reddito di sopra (reddito= prodotto= consumi+investimenti) ti accorgi facilmente che l'unico modo per ridurre i consumi è quello di ridurre il reddito. P. e i suoi amici sostengono che TUTTI dovremmo guadagnare MENO.
Suona un bel po' diversa, detta così, invece che "dovremmo consumare meno", vero? Però è così che funziona (grosso modo, sia chiaro).
Poi intendiamoci: a me la morigeratezza nei consumi sta benissimo, a condizione che sia una scelta (i) libera e (ii) consapevole. Mi sta molto meno bene se ci si arriva a seguito delle declamazioni di gente che trucca le carte, dando per scontate premesse assai discutibili e indimostrate (tipo che il tasso attuale di sviluppo economico sarebbe insostenibile) e omettendo dal quadro generale alcuni elementi cruciali.
"E' simpatico l'esempio delle rape: ma prova troppo. Probabilmente, tra 5000 anni la cappella sistina sarà atterrata: ma non mi sembra un buon motivo per raderla oggi al suolo"
Non intendeva provare proprio nulla del genere. Il punto che intendevo spiegare - mi sembrava chiaro - è che è scorretto pretendere di rivendicare il primato delle colture 'tradizionali' dimenticando che la 'tradizionalità' stessa è un concetto relativo; che anzi, in maggiore o minor misura, l'agricoltura è una continua innovazione; e che parlare di colture "ben inserite negli ecosistemi originali" a proposito di peperoni e tulipani fa semplicemente ridere.
Dopodiché aggiungo che IO non ho nessuna intenzione di vietare a chi vuole coltivare i peperoni quadrati di Asti di farlo, così come non ho nessuna intenzione di radere al suolo la Cappella Sistina; però osservo che c'è della gente che, con la scusa di impedire l'estinzione del peperone quadrato di Asti o la distruzione della Cappella Sistina o la scomparsa del ristorantino tipico o della bottega di quartiere vorrebbe vietare o limitare il commercio, i piani regolatori o la costruzione di centri commerciali o di MacDonald's.
Inoltre, quel che dico io è appunto che bisogna fare un bilanciamento dei costi e dei benefici. Dico però anche che quello che fa Petrini è completamente sbagliato. Ad es., sostenere che l'agricoltura tradizionale e non intensiva è più environmental-friendly di quella intensiva e industriale è una solennissima cazzata, per la semplice ragione che la prima richiede un maggior impiego di terra (e dunque disboscamenti) per la stessa quantità di prodotto. (E' falso anche che l'industria o i trasporti oggi inquinino più di una volta, ma lasciamo perdere).
Credo esista un fraintendimento. Il problema non è ridurre i consumi mio, tuo o di chiunque altro, ma di ridurre (ne siamo più o meno costretti) il consumo di risorse. Il problema, di non facile soluzione, è calcolare a quanto ammontano gli extra-costi, che non sono normalmente quantificati, ma che sono supportati dalla collettività o scaricati sull'ambiente e sul futuro. A patto di non negare che l'attuale modello di sviluppo sia insostenibile. Ma, allo stato attuale, il comprare un peperone in olanda per mangiarlo ad asti o il comprare un tulipano ad asti per esporlo in una cucina di amsterdam, povrebbe essere accompagnato da una valutazione energetica, che comprende anche il consumo dovuto al trasporto.
Che "ne siamo più o meno costretti" è estremamente discutibile (così come che "l'attuale modello di sviluppo sia insostenibile"); ma ammettiamo pure che sia necessario ridurre il consumo di "risorse" e che queste "risorse" siano esattamente individuate. Se capisco bene, quel che tu suggerisci è di internalizzare i costi sociali di trasporto e/o inquinamento.
Be', sono d'accordo! In questo modo, sicuramente le scelte dei consumatori sarebbero formulate sulla base di alternative corrette.
Mi sembra anche un modo intelligente (anche se certo non facile) di interpretare quella 'governance' a cui prima mi aveva richiamato Etienne.
Aggiungo per finire che non mi è del tutto chiaro perché se io olandese compro i bulbi di tulipano in Italia per piantarli da me faccio una cosa tanto più costosa dell'italiano che compra i tulipani in Olanda. Qualcosa mi sfugge... :))
Sono assolutamente d'accordo con quello che hai scritto. Le etichettature e le certificazioni vanno in questa direzione: a condizione, come ho su richiamato, che siano basate sulla volontarietà. E' un particolare che è alla base di tutto il discorso.
"a condizione, come ho su richiamato, che siano basate sulla volontarietà"
non sono sicuro di aver capito perché le etichette dovrebbero essere "volontarie" (o forse dovrei dire "fino a che punto volontarie?")
mi spiego :
che una certificazione di qualità debba essere volontaria non ci piove (mica vorrai costringere tizio a entrare nel consorzio del peperone quadrato?)
altre informazioni (per esempio la provenienza, ed in certa misura i metodi di produzione*) non vedo perché dovrebbero essere volontatrie.
*ad esempio se un pollo è di batteria o ruspante mi pare un'informazione da dare, un po' come devi dare l'informazione se l'anellino che compri è oro a 18 o 24 carati
è una osservazione (assolutamente pertinente) a cui non so se riesco a rispondere pienamente. Ci provo.
La normazione (e la standardizzazione, che ne è il risvolto pratico) nasce e si sviluppa volontariamente tra soggetti produttivi privati. Gli organismi di normazione (nazionali UNI, BS, DIN... , europei EN ed internazionali ISO) (vedi ad es: link ) sono associazioni private riconosciute come enti "normanti" ma che non hanno valore cogente, se non richiamati da leggi e/o accordi contrattualistici di altra natura.
vado a puntate, tra una stampa ed un'altra... :o)
L'evoluzione normativa (tecnica) si è evoluta e ancora si evolve da un approccio deterministico (è obbligatorio fare una presa elettica a tre buchi) ad un approccio prestazionale (la presa deve soddisfare un determinato livello di sicurezza, durabilità, manutenibilità in determinate condizioni di esercizio). La certificazione e l'etichetattura sono il "bollino" che dicono che i livelli prestazionali sono soddisfacenti. (sostanzialmente la certificazione riguarda un processo, l'etichetta un prodotto).
come è facilmente intuibile, osservando la spropositata mole di normazione tecnica, le leggi ed i regolamenti difficilmente riescono a stare dietro l'aggiornamento continuo, per cui è abbastanza comune che una legge richiami (e quindi renda cogente) una norma (volontaria) che è già superata da un suo aggiornamento successivo. Da qui tutta una serie di pasticci. Il problema (a mio avviso) è che la cogenza e la volontarietà si coniugano male. Quello che sovente il legislatore non comprende è la caratteristica "sistemica" della norma, che tende a contagiare tutti i soggetti, a patto però che venga compresa e sentita come una esigenza da chi la fa propria(nasce per soddisfare una esigenza).
il problema (attualissimo) é dunque come il legislatore possa "stimolare" o "promuovere" le certificazioni e le etichettature.
Accolades per Alessandro quando sembra (e mi auguro vivamente che sia più che un "sembrare") capire che la cosa importante è il consumo di risorse. Ma la comprensione di questo dovrebbe dare la ragione - importantissima - per cui il PIL, (la crescita o la décrescita) non può dire niente di sensato sulla
salvaguardia dell'ambiente, per tutti gli dei! (Tutti d'accordo a dire che il PIL non misura il "benessere", ma poi, non si sa perchè, dieci secondi dopo si mette a misurare il disastro ambientale).
Quanto più arcaici e rudimentali sono i processi produttivi, tanto MAGGIORE è il consumo di risorse a parità di PIL, o tanto MINORE è il PIL a parità di consumo di risorse.
Guardarsi intorno: l'Italia ha MINOR crescita del PIL da anni nell'ambito OCSE, ma una produzione di emissioni nocive UGUALE O SUPERIORE, e i territori PIU' devastati del vostro paese sono quelli del SOTTO-sviluppo.
L'Italia è - ut dicunt - il "Paese della Qualità". Una è ancora li a domandarsi se qualcuno ti fa la grâce di elaborare un po' questo concetto, tanto perchè non resti a livello di "La Holanda è il paese dei Windmills" o "La Spagna il paese del Flamenco". Pare però che siamo effettivamente alla "gastronomia", che ha una relazione remotissima con l'agricoltura, e nessunissima con la "civiltà contadina". Si da il caso però che le produzioni di "qualità" (dal cinema alla sartoria alla gastronomia ai mobili o tessuti 'tradizionali', ect ect ect) abbiano le seguenti proprietà:
1) la produttività è bassa e cresce molto lentamente o non cresce affatto
2) i salari sono in aggregato molto bassi e decrescono
3) in compenso sono polarizzati, secondo una distribuzione di cui ormai conoscete almeno il nome, fra pochissimi molto alti e moltissimi molto bassi. Questa polarizzazione tende a aumentare
4) i prodotti sono destinati ad un consumo che è esattamente il contrario della 'frugalità' o la 'morigerazione (-tezza?), e generato totalmente all'esterno del settore produttivo.
Sounds familiar? Do you want MORE of the SAME?
E adesso, provate a immaginare 'filiere corte' e anche soltanto "nutrire", senza neanche parlare di stuzzicare vene poetiche via le papille gustative, 60 milioni di Italiani esclusivamente non solo con il prodotto di queste 'filiere corte', ma con filiere 'corte' di prodotti di lusso.
Leggete prima però - se vi va - almeno le parti II (Short Distances and Definite Places) e III (Revolution and Catastrophe) di "The Corrupting Sea", "a study of mediterranean history", di Horden and Purcell.
Quanto alla cappella Sistina.
Essa NON sta in piedi in virtù della "conservazione del passato", ma al contrario perché, e solo finché, è incorporata in un progetto di avvenire.
E inoltre non si sa perchè mai sarebbe associata al "passato", come se Michelangelo l'avesse affrescata spinto dall'idea di fare "un'opera del passato", o come se gli Umanisti avessero riscoperto i classici allo scopo di "immergersi nel passato" o "conservare il passato" invece che per inventare de toutes pièces l'Uomo Nuovo.
Come se Borromini avesse avuto qualche scrupolo a fare un'opera contemporanea in un circo romano, e Bernini nel XVII secolo a innalzare sulla sua fontana in pzza Navona un finto obelisco "egiziano" fabbricato nel II secolo a imitazione di quelli di 1000 e più anni prima. Come se qualcuno avesse progettato una piazza Navona immaginandola come "opera del passato".
Mi sono ricordata di un truc. L'ultima volta che sono stata a Roma un tipo, quella che si chiama una "vecchia fiamma", ha voluto rivedermi. Palpitazioni.
"Dove?"
"Ristorante Tale"
(merde!. Tutta questa ristorazione che ha sostituito le scale di seta, le maschere e le ombre furtive, i biglietti, ect.)
"Vabbè. Où ça?"
"Via Qualcosa. Sai? Dietro a lì, vicino a là, l'Indiano, il Cinese, ect"
"La Suburra!!!"
"Eh?"
(merde encore!. Niente topografia della città, tutto indicato in riferimento a ristoranti).
Presidio Slow Food. Sul menù: "lardo prodotto nella fattoria Tale in Toscana, 72 maiali selezionati e conosciuti per nome".
Tre camerieri che totalmente ciechi alla natura dell'incontro, sguardi ect fra i due, di cui almeno UNA per parlare di cose di cuore - diciamo così - rompono i cocomeri su ogni item del menù spiegando le 13 varietà di olio d'oliva. Non ti lasciano 10 secondi soli.
Allora visibilmente - io credo almeno - agacée chiedo al Principe dell'Insalata, perchè visto che sono "dde coccio" almeno facciamo della conversazione:
"Qui vicino c'è S. Agata dei Goti, la conosce?"
".........."
"La Torre dei Conti"
".........."
"via Panisperna"
"........."
Alla fine il Tipo chiede un caffé e quello gli posta la "carta dei caffé", con l'indicazione del "cru", come lo champagne.
Una roba da guarirti per sempre.
Una si chiede se la sparizione dell'arte classica non sia avvenuta, nel profondo medioevo, nello stesso modo. Altre preoccupazioni. La Salvezza dell'Anima invece non solo dell'approvvigionamento dell'acqua, ma della bellezza dell'acquedotto. Il "cru" del caffé invece della Suburra o di S. Maria di Loreto (edificata da panettieri).
Mica è lo "sviluppo" del PIL che fa sparire la Sistina, è lo "sviluppo" della panza.
Curioso, avevo intenzione di chiedere a KK se anche i cuochi alla Vissani causano sub-desarrollo, visto che per realizzare un soufflé di 40 grammi utilizzano quantità di tempo, lavoro e personale equivalente a preparare chili e chili di monopasti da mensa ospedaliera (scusate se l'equivalenza è rozza: il soufflé di vissani starebbe ai peperoni quadrati come la mensa ospedaliera starebbe all'agricoltura intensiva).
L'ultimo commento di Francesca è, in un certo senso, una risposta.
A me invece non è molto chiara la tua domanda, conteoliver. Perché un cuoco dovrebbe "causare" la decrescita? Perché un pasto da Vissani o in ospedale avrebbe rilievo ai fini della crescita? Boh?
soufflè di Vissani : peperoni quadrati = mensa ospedaliera : agricoltura intensiva
ah?
Andiamo per gradi.
In qualche commento fa hai scritto che gli obiettivi di SlowFood sarebbero cose atroci: miseria, sottosviluppo e so on.
Allora sono andato sul sito di SlowFood a cercare queste cose, ma non c'erano, neanche in forma più accettabile.
Da quello che c'è scritto nel loro sito mi sembra che loro aspirino semplicemente all'incremento nel mondo di cibo di qualità, preparato in modo curato.
Più consumatori che chiedono cibo di qualità e più produttori che glielo forniscono.
E allora, per riprendere la domanda, perché un (eventuale) campo coltivato a peperoni, che saranno comprati da tutti i Petrini disposti a pagarli 5 euro al chilo, è una minaccia per il libero commercio ?
A me sembra un'iniziativa tutta interna al libero mercato: chi vuole i peperoni a 5 euro li compra, chi vuole quelli da un euro compra quelli.
Certo che se tutti cominciano a produrre peperoni di qualità si rischia una carestia: ma non è un'eventualità probabile, ad oggi.
"la biodiversità e le tradizioni alimentari e produttive locali vanno salvaguardate a tutti i costi"
Io ci leggo qualcosa di più, conte oliver.
KK, non voglio fare dietrologie, ma non è che questo sta culo e camicia con quei simpaticoni di Coldiretti?
naaaa, lui sta pappa di pomodoro e lardo di colonnata con coldiretti.
Cappella sistina. Scusa Francesca, ma dire che la C.S. sta su per un progetto che incorpora l'avvenire non vuol dire niente. La C.S. non viene atterrata oggi semplicemente perché c'é gente che vorrebbe che domani ci sia la cappella Sistina. E' vero che in questa volontà c'é un "aprirsi al futuro" o robe del genere. Ma poiché questa "apertura al futuro" o "progetto di avvenire" è rinvenibile in ogni decisione (dacché il passato non lo cambi, il futuro forse, le decisioni per il passato sono semplicemente un ossimoro e quindi ogni decisione riguarda il futuro), la caratteristica è talmente distribuita da non essere capace di aggiungermi nulla di significativo per discernere una decisione dall'altra.
Insomma, hai solamente detto che la C.S. sta su perché nessuno al momento ha deciso di tirarla giù. Il che è vero, ma non mi dice molto.
La questione, così, non è se siamo "aperti al futuro", ma perché vogliamo conservare anche nel futuro la C.S.
Perché Michelangelo è stato bravissimo. Sì, ma anche Perugino era stato bravissimo e suoi affreschi furono distrutti per far posto al Giudizio di Michelangelo.
Sicché è naturale che nel decidere cosa conservare selezioniamo qualcosa (non tiriamo giù il Giudizio Universale per far riemergere quello che resta degli affreschi di Perugino).
Ma nel decidere oggi che è meglio Michelangelo anziché una discoteca stiamo valuitando che CONSERVARE, immobilizzare, congelare, la C.S. all'epoca di Michelangelo sia la scelta più desiderabile. Non possiamo girarci intorno: certe scelte sono scelte di fermare qualcosa, di NON farlo avanzare verso qualcosa di altro. E perché? Perché si ritiene che vada bene così, che ogni movimento comporterebbe perdite maggiori dei guadagni (i vantaggi della discoteca li considero minori del potermi andare a vedere il Giudizio e/o la volta).
Arriviamo ai peperoni. Per il sig. citato da KK, il vantaggio di conservare il peperone di Asti è > dei tulipani. Ne vogliamo discutere? Si benissimo, facciamo una sorta di contabilità, facendo magari notare al Petrini che la conservazione del Peperone comporta degli svantaggi che magari lui non aveva considerato. Ma non racontiamoci che Petrini sbaglia per il solo fatto che vuole conservare qualcosa.
Quanto poi ai alla ristoromania. Sì, è seccante e/o ridicola. Ma non è la calata dei barbari. Da sempre esistono persone che cercano di darsi un tono con pseudocultura consolatoria (cosa che sta alla base dell'ormai centenaria Selezione del reader Digest: e cose del genere credo esistessero in forme varie anche prima, penso ai bestiari medievali, idioti libretti fatti per borghesi ansiosi di aver qualche libro in casa).
Ma siccome io non sono affatto certo di non appartenere alla gente che se la tira con la "cultura" senza averne alcuna seria ragione, cerco di sopportare con pazienza (più o meno, prima di parlare di fuscelli, dovrei sincerarmi delle travi nei miei occhi).
Be', andiamo per ordine.
Conteoliver: SloWfood (SF) è due cose, un'impresa e un movimento. Come impresa, ben lungi dall'avere come fine la "decrescita", ha al contrario come obiettivo la crescita di almeno UN prodotto/reddito: il proprio, e ci riesce benissimo, vendendo prodotti di lusso a clienti ricchi. Solo che, nonostante ciò, intende altresì soddisfare un altro 'bisogno' della sua clientela: consumare sì ma con la coscienza 'pulita' (tu mi dirai: ma perché per mangiare roba buona devo anche costruirmi un'immensa sovrastruttura di consumo equo e solidale, che non solo è ridicola ma è anche contraddittoria? e io ti dirò: hai ragione, ed ecco perché secondo me quella di SF è una 'ideologia'). Ed ecco quindi che nasce anche SF movimento, che ha appunto gli obiettivi di decrescita, agricoltura di sussistenza ecc che dicevo, descritti in moltissimi testi sia di SF rivista sia di Petrini in proprio (te ne cito due di quest'ultimo: "Buono pulito e giusto" di Einaudi e "Le ragioni del gusto" di Laterza). Sono idee non limitate a SF, e chiaramente espresse, ad esempio, in questo documento (della Regione Toscana):
link
Ciò detto, visto che evidentemente molti non credono nel fatto che quei buontemponi di SF effettivamente dicano tutte le cazzate che gli attribuisco, fra qualche giorno farò un post apposito con un bel collage di citazioni e tutti i riff. a posto.
Etienne,
me la levi una curiosità? Perché la scelta di conservare qualcosa, qualsiasi cosa (gli affreschi di Michelangelo, gli elefanti, un bel tratto di spiaggia, le mele citronelle, le copie ingiallite di un vecchio fumetto) dovrebbe essere incompatibile o cmq in insanabile contrasto con la modernità, la novità, o la semplice creazione? Perché non possiamo avere sia l'Ara Pacis sia la Cappella Sistina, sia gli elefanti sia il nuovo PRG di Roma, sia la TAV sia la spiaggia, sia l'agricoltura industriale sia quella biologica?
Se nessuno pensa a tirar giù Michelangelo non è (non dovrebbe essere) perché sta lì da tanto tempo - una giustificazione del genere farebbe schifo allo stesso Michelangelo - ma perché ancora oggi ci DICE qualcosa di come siamo noi. L'impressione che ho io è che noialtri (italiani, intendo; e naturalmente, non tutti) abbiamo perso proprio la capacità di "leggere" Michelangelo (che poi è anche la stessa capacità che serve per "leggere" Richard Meier), sostituita dal timore superstizioso della novità e dalla convinzione totemica che la mera vicinanza di un'opera di grande arte trasmetta le sue 'virtù' (quasi per contatto) anche a chi non ne sa, non ne capisce, e non gliene frega un cazzo. Un alibi, insomma, per coprire cose banali e inconfessabili: vigliaccheria, mediocrità ecc.
Aggiungo che questo timore superstizioso del nuovo è APPUNTO quello che rende impossibile anche la conservazione di ciò che rischia l'estinzione: degli elefanti, del tratto di spiaggia, della Cappella Sistina. Mi rendo conto di scadere nella retorica, ma non si scappa: chi non sa avere del coraggio, avere della visione, avere della fantasia, avere della passione, non solo non creerà nulla di nuovo, ma finirà per perdere anche quello che ha.
L'ha scritto molto bene Pascal Bruckner: "Persino una città come Parigi ... è guastata dalla museificazione e sembra più una copia del XIX secolo che un centro mondiale. Grammatica della nostalgia (...) Questa nostalgia cerca meno di risvegliare la fiamma vacillante del ricordo che di spengerla per sempre. Ciò ci trasforma in turisti della nostra stessa storia (...) Questi conventi, queste fortezze, testimoni di furori lontani, di passioni scatenate, ci confermano che la barbarie appartiene a dei tempi conclusi, che la storia non ritornerà (...) Gustiamo in queste vestigia la melanconia delle rovine, una promessa di calma e di immobilità. Tutti i luoghi si equivalgono, pittoreschi o deliziosi, possiamo a piacere preferire il tale periodo al tal altro, non ha alcuna importanza (...) Tutte queste vecchie pietre, nel loro splendore, ci ammazzano, soffocano l’avvenire, ci pietrificano a nostra volta. Le vite vi sono già vissute, i destini sigillati, scolpiti nel marmo. Tutti questi splendori barocchi, classici, romani, non ci dicono: osate! Ci ordinano: Rispettate, ripetete. Europa sarcofago: essa si ricopre come gli oggetti di Christo nella grande copertura della conservazione. Ma è per meglio scongiurare i suoi demoni: commemorare, è esorcizzare. Pronunciare il giuramento tacito: mai più la storia e le sue distruzioni di massa, mai più nient’altro che la vita privata, le peripezie del consumismo, l’ossessione della felicità. Strana inversione: il passato, per sua natura fragile, votato alla notte oscura dell’annientamento, soverchia il presente e il futuro, trasforma i vivi in visitatori di cimiteri”.
(E per eliminare ogni equivoco: Bruckner nel passo citato non sta invocando la distruzione delle pietre, degli splendori barocchi ecc., eh! :-))
Quanto poi a Petrini e ai peperoni quadrati: se Petrini si limitasse a dire che bisogna tutelare il peperone, nessuno (e di sicuro non io) avrebbe nulla da obiettare. Ma P., come ho già spiegato, non si limita a dire quello.
Ci siamo adesso?
cher Et.
ho un po' il dubbio che "La questione, così, non è se siamo "aperti al futuro", ma perché vogliamo conservare anche nel futuro la C.S." abbia niente a che vedere con il "conservare" e tutto con il "futuro", visto che la cosa non è "conservare" ma perché conservare. Che cappero ci fa la CS nel futuro? CHE FUTURO è quello nella quale è necessaria la CS?
Per es: per andarla a 'vedere'?
O forse perchè mi ricorda, justement, il fatto che il "pittore è bravissimo" NON era un criterio rilevante all'epoca? E che forse non è un criterio tout court?. Che conservo una cosa la cui produzione ha significato la
distruzione di qualcosa che lo precedeva? O magari che la cosa 'distrutta' lo è solo all'occhio, ma sta li viva e vegeta precisamente perchè è 'passata' in quell'altra? Che lo conservo precisamente perchè NEL FUTURO che immagino ho bisogno di aver di fronte, in modo 'sensibile', non banalmente 'savant', il PROBLEMA del produrre/distruggere? (Uno fra gli altri).
Insomma - e je regrette l'espressione ma questo è quel che so fare - come incorporo la CS nell'idea che ho dell'avvenire?
(nota che non ho mai detto "aperto al futuro". Una non apre "al futuro", una apre a un certo futuro, e non apre 'da sola'. Aggiungo che secondo me non è una 'contabilità'; neanche "una specie" di contabilità).
Anche Petrini naturalmente intende conservare per una sua idea di futuro.
Solo che se conserva i peperoni quadrati lo fa a costo della sparizione totale dell'idea di "agricoltura". Come è già sparita l'idea di "mediterraneo" (e in altri 'campi' di "laicità", ect etc).
Per es: in senso stretto l'agricoltura NON è "sostenibile", soprattutto nelle 'filiere corte' (che sono parte del programma non di Slow Food, dont je me fiche, ma della 'sinistra'). Secondo le condizioni locali, fra 6 e 24 mesi un campo di cereali lasciato alla natura diventa un campo di rien du tout; anzi neanche un 'campo'. Faudrait en parler, ma ti rimando se vuoi ai fuscelli o alle travi, je n'en sais rien, nello studio di H&P.
E quanto ai ristoranti (per la cronaca: "Oscar Wine, via Palermo") je me fiche completamente della 'psudocultura consolatoria', roba che non mi è mai passata per la cervella. Parlavo di come, in una narrativa per cui attraverso il cibo accedi all'universo della sensibilità, esso 'universo della sensibilità, le palpitazioni d'amore - diciamo - finisce sommerso di salse e salsette, diventa una scimmiottatura quasi letterale dell'episodio in House of Mirth in cui il gruppo di Americani devono scegliere un ristorante a Monte Carlo, che è la cosa che si "conserva", non "le produzioni tipiche". Mi dispiace aver citato un episodio personale.
Tiens, mi dispiace anche di aver citato House of Mirth.
J'en ai marre di dispiacermi.
Salut
C'e' una domanda che ogni tanto mi torna voglia di farti, caro KK, ed e' questa: ma perche' ti incazzi tanto con gente come Petrini ?
Mi spiego meglio, o almeno ci provo. In tutta Italia ci sono circa 360 Convivia di Slow Food, per un totale di circa 35.000 aderenti. Se consideriamo tutte le altre varie associazioni che fanno capo a petrini sparse nel mondo arriviamo ad un (sovrastimato) "movimento" di possibili 80.000. Su 6 miliardi. Come i 35.000 stanno ai 50 e rotti milioni di italiani.
Insomma, Petrini e Slow Food contano come il due di coppe quando regna bastoni. Oltretutto sarebbe interessante vedere un po' in dettaglio quanti di questi sono ideologicamente pronti alla morte per il peperone quadrato o il lardo di Colonnata e quanti, piuttosto, si iscrivono per ricevere la Guida del Gambero Rosso o avere lo sconto per partecipare ad una verticale di Barolo o di Barbaresco.
Quello che voglio dire e' che, a volte, fare di una mosca un elefante, pregevolissima attivita' che e' certamente arte, e' pero' un'attivita' un po' fine a se stessa. I 35.000 che sono convinti che sia vangelo il Petrini-pensiero non li smuoverai con considerazioni razionali come quelle sopraesposte, e pace. Il piacere della chiacchierata con Etienne, il Conte, Alessandro ecc (mi scusino i non citati) lo potresti avere comunque, senza dare risonanza alle minchiate petriniane....
Perche' scrivo tutto cio' ? Perche' devo capire che t'ha fatto Petrini....che so' sicuro che se lo incontri pe' strada lo titi sotto, sia se stai su uno skateboard che se guidi un TIR...;-)))
Tranquillo, Ard, non ho proprio niente contro Petrini.
Ma le stesse cose di Petrini le dicono un sacco di altre persone, sia a sinistra sia a destra: al filiera corta, l'agricoltura sostenibile, ecc.
Se fossero solo loro, gli SlowFood, non sarei più preoccupato di tanto (ma rivendicherei comunque il diritto di esercitare una critica culturale contro quella che è appunto una certa idea di cultura). Ma se queste scempiaggini finiscono nel programma del PD (e anche del PDL)...
@KK. Infatti, io non sostengo che non si possa conservare certe cose implichi il negare la creazione di cose nuove.
Proviamo a metterla così. Ci sono delle volte in cui bisogna scegliere se conservare il vecchio per far posto al nuovo (p.es. Michelangelo vs. Perugino). Sono convinto che NON possa essere adottata una regola universale (sempre il vecchio ovvero sempre il nuovo) come non credo che la scelta si ponga sempre in termini si/no (restando alla Sistina: er Braghettone ha permesso di salvare la S. dai furori controriformistici, al tutto sommato modesto prezzo di qualche inverosimile pannolino).
In quest'ottica, non me la sento, però, di scagliare anatemi sui conservatori di peperoni.
Poi poni una questione mooolto seria, ma di cui non condivido l'obbiettivo dlela polemica.
Dici: vabbé, finchè Petrini va in giro a professare la sua religione dei Peperoni, affari suoi, democrazia è anche libertà di dire le peggio cazzate. Il problema è quando il peperone entra nel programma di un partito politico.
Già, ma l'avversario qua non è Petrini (o chiunque si proponga una idea movimentista o che, faccia una assai astuta pubblicità di certi prodotti, come tuttosommato mi sembra sia SlowFood e come adombravi in un commento), ma è il politico che, abdicando alla sua funzione, si mette a rincorrere un po' di movimenti per raccattare consenso.
Io non riesco a non concordare con etienne64. Per quanto KK non abbia affatto torto.
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In un certo senso hai ragione anche tu, etienne. Il problema non è il peperone - perché è possibilissimo conservare il peperone quadrato e continuare a venderlo a chi per comprarlo è disposto a spendere, e nello stesso tempo fare anche un sacco di altre cose-, ma il "pensiero", la "visione del mondo" che c'è dietro: quella secondo cui cioè possiamo risolvere il problema della fame nel mondo tornando all'agricoltura estensiva e premoderna, "di sussistenza", allo stesso tempo sostenendo il reddito dei contadini (=prezzi alti) ma consentendo a tutti di consumare i loro prodotti (=prezzi bassi).
Hai quindi ragione, nel senso che NON E' VERO quel che ho scritto prima ad Ardbeg (scusa la risposta affrettata, Ard!): questo modo di "pensare" non è più grave o preoccupante se appartiene ai buffoni di SlowFood o se viene fatto proprio dai politici. In fondo, anzi, la storia delle "filiere corte" ha avuto alla fine tanta presa tra i partiti italiani anche grazie alle scempiaggini di Petrini e dei suoi.
E' per il lento stillicidio di decenni di stronzate come quelle odierne di Petrini & C:, in fondo, che in Italia si è imposta una "cultura" per cui L'Espresso può dedicare alla questione dei prezzi dei prodotti alimentari analisi di questa sopraffina lucidità:
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It's not the price that causes hunger
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vaglielo un po' a spiegare all'espresso in lotta contro le "diabbolike multinazzionali" :-)
P.S. dello stesso autore dell'articolo linkato:
In Starved for Science Robert Paarlberg explains why poor African farmers are denied access to productive technologies, particularly genetically engineered seeds with improved resistance to insects and drought. He traces this obstacle to the current opposition to farm science in prosperous countries. Having embraced agricultural science to become well-fed themselves, those in wealthy countries are now instructing Africans—on the most dubious grounds—not to do the same.
sorry, ho scordato li link
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